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L’accordo UE-Mercosur: una scommessa necessaria

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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Dal 1° maggio 2026 è entrato in vigore in via provvisoria il più grande accordo commerciale della storia recente dell’Unione europea. 

Vent’anni di trattative, un accordo storico

Nasce la più grande zona commerciale preferenziale del mondo con 700 milioni di persone, due blocchi che insieme rappresentano oltre un quarto del PIL globale, uniti da un accordo di partenariato tra l’Unione europea e il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). Un negoziato iniziato nel 2000 che ha attraversato crisi economiche, cambi di governo,questioni ambientali e resistenze settoriali. L’accordo politico era stato raggiunto il 6 dicembre 2024, e il via libera formale dei governi dei 27 Stati membri è arrivato il 9 gennaio 2026. Numeri e tempi che impongono una riflessione seria, lontana sia dai facili entusiasmi sia dalle opposizioni preconcette.

Le cifre della scommessa economica

Le proiezioni della Commissione europea sono ambiziose. Entro il 2040 l’accordo dovrebbe produrre un aumento del PIL europeo superiore a 77,6 miliardi di euro, incrementare le esportazioni annuali dell’UE fino a 50 miliardi di euro (+39%) e sostenere la creazione o il mantenimento di 600 mila  posti di lavoro in Europa.

Dietro questi numeri c’è soprattutto la rimozione di barriere tariffarie, oggi, ancora molto elevate sul versante sudamericano. Le imprese europee che esportano automobili verso il Mercosur si trovano attualmente a dover pagare dazi fino al 35%; per i macchinari industriali siamo tra il 14 e il 20%, per i farmaci fino al 14%. La riduzione progressiva di queste tariffe si tradurrà, secondo le stime della Commissione, in un risparmio di oltre 4 miliardi di euro l’anno per le aziende europee.

L’accordo, inoltre, apre alle imprese europee il mercato degli appalti pubblici nei paesi del Mercosur. Il solo mercato federale brasiliano vale oltre 8 miliardi di euro l’anno e, fino ad oggi, sostanzialmente precluso alle offerte straniere.

Materie prime critiche

La sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime critiche è un aspetto dell’accordo che rischia di passare in secondo piano nel dibattito pubblico, eppure è probabilmente il più rilevante nel medio periodo. Il Mercosur è un fornitore fondamentale di risorse che l’Europa non produce autonomamente e di cui ha un bisogno crescente per portare avanti le transizioni verde e digitale. Un dato significativo è che l’UE importa dall’area Mercosur l’82% del niobio di cui ha bisogno, un metallo essenziale per la produzione di magneti, superconduttori utilizzati negli scanner MRI e nelle terapie oncologiche.

In un contesto geopolitico in cui la competizione per le materie prime si fa sempre più intensa – con la Cina che ha già consolidato posizioni dominanti in molti settori – garantirsi un accesso preferenziale e stabile a queste risorse non è un dettaglio tecnico, ma è una scelta di politica industriale e di sovranità economica. L’accordo con il Mercosur consente all’Europa di diversificare le catene di approvvigionamento, riducendo vulnerabilità che la crisi pandemica e le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno reso non più tollerabili.

La questione agricola

Il fronte più controverso dell’accordo riguarda l’agricoltura. Le organizzazioni di categoria, in particolare in Francia, Italia e alcuni paesi dell’Europa centrale, hanno espresso preoccupazioni legittime circa il rischio di un’invasione di prodotti sudamericani a basso costo, spesso prodotti con standard meno stringenti di quelli europei.

La Commissione risponde su più fronti. In primo luogo le aperture del mercato agricolo europeo sono contingentate e graduali: le importazioni di manzo dal Mercosur che beneficiano di dazi ridotti (7,5%) sono limitate a 99.000 tonnellate, pari all’1,5% della produzione annua UE. Per il pollame il tetto è di 180.000 tonnellate (1,3% della produzione europea), per il riso 60.000 tonnellate, per il miele 45.000 tonnellate.

In secondo luogo vale il principio assoluto della conformità agli standard sanitari.Nessun prodotto alimentare importato dal Mercosur può entrare nel mercato europeo se non rispetta gli stessi requisiti igienico-sanitari dei prodotti europei. Questo significa che carne trattata con ormoni o antibiotici vietati nell’UE resta fuori. La Commissione ha annunciato il rafforzamento dei controlli, sia nei paesi esportatori che alle frontiere europee.

