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L’extravergine più amato al mondo è italiano e circolare

Olio Manni

Manni Oil, startup innovativa e società agricola conosciuta e apprezzata da chef e star di Hollywood, ha trovato sostegno grazie a Smart&Start Invitalia e a un Psr regionale per avviare il suo ultimo progetto in ottica di economia circolare e 4.0. A raccontarlo è il fondatore, Armando Manni.

 

di Andrea Ballocchi

 

Gwyneth Paltrow lo chiama “The Man of the oil”, chef come il pluristellato Giorgio Locatelli o Jean-Georges Vongerichten sono suoi affezionati clienti, la stampa più prestigiosa di settore (e non solo) lo osanna. Armando Manni è l’uomo che ha creato l’olio extravergine più ricercato e qualitativamente elevato al mondo grazie a un processo produttivo rivoluzionario, frutto di una collaborazione con l’università Di Firenze e il Cnr. Da poco ha avviato un processo produttivo che combina le logiche di Industria 4.0 e di economia circolare, un passo reso possibile grazie a incentivi pubblici.

 

Olio extravergine di alta qualità: un’idea sviluppata per hobby

E pensare che la nascita della Manni Oil e del suo prezioso olio extravergine d’oliva è stata per puro piacere personale. «Ho cominciato a produrre olio extravergine per mio figlio e per il puro piacere di farlo, ricavato da una piccola tenuta. In un’occasione, mentre mi trovavo per lavoro (il film Mi chiamo Armando, Manni è un regista, ndr.) negli Stati Uniti, durante una mia visita a Jean-Georges Vongerichten, chef pluristellato, gli portai una bottiglia del mio olio come regalo. Non appena lo assaggiò ne rimase talmente colpito che me ne ordinò 800 bottiglie. La sua richiesta mi fece riflettere». Fu così che quella che era nata come un’attività hobbistica si trasformò in una società dedicata alla produzione di olio di nicchia. «A quel punto presi un anno sabbatico. Chiesi e ottenni un finanziamento a Montepaschi Siena per l’acquisto dei terreni. Quel famoso anno sabbatico si è allungato fino a oggi…». Così nasce un marchio di grande successo, apprezzato da chef internazionali e da star di Hollywood, osannato dalle più importanti testate del settore food e non solo.

 

Tanta ricerca e innovazione

La crescita dell’azienda non ha conosciuto pause e il fatturato è cresciuto costantemente, malgrado la crisi pandemica, la guerra in Ucraina, la crisi energetica. Il successo passa dalla volontà di ricerca e innovazione. Con l’ateneo fiorentino ha creato un procedimento unico, detto “olio vivo”. Come spiega lo stesso sito aziendale, grazie a questo procedimento “è l’unico olio al mondo in grado di ritenere la qualità extra vergine e il suo sapore intatto per quasi tre anni, contro un mercato che può mantenere le qualità dell’olio solo per pochi mesi».

L’attenzione passa anche dai dettagli: per evitare l’ossidazione dell’olio nelle bottiglie a temperatura controllata 365 giorni l’anno, ma anche nei tank d’acciaio, viene insufflato argon, un gas pesante che, a differenza dell’azoto, si deposita sull’olio, evitando che esso venga a contatto con l’ossigeno, che rappresenta uno dei tre elementi del processo di ossidazione naturale dell’olio evo.

I risultati sono sorprendenti: «abbiamo effettuato a New York un vertical tasting dell’olio, con analisi svolte dall’Università di Firenze una settimana prima della prova, su tre annate diverse. Il nostro prodotto è risultato rientrare perfettamente in tutti i parametri chimico-fisici che definiscono la categoria commerciale dell’olio extravergine d’oliva». Anche il packaging è curato: le bottiglie sono realizzate in un vetro speciale che protegge dai raggi Uv.

 

Produrre olio grazie a un metodo hi-tech e circolare: nasce Perfect Oil 4.0

Ma il processo innovativo non si ferma qui. Si arriva così a The Perfect Oil 4.0, la prima piattaforma integrata di produzione di olio extravergine di oliva a economia circolare. «La filosofia alla base dell’Industry 4.0 riguarda tutti i macchinari utilizzati nel processo produttivo che rispondono a una sollecitazione It, fornendo all’utente la possibilità di gestire in remoto e dialogare con tutte le macchine, permettendo di impostare tutti i macchinari in maniera quanto più mirata ed efficiente possibile», spiega Manni. «È un’opportunità sviluppata e ormai consolidata a livello industriale che può giovare anche alle Pmi, non solo per rispondere alle esigenze di efficienza, ma soprattutto per puntare a un sempre migliore controllo della qualità del prodotto finale. La globalizzazione richiede standard di qualità sempre più elevati. Quindi il 4.0 non solo serve a rendere più efficiente un’azienda, a controllare gli sprechi, ottimizzando tutte le risorse, energia compresa, ma serve anche e soprattutto a garantire un livello qualitativo costante».

Perfect Oil 4.0 non risponde solo alla logica innovativa, ma punta a creare un processo perfettamente rispondente all’economia circolare. «Questa piattaforma permette di utilizzare le olive in ogni singola parte. Con la polpa si produce olio extravergine d’oliva; il nocciolo viene impiegato, debitamente parcellizzato, per realizzare biomassa per finalità energetiche. Con la sansa si genera una polvere antiossidante e infine viene prodotta acqua micellare, una particolare acqua distillata usata come cosmetico». Per riuscire a sostenere economicamente l’avvio di questa piattaforma Manni ha potuto contare su due misure incentivanti: Smart&Start Italia, programma di Invitalia pensato per sostenere la nascita e la crescita delle startup innovative, e il Psr, il Programma di sviluppo rurale.

