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Quello delle isole di plastica (Plastic Vortex) è un dramma ecologico di dimensioni immense e per cui non esiste un rimedio. È di portata globale e si stima consista in ben 8 milioni di tonnellate di rifiuti che invadono le acque di mari e oceani. Queste grandi discariche galleggianti si formano grazie a vortici acquatici che raggruppano detriti, compattandoli anche per diversi anni.
di Rita Rainone
Le Plastic Vortex sono costituite soprattutto da plastica, ma anche di metalli leggeri e residui organici in decomposizione e sono causate dal conferimento in mare e negli oceani (accidentale o doloso) di rifiuti prodotti dall’uomo.
Oltre ad avere un pessimo impatto visivo, questi accumuli di materiale inorganico costituiscono un danno senza pari per l’ecosistema: le microplastiche derivanti dalla corrosione dei rifiuti che si disperdono in acqua, legandosi al plancton, diventano cibo per la fauna acquatica e quindi, nella logica della catena alimentare, anche per l’uomo con conseguenze rilevanti per la sua salute.
Lo studio
Uno studio condotto dall’Università di Newcastle, Australia, commissionato dal WWF, ha calcolato per la prima volta la quantità di plastiche che l’uomo ingerisce, che è pari a una carta di credito a settimana. Inoltre, le plastiche disperse in acqua costituiscono delle trappole invalidanti o mortali per gli animali acquartici. Le isole di plastica si trovano nei mari, anche i più remoti come le isole Cocos e, in profondità, nella fossa delle Marianne.
Di dimensioni allarmanti se ne contano attualmente 7, dalla più recente ritrovata nel mar dei Sargassi (oceano Atlantico), alla più famosa Great Pacific Garbage Patch (tra la California e le Hawaii), chiamata anche Pacific Trash Vortex, la cui esistenza è nota già dagli anni ’80, ma è stata ufficializzata nel 1997, quando il velista Charles Moore si trovò circondato da milioni di pezzi di plastica, durante una gara in barca dalle Hawaii alla California.
La Great Pacific Garbage Patch ha più di 60 anni e dimensioni immense: si stima che potrebbe occupare dai 700 mila fino ai 10 milioni di chilometri quadrati. In pratica quanto la Penisola Iberica, o gli Stati Uniti d’America. La concentrazione massima raggiunge un milione di rifiuti per chilometro quadrato. Questa grande chiazza è composta prevalentemente da plastica, metalli leggeri e residui organici in decomposizione. Ma la plastica è l’elemento predominante.
Le Nazioni Unite
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), l’isola di rifiuti del Pacifico sta crescendo molto in fretta, alimentata da circa una tonnellata di rifiuti al giorno, tanto che presto potrebbe essere visibile anche dallo spazio. Il fondale sotto il Great Pacific Garbage Patch potrebbe anche essere un mucchio di rifiuti sottomarini.
Il Mare Nostrum
Anche nel Mediterraneo, al largo dell’arcipelago toscano, è presente una Plastic Vortex di grandezza considerevole. La concentrazione dei rifiuti di plastica è maggiore e ciclica fra l’isola d’Elba e la Corsica, soprattutto nei fondali.
La sua formazione deriva da cumuli di bottiglie, flaconi, sacchetti, cannucce, contenitori per alimenti, posate, bicchieri monouso, polistirolo e oggetti per la pesca dispersi sulla superficie del mare. Una vera e propria discarica a cielo aperto alimentata dai rifiuti provenienti dall’Arno, dal Tevere e dal Sarno. Si estende per alcune decine di chilometri e tende a espandersi in maniera esponenziale. Inoltre, l’alta temperatura delle acque contribuisce alla formazione di micro-frammenti che si accumulano nei fondali, persistendo nel tempo.
In generale, per il Mediterraneo, un report del 2020 dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) dal titolo “The Mediterranean: Mare Plasticum” ha evidenziato la presenza di oltre un milione di tonnellate di plastica di cui il 94% è costituita da macroplastiche ed il restante 6% da microplastiche.
