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Le risorse nascoste di un Parco

Un Parco rappresenta un potente strumento per il rilancio del turismo, soprattutto quello di prossimità, riuscendo a valorizzare le tradizioni locali insieme alle sue mille forme di economia sostenibile. L’esempio viene dal Parco Regionale Taburno Camposauro, descritto con cura dal suo presidente, Costantino Caturano.

di Giuseppe Strangolo

 

L’anno prossimo ricorrerà il centenario della nascita del primo Parco nazionale italiano, il Gran Paradiso, e a giudicare dai tagli subiti in questi anni e dai vari commissariamenti ancora in atto, non sembra che i Parchi vivano il loro migliore stato di salute. Basterà il Pnrr?
«In passato, a causa anche di una normativa obsoleta e non completa, le aree protette sono state viste come terra di nessuno, con enti gestori poco efficaci e spesso non percepiti dalle comunità e dagli stakeholders del territorio di competenza. Tutto questo ha generato molti ritardi e problemi nella governance delle politiche di protezione e valorizzazione delle aree protette. Oggi, però, i parchi e le riserve naturali in Italia, e in Campania in particolare, stanno vivendo una rinnovata attenzione da parte della politica, cosa questa fondamentale per soddisfare i bisogni ambientali, sociali e culturali delle nostre comunità, promuovere lo sviluppo locale e il turismo sostenibile. Occorre precisare che un parco non è un ente territoriale come gli altri: è un insieme di politiche, incentrate sulla conservazione dell’ambiente, strettamente correlate tra loro e con evidenti riflessi sulla pianificazione del territorio e sulla promozione delle attività economiche. I parchi, soprattutto in Campania, nascono con questa determinante, che li caratterizza e che rende ancor più complesso il loro compito: gestire territori, anche di ampiezza considerevole, con una presenza storica di insediamenti umani, centri abitati e attività produttive».

 

Il tema dei commissariamenti è stato però piuttosto rilevante, quantomeno nella percezione dei cittadini…
«Sicuramente i tagli economici subiti negli anni a causa anche dei vari commissariamenti, hanno determinato uno squilibrio tra gli obiettivi di conservazione della natura e lo sviluppo territoriale ed economico del territorio di competenza, generando progettualità di dubbia necessità ed efficacia. Occorre, quindi, recuperare da un lato un ruolo forte dell’Ente gestore dell’area protetta che agisce per la conservazione dell’ambiente naturale e, dall’altro, un parco capace di dialogare con le comunità locali e di proporre un modello di sostenibilità dello sviluppo attraverso la gestione e l’orientamento delle economie locali verso forme compatibili. Sono convinto che le azioni previste nel Pnrr possano dare una forte spinta e credibilità alle aree protette, come strumento per la sostenibilità e il futuro: occorre consolidare i parchi come elementi che caratterizzano il territorio e l’appartenenza stessa delle comunità al territorio, facendo uscire i parchi da “strategie episodiche” limitate nel tempo e dannose per la stessa sopravvivenza degli Enti gestori. Bisogna anche dire che le aree protette, il turismo, lo sviluppo rurale, non possono essere soltanto qualcosa di estemporaneo, legato a progetti e cofinanziamenti comunitari. Tutelare e valorizzare il patrimonio locale e gestire il territorio per creare opportunità per il mantenimento delle condizioni naturali devono essere al centro dell’agenda politica e degli interventi ordinari che la Regione Campania e il Ministero dell’Ambiente mettono in atto. Quella capacità del nostro sistema istituzionale di dimostrare di essere previdente e progredito è, per quanto attiene alla conservazione della natura, un risultato ancora da raggiungere per il quale sarà richiesto un impegno costante e serio che andrà valutato con attenzione».

 

Si è costruito, cementificato e sfruttato tutto il territorio a disposizione, e oramai non restano che i parchi e le montagne. Che cosa si può fare per rendere virtuoso il loro sostentamento e non solo un costo per la collettività?
«La Campania possiede un complesso sistema di aree protette formato da parchi nazionali, riserve regionali, riserve statali, aree marine protette e i siti della Rete Natura 2000. Una rete di aree naturali a tutela del grande patrimonio di biodiversità che include montagne, fiumi, laghi, coste, aree umide e vulcani. Partiamo da un presupposto: non può esservi un parco che si occupi di tutto fuorché della conservazione. La conservazione della natura resta lo scopo per cui si decide l’istituzione di un’area protetta e per il quale la collettività destina risorse e investimenti. Se si trascurasse la conservazione cambierebbe la motivazione stessa dell’esistenza del parco. Probabilmente ci si troverebbe di fronte a qualcosa d’altro, ma non di fronte a un organismo al quale è demandata la tutela dell’ambiente e la salvaguardia della biodiversità. L’obiettivo del sistema di aree protette è quello di tutelare la biodiversità favorendo forme di economia sostenibili e valorizzazione delle tradizioni locali. Detto ciò, ritengo che la presenza dei parchi debba essere sempre più sostenuta non solo dalle istituzioni preposte, come la Regione Campania o il Ministero dell’Ambiente, ma dagli stessi cittadini, consapevoli del fatto che un ambiente protetto e poco antropizzato determina una buona qualità di vita e di salute».