 

 

Armando Manni, quali sono i presupposti alla base della decisione di rivolgersi a Smart&Start Italia? Avete avuto difficoltà?

«Partiamo dalla seconda domanda. La difficoltà, poi superata, è stata generata dal fatto che la nostra è una realtà registrata alla Camera di Commercio di Roma come società agricola ma è anche l’unica società agricola classificata come startup innovativa. In questa classificazione il nostro financial advisor Blue Ocean Finance, che si è occupato tre anni fa dell’aumento di capitale, attirando investitori italiani ed esteri e generando una patrimonializzazione molto elevata per una società agricola, ha contattato Invitalia per accedere alla opportunità di Smart&Start Italia. Solo a quel punto ha scoperto che la misura non prevedeva il coinvolgimento delle società agricole. È stato sorprendente constatare, dato il dibattito attuale a livello europeo sull’agricoltura di precisione, e che richiede quindi un know-how tecnologico e un investimento in ricerca e innovazione, che il comparto agricolo non fosse di interesse strategico nazionale. A quel punto noi abbiamo posto una domanda precisa a Invitalia che intendeva sottolineare la contraddizione esistente tra la misura Smart&Start e le griglie di ingresso al suo interno. La risposta è stata immediata e ci ha sorpreso positivamente: a fornirla, abbiamo scoperto successivamente, è stato lo stesso amministratore delegato Domenico Arcuri che ha avviato tempestivamente l’iter per superare questo paradosso».

 

Come mai vi siete rivolti a un finanziamento pubblico anziché puntare ancora su investitori privati?

«Perché la nostra è una realtà molto piccola. Un fondo di investimento prende in esame operazioni di finanziamento a partire da 20 milioni in su. Il mercato dei capitali non riguarda le piccole imprese come noi siamo. Misure ad hoc come quella di Invitalia o il Psr, sono fonti cui si può accedere. Inoltre una quota significativa del finanziamento è a fondo perduto, con una percentuale variabile a seconda della configurazione dell’azienda. Tra l’altro, lo scorso luglio Invitalia ha previsto la possibilità di convertire una parte del finanziamento agevolato Smart&Start in contributo a fondo perduto (il finanziamento agevolato è convertibile fino a un importo del 50% delle somme apportate da nuovi investitori, ndr.).

Noi abbiamo usufruito anche del Psr per implementare tutta la linea di produzione Industry 4.0 e le infrastrutture tecnologiche della piattaforma. In pratica Smart&Start Italia ha permesso di finanziare la parte relativa all’upcycling, mentre Psr Toscana ha finanziato gli impianti di frangitura. Stiamo parlando di finanziamenti nell’ordine di circa 700mila euro».

 

Che riscontro avete avuto dalle due misure di finanziamento?

«Molto positive, nonostante si tratti di incentivi di natura completamente diversa. Nel caso di Invitalia parliamo di una misura cui si può accedere se l’azienda è portatrice di innovazione, autrice di un processo riconoscibile e replicabile. Tale processo ha alcune caratteristiche di sperimentalità, ma ha alle spalle un business plan e una commercializzazione del prodotto finale credibile: bisogna quindi essere molto solidi da questo punto di vista. Il Psr è invece una misura molto più classica che offre opportunità differenti».

 

L’ olio prodotto dall’azienda Manni è particolarmente richiesto oltre che da chef stellati, anche da star di Hollywood che danno prova di apprezzare il vostro prodotto. C’è un episodio in particolare che testimonia questo apprezzamento?

«Tra le diverse personalità che hanno testimoniato anche pubblicamente di apprezzare il nostro prodotto posso ricordare, per esempio, Gwyneth Paltrow. Mentre mi trovavo a Londra a cena alla Locanda Locatelli (uno dei ristoranti italiani, giudicati tra i migliori al mondo, ndr), sono entrati Gwyneth Paltrow, Chris Martin, leader dei Coldplay e all’epoca suo marito, e Madonna. Non li avevo notati, in quanto erano stati scortati da body guard e subito portati a un tavolo riservato. Giorgio Locatelli, proprietario e chef, nonché giudice di Masterchef e mio affezionato cliente, mi ha segnalato la loro presenza, sapendo che tutti e tre erano miei clienti. Mi sono alzato e ho voluto presentarmi, salutandoli e ringraziandoli per aver scelto il mio olio. A quel punto Gwyneth Paltrow si è alzata di scatto e mi ha abbracciato, cominciando a dire ad alta voce “The man of the oil!”. Anche Chris Martin si è alzato, mi ha stretto la mano calorosamente, confessandomi che la moglie non poteva fare a meno del mio olio».

 

Quali sono le sue prossime iniziative per il futuro dell’azienda?

«Abbiamo avviato un ulteriore aumento di capitale e stiamo ricercando potenziali investitori. Siamo giunti a break-even sull’investimento iniziale. Ora dobbiamo scalare e passare di livello. Per far questo servono nuove risorse. Il nostro frantoio ha un potenziale produttivo quattro volte superiore a quello che oggi produciamo, quindi abbiamo uno spazio di crescita. Per far ciò servono capitali strategici: nuovi investitori che accedono in una società patrimonializzata, dal valore importante per essere una società produttrice di olio, anche in termini di real estate».

 

 

 

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