|
Preferisci ascoltare? Clicca play!
Getting your Trinity Audio player ready...
|
L’Industrial Accelerator Act, presentato dalla Commissione Europea il 4 marzo 2026, segna una svolta nella politica economica del continente, puntando a riportare la quota della manifattura al 20% del PIL entro il 2035 attraverso semplificazioni burocratiche e forti incentivi al Made in EU.
Il provvedimento introduce criteri e soglie di decarbonizzazione obbligatorie negli appalti pubblici, colpendo settori strategici come l’acciaio, il cemento, l’automotive e le tecnologie net-zero, oltre a imporre vincoli stringenti sugli investimenti esteri superiori a 100 milioni di euro che includono il trasferimento tecnologico e l’obbligo di impiegare almeno il 50% di forza lavoro locale.
«Di fronte a un’incertezza globale senza precedenti e a una concorrenza sleale, l’industria europea può contare sulle disposizioni di questa legge per stimolare la domanda e garantire catene di approvvigionamento resilienti in settori strategici» ha dichiarato il vicepresidente esecutivo per la prosperità e la strategia industriale, Stéphane Séjourné, il quale ritiene che l’IAA «Creerà posti di lavoro indirizzando il denaro dei contribuenti verso la produzione europea, riducendo le nostre dipendenze e rafforzando la nostra sicurezza e sovranità economica».
Per accelerare i progetti, inoltre, la Commissione propone l’istituzione di Aree di Accelerazione Industriale e uno sportello unico digitale che garantisca il rilascio dei permessi entro un massimo di 18 mesi, applicando il principio del silenzio-assenso per evitare che la burocrazia freni la transizione.
Questa determinazione nel voler svincolare l’Europa dalle catene di fornitura extra-UE per renderla un polo produttivo autosufficiente ha, tuttavia, sollevato un’ondata di polemiche. A partire dalle dichiarazioni di Business Europe che, pur riconoscendo la necessità di creare mercati per i prodotti a basse emissioni, mette in guardia dai rischi di un atto non equilibrato che potrebbe creare nuovi problemi anziché risolverli, indebolendo l’attrattività dell’Europa per i capitali esteri.
La confederazione industriale europea sottolinea come la clausola «Buy European» rischi di innescare ritorsioni commerciali globali, soprattutto con partner come la Cina, la cui Camera di Commercio presso l’UE ha già espresso preoccupazione per possibili violazioni delle regole del WTO e per la natura discriminatoria di alcune norme.
Ulteriori critiche giungono da Eurochambres – associazione delle camere di commercio e industria europee – che teme che l’eccessiva complessità dei nuovi requisiti finisca per schiacciare le piccole e medie imprese sotto una mole di costi aggiuntivi e una burocrazia travestita da semplificazione. Associazioni come Recycling Europe, invece, lamentano l’attenzione marginale data al ruolo dei materiali riciclati nella decarbonizzazione.
Persino colossi dell’auto come BMW hanno espresso scetticismo, sostenendo che isolare il mercato europeo possa essere controproducente in un settore così globalizzato, mentre il dibattito resta acceso sull’opportunità di estendere lo status di partner al Regno Unito o la Svizzera per evitare di frammentare ulteriormente le catene di approvvigionamento europee.
