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Verso un nuovo Manifesto per l’imprenditoria femminile

Riparte dal Parlamento europeo la proposta di legge per una definizione unica d’impresa femminile, così come espressa nel Manifesto Start We Up.

 

di Giuseppe Strangolo

 

È davvero lunga e irta di ostacoli la strada per accompagnare il mondo del lavoro femminile verso la piena parità con quello maschile. E questo riguarda tutti i settori e tutti gli ambiti del sociale, a partire da quello imprenditoriale. E dal momento che anche le parole sono molto importanti per vincere questa difficile battaglia, a livello legislativo è stata proposta una nuova norma in grado di definire con esattezza che cosa sia un’impresa femminile. L’obiettivo è accendere un faro, a pochi mesi dalle elezioni europee, sugli ostacoli legislativi che scoraggiano le donne a diventare imprenditrici mettendosi in gioco in prima persona nel mondo del lavoro.

Il ruolo di Gruppo Donne Confimi Industria

A fare da apripista a quest’iniziativa è stato il Gruppo Donne Confimi Industria, il network di lavoro al femminile formato dalle imprenditrici associate alla Confederazione dell’industria manifatturiera italiana, che a fine 2022 hanno scelto di unire le proprie forze insieme all’organizzazione civica Le Contemporanee per portare all’attenzione degli organi istituzionali le istanze delle imprenditrici, e divenendo così un abituale interlocutore del Governo e delle istituzioni, anche a livello comunitario. Al punto da essere in grado di presentare al Parlamento europeo una proposta di legge volta a ottenere in Italia un’unica definizione d’impresa femminile, così come racchiusa nel Manifesto Start We Up Women Empowerment e Impresa. Il documento invita le istituzioni italiane ad agire sulle normative vigenti per giungere a una descrizione moderna di impresa femminile utile a evitare problemi di concorrenza in un’ottica di mercato unico europeo e soprattutto volta a favorire la crescita e lo sviluppo delle aziende caratterizzate da una forte presenza di donne.

Un Manifesto per una vision più aggiornata

In Italia la definizione di impresa femminile è ferma alla Legge 215 del 1992 e non tiene conto del reale tessuto produttivo, trasformatosi notevolmente nel corso di trent’anni, tanto che le stesse analisi condotte dall’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere e InfoCamere utilizzano ormai un diverso metro rispetto a quello del 1992 e considerano “impresa femminile” quell’azienda di proprietà almeno per il 51% di una donna. Ma le richieste del Manifesto Start We Up non sono solo di natura definitoria e spaziano dal tema degli incentivi alla creazione di impresa femminile, alle agevolazioni fiscali sul costo del lavoro, fino alla crescita dei salari collegando questi obiettivi a quelli del Pnrr e prevedendo un fondo permanente slegato dalle logiche degli incentivi a tempo. Il Manifesto chiede inoltre garanzie sui criteri per l’accesso a bandi pubblici da parte di imprese private, con un monitoraggio degli investimenti del Pnrr anche in un’ottica di genere e del credito concesso dalle istituzioni finanziarie. L’intento è vigilare affinché venga mantenuto il requisito di certificazione di genere nel Codice degli appalti prestando la massima attenzione sulla reale applicazione del cosiddetto “bollino rosa” nei regolamenti attuativi che saranno le vere linee guida per i bandi pubblici. Per quanto riguarda poi l’accesso ai bandi, il Manifesto prescrive che si abbandonino soluzioni come il click day e tutti i sistemi che premiano la rapidità burocratica rispetto alla qualità o all’impatto socioeconomico dei progetti, in funzione anche della valorizzazione della rete di prossimità delle associazioni di categoria.

L’attenzione al welfare e alla conciliazione vita-lavoro

La proposta di legge arrivata a Bruxelles non dimentica inoltre alcuni punti cardini del “movimento” per l’imprenditoria femminile relativi al welfare, alla cultura e alla formazione. Il Manifesto Start We Up propone infatti di aumentare i servizi di welfare con meccanismi virtuosi pubblico-privato chiedendo di impegnare i 4,6 miliardi di euro previsti dal Pnrr per raggiungere almeno il 33% di asili nido pubblici e di reperire fondi aggiuntivi per il finanziamento di voucher per i servizi di assistenza e cura, sul modello francese dei Cesu spendibili per asili nido privati, per attività di babysitting e per la cura di anziani non autosufficienti, per un tetto massimo di 5mila euro lordi annui per singolo committente. Parallelamente chiede che si proceda con l’attuazione della legge 32/2022 che ha l’obiettivo di sostenere la genitorialità e la funzione sociale ed educativa delle famiglie, contrastando la denatalità e favorendo la conciliazione della vita familiare con il lavoro.

