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Le fragole di Sofia, frutti dolci dell’innovazione

L’innovativo sistema di coltura sviluppato da Sofia Michieli nell’azienda di famiglia sta portando ottimi frutti. E anche molti premi. L’abbiamo incontrata per capire come è riuscita a sviluppare la sua impresa di successo.

di Alessandro Battaglia Parodi

Meno terreno, grande razionalizzazione dell’acqua e un’idea innovativa. Sono questi gli ingredienti del successo dell’impresa agricola di Sofia Michieli a Crespino, in provincia di Rovigo. È qui che sorge l’azienda di famiglia, fondamentalmente cerealicola, accanto alla quale Sofia ha affiancato quattro anni fa una serra innovativa che produce fragole di altissima qualità e a Km 0.
Le Fragole di Sofia si estende oggi su una superficie di 6mila metri quadrati di serra utilizzando la tecnica della coltivazione “fuori suolo” grazie un sistema mobile all’avanguardia che le è valso diversi premi, tra cui quello di Nomisma e Smau per l’innovazione.

Ci può raccontare in che cosa consiste quest’elemento di innovazione?
«Le fragole di Sofia è un marchio che identifica le fragole prodotte nella provincia di Rovigo in una serra tecnologica e innovativa che adotta pratiche di coltivazione sostenibili. L’azienda nasce nel 2018 con l’obiettivo di crescere nell’esperienza, attraverso la ricerca effettuata sul campo, creando una fragola di eccellenza, locale, in un’ottica di sostenibilità. Cerchiamo di essere all’avanguardia. Il nostro motto è infatti “crescere, coltivare, innovare”».

Innovare nel senso di produzione ecosostenibile?
«Sì, le nostre fragole sono coltivate in regime di lotta integrata, prediligendo i mezzi di lotta biologica e il lancio degli insetti utili per il controllo delle popolazioni di insetti dannosi. La nutrizione è gestita con un sistema tecnologico che controlla gli apporti in base al reale fabbisogno e riduce gli sprechi. Le fragole sono raccolte in due periodi, per circa cinque mesi all’anno, in primavera e in autunno. Il cuore dell’innovazione sta nel sistema “up and down”, utilizzato nei Paesi esteri, specie in Olanda, mentre in Italia è solo la seconda serra di questo tipo. Si tratta di un metodo di coltivazione che permette di ridurre l’occupazione del suolo, razionalizzare l’acqua e migliorare la qualità del lavoro».

Ce lo può spiegare?
«Il principio è molto semplice, le fragole sono coltivate su canaline sospese, cioè fuori dal suolo, che possono essere posizionate ad altezze differenti e sfasate su due livelli diversi. In questo modo si creano due piani colturali sospesi che alternativamente si alzano e si abbassano con un automatismo a tempo, creando condizioni di coltivazione ottimali in momenti diversi della giornata. Così, mentre una metà delle piante va su, l’altra scende a un livello più basso. La tecnica permette di risparmiare spazio e suolo, raddoppiando la portata del coltivato per unità di spazio. In più agevola il lavoro del personale addetto alla pulizia e alla cura delle piantine, che non deve più faticare e piegarsi a livello del suolo».

Ma non producete solo fragole…
«No, dagli scarti, dai frutti deformi e fuori calibro riusciamo a produrre anche succhi, confetture extra, smoothie e liquori. Tutti prodotti naturali, senza aggiunta di additivi coloranti e conservanti, quindi prodotti artigianali, realizzati con gli stessi principi di sostenibilità e genuinità perseguiti nella coltivazione delle fragole».

Immagino che la coltivazione di fragole di alta qualità, insieme alla sperimentazione e alla riduzione degli sprechi idrici e di suolo, abbia comportato un bell’impegno economico, soprattutto dal punto di vista della strumentazione tecnologica.
«Certamente, ma non abbiamo fatto tutto da soli, abbiamo usufruito della misura Psr Veneto “Misura 4 – Investimenti in immobilizzazioni materiali”. Misura che è stata molto importante per la realizzazione della serra. Siamo venuti a conoscenza del bando attraverso la nostra associazione di categoria, Confagricoltura. Ma ci sono molte altre misure interessanti offerte da Ismea, Regione Veneto e altre dedicate ai giovani e all’imprenditoria femminile, ma necessitano di essere approfondite in termini di applicabilità».

La pandemia avrà influito pesantemente sulla vostra produzione, sulle vendite e anche sull’e-commerce. Com’è andata?
«La pandemia ha creato molta incertezza sulle vendite a causa dell’imprevedibilità di mercato, per alterazione dei consumi, con conseguenti balzi repentini al rialzo e successivamente al ribasso del prezzo del prodotto fresco. Nonostante questa difficoltà, l’anno si è concluso con una buona media dei prezzi, sufficiente a remunerare i costi di produzione. L’e-commerce, per la vendita dei prodotti trasformati, è stato realizzato esattamente un anno fa e a oggi rappresenta una buona opportunità di mercato poiché ci permette di far conoscere i nostri prodotti in tutto il territorio nazionale, ma necessita di essere implementato, fatto conoscere e divulgato, come ogni attività nella sua fase iniziale».

Insomma, le opportunità ci sono…
«Le opportunità ci sono, e sono molte, ma non è facile usufruirne per le difficoltà di accesso al credito e, non di meno, per la difficoltà di accesso al know-how per gli investimenti rilevanti dal punto di vista tecnologico. Un’ulteriore difficoltà è l’incertezza di mercato che stiamo vivendo, che mette in discussione tutti i settori di produzione. Ma questo non deve essere un motivo per smettere di sognare e di provare a realizzare un progetto. Sono molte le fonti di informazione e aggiornamento, dalle associazioni di categoria, ai consulenti, alle riviste specializzate, fino ai siti di interesse della pubblica amministrazione. E ogni opportunità merita sempre di essere approfondita con un attento studio di fattibilità».



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