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Megan Kaminski la poetessa green: “Se vogliamo costruire un futuro più sostenibile, dobbiamo riconoscere che siamo tutti interconnessi”

Redazione Acta Non Verba

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Megan Kaminski è poetessa, saggista e docente di Inglese e Studi Ambientali presso l’Università del Kansas. La sua opera si caratterizza per un profondo impegno verso la giustizia ambientale e un approccio intimamente legato ai luoghi, che indaga attraverso la scrittura, le arti e pratiche contemplative. Autrice di tre raccolte poetiche (Gentlewomen, Deep City, Desiring Map) e di due libri d’arte (Prairie Divination e Quietly Between), il suo lavoro abbraccia anche installazioni sonore e artistiche, esposte in musei, giardini pubblici e biblioteche negli Stati Uniti.

di Marco Amore

“Come poetessa e artista, mi interessa profondamente esplorare il modo in cui i luoghi ci invitino a instaurare relazioni di cura, non solo verso la terra, ma anche verso le piante e gli animali che la abitano. Il mio lavoro si sforza di dare voce a questa chiamata alla reciprocità, interagendo con essa e invitando gli altri a intrecciare tali relazioni nella vita di tutti i giorni. Inoltre, credo che la poesia ci offra un mezzo per percepire più intensamente il momento presente. Ci aiuta a dare senso a statistiche, eventi e processi che superano la nostra comprensione individuale, permettendoci di elaborare il lutto per ciò che abbiamo perso, di rafforzare le connessioni tra di noi e di immaginare il mondo in modi nuovi e alternativi”.

Sia la tua poesia che la tua pratica artistica si concentrano sulla connessione tra esseri umani e ambiente. Nei tuoi scritti, come in What We Don’t Yet Know, esplori il concetto di cambiamento e crescita attraverso la metafora degli alberi. Recentemente, negli Stati Uniti, il cambiamento climatico è diventato una questione sempre più divisiva, con approcci politici contrastanti che influenzano le politiche ambientali. In questo contesto, come credi che la cultura, e in particolare la poesia, possa giocare un ruolo nel guidare un’evoluzione economica centrata sull’equilibrio ecologico?

“La nostra disconnessione dalla terra è il risultato della mancanza di un legame autentico con i luoghi che sono le nostre case: una carenza di connessione non solo con la terra stessa, ma anche con le persone della comunità che coltivano il cibo che mangiamo e producono i beni che rendono possibile la nostra vita quotidiana.  La nostra cultura consumista usa e getta non solo provoca danni ambientali, come il cambiamento climatico, i rifiuti e l’inquinamento di acqua, suolo e aria, ma rende anche le persone—compresi i lavoratori che sostengono gli stili di vita “green” e biologici delle classi privilegiate—disponibili e sacrificabili, come se fossero anch’esse usa e getta.

Credo che possiamo imparare enormemente gli uni dagli altri quando scegliamo di aprire i nostri cuori e di avvicinarci al dialogo con autentica curiosità, per questo considero la mia scrittura e il mio insegnamento come strumenti per aprire spazi a collaborazioni verso modi di vivere più giusti e sostenibili, non come semplici istruzioni astratte o una via di fuga.

Una delle cose che amo del vivere in Kansas e del lavoro culturale che faccio qui è il modo in cui mi connette a una comunità più ampia di persone che si prendono cura profondamente della nostra casa condivisa, con approcci che si differenziano dal liberalismo accademico spesso presente nelle istituzioni universitarie o nelle comunità di conservazione. Ad esempio, recentemente ero a una cena della Symphony in the Flint Hills con allevatori della regione. Non mi ha sorpreso sentire gli allevatori parlare con profonda reverenza della terra che in alcuni casi le loro famiglie gestiscono da secoli. Per il desiderio di essere buoni custodi sia della terra che degli animali che allevano, e di produrre carne bovina di qualità in un modo che sostenga la mandria, oltre che le famiglie degli allevatori, molti di loro sono tra i più impegnati nella conservazione dell’ecosistema delle praterie alte, in rapido declino, e spesso collaborano con progetti di conservazione su scala più ampia.

Scrivo poesie con il desiderio di creare portali per questo tipo di connessione e trasformazione. Non mi interessa eseguire una sorta di politica “woke”; invece, sono interessata a imparare dagli allevatori e da altri custodi tradizionali della terra per immaginare insieme soluzioni sostenibili che onorino le culture di questo luogo. A volte avviene attraverso le poesie stesse, oppure attraverso l’insegnamento di corsi e la conduzione di programmi artistici che aiutano gli altri a riconoscere e ampliare la propria cura per la terra e per le persone appartenenti alla propria comunità”.

Quindi credi che l’inclusione della poesia nelle dinamiche aziendali possa non solo stimolare la creatività ma anche promuovere valori come la sostenibilità, l’innovazione sociale e un impegno collettivo verso obiettivi comuni?

“Penso che le pratiche artistiche offrano l’opportunità di stabilire connessioni profondamente personali e radicate con idee, concetti e teorie spesso astratti. In questo modo, aprono spazi per una comprensione più profonda di noi stessi, delle comunità in cui viviamo e dei luoghi che abitiamo. Inoltre, ci permettono di definire i nostri valori, nonché i modi in cui desideriamo vivere nel mondo. Perciò, credo che le pratiche artistiche possano svolgere un ruolo fondamentale nell’affinare il pensiero in una vasta gamma di campi e contesti.

Come professoressa di studi ambientali, utilizzo l’apprendimento basato sulle arti per aiutare gli studenti a comprendere e applicare teorie eco-culturali e concetti scientifici. Attraverso questo approccio, gli studenti non solo acquisiscono una comprensione più profonda, ma scoprono anche aspetti di sé stessi e del loro ruolo nel mondo che prima ignoravano. Iniziano a immaginare come utilizzare le competenze apprese durante il percorso di studi per costruire carriere e vite che permettano loro di seguire la loro vocazione più profonda, contribuendo a creare i mondi che desiderano abitare“.

Ritieni inevitabile considerare l’economia capitalista e la protezione ambientale come due realtà inconciliabili? Oppure immagini possibilità concrete per un modello più rispettoso in cui le imprese possano integrare valori di sostenibilità e responsabilità ecologica?

“L’attuale sistema economico orientato al consumo negli Stati Uniti è insostenibile. Mentre possiamo permetterci televisori enormi, un’infinità di vestiti prodotti in condizioni di sfruttamento e giocattoli di plastica a basso costo, tutto a un altissimo prezzo per la terra—attraverso l’estrazione delle risorse, i rifiuti che finiscono nelle discariche e il pesante tributo umano nelle fabbriche—ci ritroviamo a lottare per soddisfare bisogni fondamentali come cibo sano, cure mediche e istruzione.

È fondamentale dare priorità alla vita umana rispetto ai profitti aziendali e abbandonare la falsa convinzione che noi esseri umani siamo separati dalla natura, dalla terra e dagli altri abitanti del pianeta. Se vogliamo costruire un futuro più sostenibile, dobbiamo riconoscere che siamo tutti interconnessi e ampliare le nostre reti di cura e compassione oltre noi stessi come individui o famiglie, oltre le comunità locali e le nazioni, oltre le classificazioni di specie e verso le generazioni future. Non essendo un’economista, non pretendo di sapere quale forma dovrebbe assumere il nostro futuro sistema economico. Tuttavia, posso dire che il mio impegno è quello di scrivere aperture alla cura—creando spazi nelle poesie e nell’arte per immaginare nuove possibilità di famiglia, appartenenza, amore che ci permettano di concepire alternative al sistema economico attuale, causa di così tanto danno e violenza”.

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