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Legge di bilancio 2027: la prima manovra senza PNRR

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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Il 19 settembre il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha assicurato che l’ultima legge di bilancio della legislatura «non sarà conservativa». Tre giorni dopo l’Istat ha confermato che nel 2025 l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche si è fermato al 3,1% del PIL, un decimale sopra la soglia europea del 3%. Un decimale che basta a tenere l’Italia dentro la procedura per disavanzo eccessivo almeno fino al 2027 e che cambia l’aritmetica di una manovra già di per sé complicata. Per la prima volta dal 2021, infatti, i conti pubblici si scrivono senza il Piano nazionale di ripresa e resilienza, chiuso formalmente il 31 agosto.

Il miglioramento, di fatto, c’è – il deficit era al 3,4% nel 2024 e il rapporto debito/PIL del 2025 è stato rivisto al ribasso al 136,7% dal 137,1% stimato ad aprile – ma non è sufficiente. Per chiudere la procedura sarebbe servito un 2025 sotto il 3% insieme a previsioni per il 2026 e il 2027 anch’esse sotto quella soglia. Giorgetti ha preso atto del dato e ha spostato l’obiettivo all’anno prossimo.

Una flessibilità che vale a metà

Il punto più delicato riguarda la clausola di salvaguardia che l’Unione europea ha concesso per le spese in difesa ed energia che consente di tenere una parte di queste spese fuori dal calcolo dei vincoli europei. Per l’Italia significa, sulla carta, circa 36 miliardi nel triennio 2026-2028 di cui 22 miliardi per la difesa, 14 miliardi per l’energia. La parte più consistente dei 30-40 miliardi di cui si parla come dimensione complessiva della manovra. Per i Paesi che restano in procedura, però, la clausola funziona solo in parte, perché quelle spese continuano a essere conteggiate nel deficit. Il governo si trova quindi davanti alla scelta di utilizzare l’intero margine con il rischio di sforare di nuovo il 3% e rinviare ancora l’uscita dalla procedura, oppure fermarsi intorno ai 17 miliardi, preservando il percorso di rientro ma riducendo drasticamente lo spazio per tutto il resto. Il governo ha scelto una via intermedia e ha inviato formalmente alla Commissione europea la richiesta di attivare la clausola anche prima dell’uscita dalla procedura, chiedendo il massimo consentito per la sicurezza energetica – lo 0,6% del PIL nel triennio 2026-2028 – e lo 0,9% per la difesa, sotto il tetto dell’1,5%. La risposta è attesa all’Ecofin del 9 ottobre, mentre il 24 novembre la Commissione esprimerà il proprio parere sul documento programmatico di bilancio italiano.

Sul fronte delle coperture il ministro ha indicato la revisione della spesa e un contributo del sistema bancario, stimato tra i 2 e i 3 miliardi, su cui la maggioranza non ha ancora trovato una posizione comune. Il calendario, invece, è fissato. Il Documento programmatico di finanza pubblica arriverà in Parlamento entro il 2 ottobre, il Documento programmatico di bilancio partirà per Bruxelles il 15 ottobre e il disegno di legge dovrà essere presentato alle Camere entro il 20 ottobre, con l’approvazione definitiva attesa entro il 31 dicembre.

Per le imprese la manovra è già in parte scritta

Mentre il dibattito pubblico si concentra su IRPEF, pensioni e tredicesime, per chi fa impresa il dato più utile è un altro: una quota rilevante degli strumenti che opereranno nel 2027 non dipende dalla prossima manovra, perché è già stata finanziata da quella precedente. La legge di bilancio 2026 (legge 199/2025) ha prorogato il credito d’imposta ZES Unica fino al 2028, con una dotazione di 1 miliardo per il 2027 e un perimetro esteso dal 2026 alle zone assistite di Marche e Umbria. Ha aggiunto 450 milioni per il 2027 alla Nuova Sabatini e 250 milioni ai Contratti di sviluppo. Ha introdotto, soprattutto, l’iperammortamento che, sostituendo i crediti d’imposta Transizione 4.0 e 5.0, resta utilizzabile per gli investimenti realizzati fino al 30 settembre 2028, con maggiorazioni del 180% fino a 2,5 milioni di euro, del 100% fino a 10 milioni e del 50% fino a 20 milioni.

