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Naspi per vittime di violenza: dimissioni per giusta causa

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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Con il messaggio n. 2540 del 3 agosto 2026 l’Inps, su parere del Ministero del Lavoro, riconosce l’indennità di disoccupazione a chi lascia il lavoro a causa di violenza di genere o atti persecutori. Una tutela che si somma al congedo indennizzato e al reddito di libertà, e che chiama in causa anche le imprese.

Per una donna che subisce violenza, lasciare il lavoro può essere l’unico modo per mettersi al sicuro. Fino a oggi, però, quella scelta aveva un prezzo preciso: le dimissioni volontarie escludono di norma dalla Naspi, l’indennità di disoccupazione, e la lavoratrice si ritrovava senza reddito proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno. Con il messaggio n. 2540 del 3 agosto 2026 l’Inps ha chiarito che, in presenza di determinate condizioni, queste dimissioni possono essere considerate per giusta causa, e quindi dare diritto all’indennità.

È un chiarimento che pesa più di quanto la sua forma tecnica lasci intendere, perché tocca il punto in cui violenza e dipendenza economica si alimentano a vicenda. Secondo l’indagine Istat sulla violenza contro le donne pubblicata a novembre 2025, il 13,6% delle donne che vivono con un partner non si considera economicamente indipendente, e il 6,6% di chi ha o ha avuto un partner ha subito violenza economica, cioè è stata ostacolata nell’accesso al denaro, al conto o al lavoro. Tra chi subisce violenza economica, più della metà, il 53,6%, non ha un reddito personale. Perdere lo stipendio, in questi casi, significa spesso perdere l’unica via d’uscita.

Che cosa ha chiarito l’Inps

Il messaggio recepisce un parere del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e si fonda su un principio già consolidato. La Naspi spetta a chi perde il lavoro involontariamente, e il decreto legislativo 22/2015 include tra le cessazioni involontarie anche le dimissioni per giusta causa, quelle che il codice civile, all’articolo 2119, lega a una situazione che non consente la prosecuzione, nemmeno provvisoria, del rapporto. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 269 del 2002, aveva già chiarito che in questi casi lo stato di disoccupazione non è frutto di una libera scelta, perché le dimissioni sono provocate dal comportamento di altri.

La novità sta nell’aver ricondotto a questo schema la violenza di genere e gli atti persecutori, anche quando provengono da persone estranee all’ambiente di lavoro. Il caso più evidente è quello delle molestie subite lungo il tragitto casa-lavoro, ma rientrano anche le situazioni in cui la violenza compromette l’equilibrio psicofisico della lavoratrice al punto da rendere impossibile lo svolgimento dell’attività o da impedirle di raggiungere il luogo di lavoro in sicurezza.

Il riconoscimento, però, non è automatico. Servono elementi oggettivi e documentati, come denunce, referti medici, provvedimenti di protezione o la presa in carico da parte di un centro antiviolenza, e soprattutto un collegamento concreto con il rapporto di lavoro. Atti persecutori subiti nella vita privata e del tutto scollegati dall’attività lavorativa non sono, da soli, sufficienti. Per chi si trova in questa situazione, il consiglio pratico è raccogliere la documentazione prima delle dimissioni e farsi assistere da un patronato o da un centro antiviolenza nella presentazione della domanda.

Una tutela che si somma ad altre

La Naspi non è l’unico strumento a disposizione, e va letta insieme alle misure che la precedono. Il congedo indennizzato per le donne vittime di violenza, previsto dall’articolo 24 del decreto legislativo 80/2015, consente alle lavoratrici inserite in un percorso di protezione di astenersi dal lavoro fino a novanta giorni, da utilizzare nell’arco di tre anni, con un’indennità pari all’ultima retribuzione. Lo stesso decreto riconosce il diritto di trasformare il rapporto da tempo pieno a tempo parziale. Con il messaggio n. 3147 del 5 ottobre 2026 l’Inps ha aggiornato le procedure di calcolo e pagamento diretto dell’indennità.

C’è poi il reddito di libertà, il contributo destinato alle donne seguite dai centri antiviolenza e dai servizi sociali, che nel 2026 è salito a 530 euro al mese per un massimo di dodici mensilità, secondo la circolare Inps n. 44 del 9 aprile 2026. Le risorse, poco più di 20 milioni di euro, restano però limitate rispetto alla domanda, e le richieste vengono accolte fino a esaurimento dei fondi.

Messi in fila, questi strumenti disegnano un percorso: il congedo per allontanarsi senza perdere il lavoro, la Naspi quando restare è impossibile, il reddito di libertà per sostenere l’autonomia. Un percorso che però funziona solo se la lavoratrice ne conosce l’esistenza, e se chi la circonda, a partire dal luogo di lavoro, è in grado di indicarglielo.