 

Che cosa manca ancora ai parchi per essere attrattori di interesse, turismo e cultura?
«A distanza di vent’anni dall’approvazione della Legge quadro sulle aree naturali protette, la Campania ha sicuramente vinto la sfida quantitativa dei parchi e delle riserve: la sfida qualitativa della conservazione si combatte invece ogni giorno con i tanti progetti e le tante azioni che, tra mille difficoltà, gli Enti Parco portano avanti. Pertanto il cosiddetto “sostentamento degli Enti Parco” va inquadrato in questo scenario e non come degli enti inutili che non portano nessun beneficio al territorio. Non tutti sanno che in Campania, i costi che la collettività sostiene per il funzionamento degli Enti Parco sono di circa 100mila euro l’anno a parco. Un importo molto basso se consideriamo le innumerevoli attività e compiti che questi hanno nei confronti dell’area protetta che gestiscono. Quindi anche in questo caso si sta operando con grande senso del dovere in termini di efficienza ed economicità. Sicuramente un trasferimento di risorse maggiore consentirebbe ai parchi di essere maggiormente incisivi e custodi di territori bellissimi dove tutti noi andiamo per staccare la spina, per allontanarci dai rumori, dal caos della vita frenetica e dove fauna e flora possono essere realmente protette. Per questo motivo ritengo che la collettività debba diventare ancora più consapevole dell’importanza delle aree protette. Da parte degli Enti gestori, invece, bisogna dimostrare che la mission istituzionale è sempre la stessa: fare le cose perbene con i soldi pubblici. Inoltre bisogna spingere la Regione Campania a dotarsi quanto prima di un piano di azione che metta in efficienza e completi quello che oggi impropriamente viene definito come “sistema dei parchi”, anche attraverso la costruzione di una vera e propria normativa sulla conservazione della natura che vada ben oltre le aree protette».

 

Lei ha promosso la candidatura Unesco del Parco Regionale Taburno Camposauro per essere designato come Global Geopark, per via delle sue peculiarità ambientali, turistiche, artigianali, ma anche per quelle enogastronomiche, culturali e storiche. Come sta procedendo l’iter della candidatura?
«Da quando mi sono insediato come presidente dell’Ente Parco, ho sempre sostenuto che un ente gestore di un’area protetta debba avere tra le proprie finalità anche quella di perseguire ogni iniziativa utile a una programmazione di sviluppo possibile del parco a beneficio delle comunità locali. In questo contesto, tra le iniziative pienamente compatibili per i territori del Taburno Camposauro, si inquadrano le azioni previste dal programma dell’Unesco Global Geoparks che non comportano alcun vincolo ambientale e si configurano come opportunità di sviluppo per il territorio. Un Geoparco mondiale Unesco opera per aumentare la conoscenza e la consapevolezza del ruolo e del valore della geodiversità e per promuovere le migliori pratiche di conservazione, educazione, divulgazione e fruizione turistica del patrimonio geologico, secondo un concetto olistico che combina sviluppo sostenibile e comunità locali. Tutto ciò, in combinazione con gli aspetti floristici, faunistici e culturali (eremi, siti archeologici, patrimonio monumentale, tradizioni, attività artigianali, aspetti enogastronomici ndr.) presenti nell’area protetta del Taburno Camposauro, costituisce un ottimo biglietto da visita ai fini dell’ottenimento dell’ambito riconoscimento. Per questi motivi l’Ente Parco ha avviato nel 2020 la candidatura all’Unesco Global Geoparks. È un percorso complesso e articolato che prevede un’azione sinergica di geovalorizzazione, geoculturale e geonaturale, con importati ricadute in termini sociali ed economici nel parco».