Per un’impresa che sta pianificando gli investimenti del prossimo anno, questo significa che l’incertezza sulla manovra riguarda soprattutto le eventuali novità, non l’impianto di base. È su questo impianto, già in vigore e in larga parte cumulabile – il credito ZES può sommarsi a iperammortamento, Sabatini e contratti di sviluppo – che conviene costruire oggi il piano finanziario, anziché attendere un testo che non sarà in Gazzetta Ufficiale prima della fine dell’anno.

Il 98% che dice più di qualsiasi annuncio

È proprio osservando come le imprese stanno usando gli strumenti esistenti che emerge il nodo su cui la manovra 2027 potrebbe davvero incidere. Al 13 agosto le comunicazioni per l’iperammortamento erano quasi 15mila, per 4,75 miliardi di investimenti prenotati a fronte di una dotazione complessiva di 9,8 miliardi, di cui 2,27 miliardi già passati alla fase di conferma. Il 98% di quegli investimenti riguarda beni materiali. Il software è tornato agevolabile, ma la domanda resta concentrata sulle macchine, un dato coerente con quello rilevato da Confapi, secondo cui solo l’8,3% delle PMI industriali ha realizzato investimenti in transizione digitale nel primo semestre 2026.

Lo strumento c’è, le risorse non sono esaurite, eppure le imprese continuano a investire dove hanno sempre investito. È in questo spazio che si colloca la proposta Investo Digitale, avanzata da Assosoftware, Aiip, Confartigianato, Confcommercio, Confimi e Confprofessioni sul modello del Kit Digital spagnolo: 3,623 miliardi in tre anni per software, cloud, intelligenza artificiale, cybersecurity, formazione e consulenza, destinati a imprese tra 2 e 99 addetti, studi professionali ed enti del Terzo settore, con una platea stimata di 578.496 beneficiari e 6,48 miliardi di investimenti attivati. Non si tratta di una misura del governo, ma di una richiesta del mondo produttivo, e la sua sorte dipenderà in buona parte da quanto spazio resterà dopo le scelte su difesa ed energia. Sullo stesso fronte, la legge 132/2025 sull’intelligenza artificiale destina fino a un miliardo del Fondo di sostegno al venture capital allo sviluppo dell’ecosistema dell’AI, con oltre 300 milioni già allocati, mentre il termine per l’esercizio delle deleghe – dati, algoritmi, autorità, sanzioni – scade il 10 ottobre.

Dopo il PNRR, la spesa che non si vede

C’è infine un aspetto meno visibile ma destinato a pesare nel medio periodo. I fondi del PNRR erano per definizione destinati agli investimenti e non alla spesa corrente, il che significa che canoni, manutenzione e personale necessari a far funzionare ciò che il Piano ha costruito dovranno trovare copertura nei bilanci ordinari. Con la chiusura del Piano, la principale fonte di finanziamento per investimenti pubblici e incentivi torna a essere la politica di coesione, con i suoi tempi di programmazione pluriennale e la sua gestione ripartita tra livello nazionale e regionale, mentre a Bruxelles si negozia un bilancio europeo 2028-2034 che propone di accorpare coesione e politica agricola in un unico fondo. Per le imprese, e in particolare per quelle del Mezzogiorno, il baricentro degli incentivi si sposta progressivamente dai grandi avvisi nazionali ai bandi regionali, dove la capacità di intercettare le misure dipende molto più dalla preparazione dell’impresa che dalla dimensione delle risorse disponibili.

La legge di bilancio 2027 sarà raccontata attraverso le misure che conquisteranno i titoli dei giornali, ma per un’impresa la domanda da porsi è diversa. Non si tratta di capire quanto sarà generosa la manovra, ma quanto si è pronti a usare ciò che è già disponibile. Con un decimale di deficit a ridurre i margini, le risorse nuove saranno poche e contese, mentre quelle già stanziate hanno scadenze certe e, nel caso dell’iperammortamento, ancora circa metà della dotazione da prenotare. Chi aspetta il testo definitivo per decidere rischia di scoprire che le opportunità migliori erano già sul tavolo.

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