In terzo luogo è previsto un meccanismo di salvaguardia nella ipotesi in cui le importazioni dovessero causare, o anche solo minacciare di causare, danni seri a specifici settori agricoli europei. L’UE, infatti, può intervenire rapidamente per bloccare o ridurre le importanzione e prevede anche un fondo di sicurezza da 6,3 miliardi di euro nel prossimo bilancio pluriennale europeo, destinato a proteggere gli agricoltori da eventuali perturbazioni di mercato.

L’accordo è tutt’altro che penalizzante per l’agroalimentare europeo. Attualmente le esportazioni agricole dell’UE verso il Mercosur scontano dazi elevatissimi: vino fino al 35%, olio d’oliva fino al 31,5%, formaggi al 28%, cioccolato al 20%. La loro riduzione progressiva consentirà un incremento delle esportazioni agroalimentari europee verso il Mercosur di circa il 50%, per un valore aggiuntivo stimato in 1,2 miliardi di euro. Viene anche garantita la protezione delle Indicazioni Geografiche europee, strumento fondamentale per tutelare prodotti d’eccellenza come il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma o il Brunello di Montalcino dall’imitazione concorrenziale.

Oltre il libero scambio

L’accordo non è solo un trattato commerciale, è uno strumento di politica estera che afferma un modello di globalizzazione fondato su regole condivise.

I paesi del Mercosur si impegnano formalmente a rispettare e implementare l’Accordo di Parigi sul clima. L’accordo contiene impegni concreti e misurabili sulla preservazione della biodiversità e sul contrasto alla deforestazione – un tema cruciale per l’Amazzonia brasiliana – nonché sul rafforzamento dei diritti dei lavoratori e sulla responsabilità d’impresa. Vengono rafforzate anche le tutele della proprietà intellettuale, un settore che vale oltre il 47% del PIL europeo e oltre l’80% delle esportazioni UE.

Quanto questi impegni siano vincolanti nella pratica è una domanda legittima, e la risposta dipenderà in larga misura dalla volontà politica di entrambe le parti e dalla capacità dell’UE di mantenere alta la pressione attraverso i meccanismi di monitoraggio previsti. D’altronde rinunciare a un accordo che include queste clausole non avrebbe fatto avanzare né la causa ambientale né quella dei diritti sociali.

Il segnale geopolitico

Il valore simbolico e strategico dell’accordo nel quadro della politica commerciale globale non può e non deve essere ignorato. In un momento in cui il protezionismo americano si fa più aggressivo e la Cina consolida la propria influenza nell’America Latina attraverso investimenti infrastrutturali e accordi bilaterali, l’UE afferma la propria capacità di costruire alleanze commerciali di lungo periodo fondate su regole, standard e valori condivisi.

L’accordo manda, come sottolinea la stessa Commissione, un «Segnale potente in favore del commercio basato sulle regole e contro il protezionismo».È una presa di posizione con conseguenze concrete su chi controlla le catene del valore globali nei prossimi decenni.

Un compromesso necessario

L’accordo UE-Mercosur è un testo complesso, frutto di un negoziato durato un quarto di secolo, che non soddisfa pienamente nessuno. Questo nella logica diplomatica è un indice di un compromesso accettabile. Chi sperava in un’apertura totale dei mercati agricoli dovrà fare i conti con i contingenti e le salvaguardie. Chi temeva un’invasione di carne sudamericana potrà verificare che le quote sono calibrate e i controlli sanitari rinforzati. Chi voleva impegni ambientali vincolanti avrà clausole da monitorare con attenzione.

D’altronde rimanere fuori da questo accordo certamente avrebbe avuto un costo economico per le imprese europee escluse da un mercato di 295 milioni di persone, strategico per la perdita di influenza in una regione sempre più contesa, e valoriale per la rinuncia a includere standard climatici e sociali in un accordo che vincola uno dei Paesi con la più grande foresta tropicale del mondo.

L’Europa ha scelto di essere presente e di definire le regole del gioco piuttosto che subirle. Valutare se questa scelta si rivelerà saggia dipenderà dall’attuazione concreta dell’accordo, dalla vigilanza delle istituzioni e dalla volontà politica di far rispettare gli impegni presi.

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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