 

Quali sono gli elementi salienti di questa vostra candidatura?
«Punto di forza della candidatura sono i 52 geositi individuati dall’Università degli Studi del Sannio – Dipartimento di Scienze e Tecnologie, nel territorio del Parco, di cui diversi sono di carattere internazionale. Si stanno coinvolgendo tutti gli stakeholders, sia pubblici che privati, per lavorare in sinergia al fine di promuovere l’effettiva e notevole valenza dell’area protetta iniziando dagli aspetti geologici, passando per le eccellenze enogastronomiche fino ad arrivare agli aspetti storico-culturali. Tale candidatura rappresenta una preziosa occasione per inserire un territorio ricco di eccellenze nel famoso circuito Unesco. Nel 2022 presenteremo la richiesta di candidatura alla Commissione Nazionale Unesco a conclusione di un percorso intrapreso dall’Ente Parco nella ferma convinzione che il territorio ne possa ricevere un forte e positivo impulso per quel che riguarda uno sviluppo economico equo e sostenibile, con la speranza che possa contribuire al miglioramento della situazione socioeconomica locale, oltre che a una rinnovata visibilità internazionale, fornendo altresì occasioni di cooperazione e scambio con i geoparchi mondiali».

 

Lei è a metà del suo mandato: che cosa è stato fatto in questi due anni e mezzo, dall’uscita dal commissariamento fino a oggi, per valorizzare al meglio il parco e renderlo attrattivo dal punto di vista turistico?
«Nell’immaginario popolare, un parco naturale è un luogo in cui si proteggono specie animali e vegetali rari, ma anche territori o paesaggi naturali che, in un contesto sempre più urbanizzato, sono diventati estremamente attrattivi da un punto di vista turistico. In questo senso il parco svolge, quindi, oltre a una rilevante funzione conservazionista, anche una meta di svago. Un luogo dove trascorrere le proprie vacanze a contatto con la natura. Dopo un lungo commissariamento non è stato facile far ripartire un Ente che ha come “mission” la tutela e valorizzazione di una bellissima area protetta. Adesso però il Taburno Camposauro sta diventando una meta ricercata, in quanto offre una serie di attrazioni “turistiche” di grande rilievo: la natura, appunto, il “mangiare sano di una volta”, i prodotti artigianali, i paesini arroccati nelle colline ecc. Di conseguenza l’Ente Parco sta obbligatoriamente svolgendo anche una funzione turistico-ricreativa. È stato necessario un grande lavoro, intervenendo soprattutto sulle criticità riscontrate nel tempo, anche per far capire alla popolazione residente che il parco non è fatto solo di vincoli».

 

Com’è cambiato il parco, che cosa offre oggi?
«Da quando mi sono insediato come presidente, ho cercato innanzitutto di fare sintesi tra le posizioni dei Comuni, componenti la Comunità del Parco, e le associazioni operanti sul territorio, cercando una strategia aggregante e di pari dignità per tutti i territori interessati. Grazie a una rinnovata collaborazione e sinergia istituzionale, stiamo compiendo un grande lavoro di rilancio. Posso dire con orgoglio che il Taburno Camposauro si sta risvegliando con la consapevolezza di essere una tra le più belle aree protette della Campania. La promozione del territorio viene sostenuta da una grande attività di marketing e comunicazione che ha a oggetto le nostre bellezze e si pone l’obiettivo di attirare sempre più turisti, amanti della montagna. L’offerta che stiamo proponendo come Ente Parco è diversa da quella delle zone costiere che si sviluppa solo per tre mesi all’anno: stiamo lavorando per creare un’offerta annuale diversificata in base alla stagione, ma comunque sempre fruibile. Questa deve essere la chiave di volta per potenziare il turismo green in un’area protetta. Potrei citare come esempio il lavoro che stiamo portando avanti per riqualificare e attrezzare più di 100 chilometri di sentieri, o ancora quello che ha a oggetto l’opera di manutenzione delle diverse aree pic-nic, inoltre stiamo allestendo ben 13 percorsi per appassionati di mountain bike. A tutto questo stiamo affiancando diverse attività di tipo culturale per offrire agli amanti della montagna anche una diversa visione dell’area protetta. È possibile affermare che il parco del Taburno Camposauro è un potente mezzo per la riscoperta e il rilancio del turismo green che si interseca con le mille identità locali e bene si inserisce, che e quindi non si pone in alternativa, nei processi di globalizzazione in atto. Sono fortemente convinto del grande potenziale di cui gode l’area protetta del Taburno Camposauro e, anche in chiave turistica, l’aumento dei fruitori dimostra che la strada intrapresa è quella giusta».

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