I numeri della violenza economica

L’indagine Istat del 2025, condotta su circa 17.500 donne tra i 16 e i 75 anni, restituisce una fotografia ancora pesante. Il 31,9% delle donne, circa 6,4 milioni, ha subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, e il 12,6% l’ha subita all’interno della coppia, da un partner attuale o da un ex. Accanto a queste, l’indagine misura forme meno visibili: il 17,9% delle donne ha subito violenza psicologica da un partner e il 15,5% è stata vittima di stalking.

La violenza economica è la forma che più direttamente tocca il lavoro. L’Istat la descrive attraverso comportamenti concreti: impedire alla donna di conoscere il reddito familiare, di avere una carta di credito o un bancomat, di usare il proprio denaro, di lavorare. L’impedimento a lavorare, da solo, riguarda il 3,3% delle donne che hanno o hanno avuto un partner. Il fenomeno emerge soprattutto nelle relazioni concluse: il 10,2% delle donne con un ex partner ha subito da lui violenza economica, contro l’1,1% di chi la subisce dal partner attuale.

Il legame tra violenza e autonomia diventa evidente quando si guarda alle decisioni. Tra le donne in coppia che non si considerano economicamente indipendenti, il 42,4% subisce violenza economica e quasi una su quattro, il 24,3%, è esclusa dalle scelte sulle spese familiari. Tra le vittime di violenza economica il 35,4% non partecipa alle decisioni finanziarie della famiglia, a fronte del 2,0% delle altre donne. Per chi ha subito violenza da un ex partner, la quota di chi non poteva prendere decisioni economiche passa dal 27,1% al 57,5% quando alla violenza fisica o sessuale si aggiungeva quella economica.

Le conseguenze arrivano fino al posto di lavoro. Il 4,4% delle donne ferite dal partner ha dovuto smettere di lavorare, e la violenza psicologica risulta più diffusa tra chi cerca un’occupazione, tra le casalinghe e tra le donne prive di indipendenza economica. Resta bassa la propensione a denunciare: solo il 10,5% delle donne che hanno subito violenza dal partner l’ha denunciata, quota che scende al 3,8% quando l’autore è il partner attuale, e il 22,5% non ne ha mai parlato con nessuno. Alcuni segnali, però, indicano un cambiamento. Rispetto all’indagine precedente le richieste di aiuto ai centri antiviolenza sono raddoppiate, dal 4,4% all’8,7%, e il 45,9% delle donne che hanno avuto un partner violento lo ha lasciato proprio a causa della violenza.

L’indipendenza economica come prima protezione

«L’indipendenza economica rappresenta un elemento chiave della libertà e dell’autonomia delle donne», scrive l’Istat nel report. Un reddito proprio permette di riconoscere prima un controllo che si trasforma in abuso, di chiedere aiuto, di pagare un affitto, un avvocato, un trasloco. Senza un reddito, lasciare una casa violenta significa spesso non sapere dove andare né come mantenere sé stesse e i propri figli. La violenza economica agisce proprio su questo punto: isola, crea dipendenza, toglie gli strumenti per andarsene.

Per questo il lavoro femminile è una questione di sicurezza, oltre che di crescita. E il punto di partenza, in Italia, resta fragile. Secondo gli ultimi dati Istat, ad agosto 2026 il tasso di occupazione femminile si ferma al 54,3%, contro il 71,6% degli uomini, con un divario di oltre 17 punti. Anche quando lavorano, le donne lo fanno più spesso a tempo parziale, con redditi più bassi e carriere più discontinue, e possono contare su minori risparmi in caso di emergenza.

È in questo quadro che la Naspi per dimissioni per giusta causa, il congedo indennizzato e il reddito di libertà mostrano il loro senso. Garantire continuità di reddito nel momento della rottura significa evitare che la paura di restare senza soldi diventi una ragione per restare.

Il ruolo delle imprese

Le dimissioni per giusta causa sono l’ultima soluzione, quella che interviene quando il rapporto di lavoro non può più proseguire. Prima di arrivarci, l’impresa ha margini di intervento rilevanti: concedere il congedo e garantirne la riservatezza, valutare il lavoro da remoto, una modifica dell’orario o un trasferimento di sede, riconoscere i segnali di disagio prima che si trasformino in un’uscita.

Sono scelte che rientrano a pieno titolo nella dimensione sociale della sostenibilità d’impresa. La stessa certificazione della parità di genere prevista dalla prassi UNI/PdR 125 chiede alle organizzazioni di dotarsi di politiche per la prevenzione di ogni forma di abuso e molestia sui luoghi di lavoro, e la certificazione porta con sé premialità nei bandi pubblici e benefici contributivi. Formare i responsabili del personale, definire un referente, conoscere la rete dei centri antiviolenza del territorio sono strumenti concreti, e costano poco rispetto al valore che proteggono.

Il messaggio dell’Inps fa un passo importante perché riconosce un principio semplice: nessuna lavoratrice dovrebbe essere costretta a scegliere tra la propria sicurezza e il proprio reddito. Perché quel principio diventi realtà servono anche luoghi di lavoro capaci di accorgersene in tempo.

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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