Più donne nei Cda e maggiori risorse

Ma è sui temi culturali che il Manifesto esprime tutta la sua potenza modernizzante e trasformativa, proponendo una serie di target molto ambiziosi in linea con i dettami della direttiva Ue sulla parità di genere che prevede entro luglio 2026 una quota fissa nei Cda delle imprese quotate. Tra le richieste fatte nel Manifesto Start We Up segnaliamo l’azzeramento, entro il 2026, del gender gap per l’accesso a internet e l’azzeramento del divario di genere nelle competenze digitali di base, insieme all’incremento, sempre entro il 2026, dell’occupazione delle donne nel settore Ict al 30%. Ma non è finita: il Manifesto richiede con forza il raggiungimento, entro il 2026, del 45% di donne presenti nei Cda di imprese quotate, del 40% di donne nei Cda di imprese private e pubbliche non quotate e del 35% di donne in posizioni apicali del mondo digitale. Chiede inoltre il raggiungimento di una quota del 45% di donne nei tavoli decisionali per la creazione di piattaforme di smart cities, smart economy e smart environnement e il 35% dei finanziamenti per le startup previsti dal Pnrr a favore delle imprese tech guidate e composte da donne, oltre a fondi e incentivi a fondo perduto per il 10% destinati a startup digitali e imprese innovative guidate e composte da donne.

Cultura, formazione e alfabetizzazione finanziaria

Tra le varie richieste concrete a sostegno della parità di genere nel mondo imprenditoriale, il Manifesto include anche alcune indicazioni su come rendere le studentesse e le giovani donne sempre più protagoniste del mondo del lavoro promuovendo l’accesso alla formazione scolastica tecnico-scientifica con l’obiettivo di raggiungere, entro il 2026, il 50% di ragazze sul totale degli iscritti a istituti tecnico scientifici a livello nazionale, il 30% di studentesse iscritte a corsi di laurea Ict sul totale degli iscritti e il 20% di laureate in corsi di laurea Ict. Viene inoltre chiesto di fornire alle studentesse strumenti concreti per accelerare i passaggi scuola-università-lavoro attraverso corridoi preferenziali per attività scuola-lavoro dedicati e il coinvolgimento di imprese private e pubbliche in azioni di formazione-lavoro. Vengono richiesti anche dottorati, borse di studio e sconti sulle tasse universitarie per le donne che seguono corsi di formazione universitaria in discipline Ict e l’attivazione di percorsi di mentorship per le donne durante la frequentazione di corsi di laurea Ict per contrastare il “drop out rate” dei primi anni, oltre alla formazione obbligatoria, a tutti i livelli di istruzione, sulle tecnologie digitali e sugli stereotipi di genere.

Focus sull’autoimprenditorialità

Il Manifesto Start We Up conclude la sua analisi con alcune indicazioni relativa a nuove politiche attive per il lavoro e l’autoimprenditorialità attraverso la sperimentazione di nuovi modelli di formazione, Hub e incubatori per l’imprenditoria femminile da realizzare con istituzioni, aziende, non profit e mondo accademico. L’obiettivo concreto e a lungo termine del Manifesto è proprio quello di creare un modello, un benchmark replicabile per imprese e istituzioni dedicato specificamente alle donne giovani e meno giovani che vogliono costruire un’impresa partendo da sé e dalle proprie capacità facendosi guidare da esperti in vari settori. L’obiettivo è la realizzazione di un centro di formazione e un incubatore di impresa che si interfacci con il mondo delle università, delle aziende e del Terzo settore, convinti che l’innovazione passi per la condivisione e l’intreccio dei saperi.

Per maggiori informazioni sul Manifesto Start We Up e per conoscere nel dettaglio gli estensori e i promotori del progetto, è possibile accedere alla pagina dedicata di Confimi.

 

 

 

 

 

 

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