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La sporca guerra ai prodotti italiani

Dietro al dibattito europeo sul Nutri-Score c’è uno scontro economico tesissimo. Il sistema di etichettatura a semaforo è infatti fortemente voluto da multinazionali e grande distribuzione d’oltralpe per promuovere i propri prodotti a spese di quelli italiani. Che da sempre dominano i mercati.

di Alessandro Battaglia Parodi

Si infiamma lo scontro a Bruxelles sul Nutri-Score, il sistema di etichettatura a semaforo che indica il grado di salubrità degli alimenti. Italia in prima fila, ma anche Repubblica Ceca, Cipro, Grecia, Lettonia, Romania e Ungheria, si battono affinché questo criterio, giudicato fuorviante per i consumatori e penalizzante per molte eccellenze della nostra tavola, non venga adottato dall’Unione europea. Che comunque, alla fine del 2022, introdurrà un’etichetta informativa per i prodotti alimentari, obbligatoria e uniforme su tutto il suo territorio.
L’obiettivo è permettere al consumatore di conoscere in maniera sintetica e veloce i valori nutrizionali di un alimento, cosa già possibile ma più complicata, grazie alla lista degli ingredienti presente sugli incarti dei cibi confezionati secondo il Regolamento 1169 del 2011.
Così il Nutri-Score, con la sua scala cromatica divisa in cinque gradazioni dal verde al rosso, abbinata a una scala alfabetica dalla A alla E, potrebbe diventare legge per tutti gli Stati membri. Si tratta di un sistema che appalta tutta la sua efficacia all’impatto visivo e all’universalità dei colori del semaforo, appunto. Intuitivamente i cibi contraddistinti con il verde e con la lettera “A” sono da preferire a quelli “rossi” e indicati con la lettera “E”. L’assegnazione del punteggio è basata sul livello di zuccheri, grassi e sale contenuti in 100 grammi di prodotto. Semplice, no?

Andare per le spicce

A dir il vero è proprio questa presunta semplicità il punto debole del Nutri-Score. Il timore è che l’etichetta a semaforo sia percepita come un giudizio secco sulla salubrità di un determinato prodotto, prescindendo dalla quantità e dalla frequenza di assunzione all’interno di un regime alimentare vario ed equilibrato.
Il criterio del Nutri-Score, cosa davvero paradossale, rischia per esempio di assegnare un punteggio basso (codice colore rosso o arancione) a 100 grammi di prosciutto crudo e, all’opposto, un punteggio più alto e favorevole a 100 grammi di patine fritte surgelate che, in ogni caso, verrebbero mangiate in un quantitativo ben superiore ai miseri 100 grammi. Insomma il colore verde, comunemente associato al benessere, alla salute e al “biologico”, può indurre il consumatore a credere di potersi cibare a briglia sciolta di alimenti suppostamente più sani. Ma che tanto sani non sono.
A un’analisi più approfondita il Nutri-Score appare dunque per quello che è: un sistema classificatorio un po’ rigido che non informa e non aiuta a focalizzarsi sulle quantità, ma semplicemente assegna una valutazione di merito agli alimenti. Come se esistessero cibi buoni e cibi cattivi in assoluto. Cioè senza considerarli in un contesto nutrizionale e di fruizione più ampio.
A conti fatti una bella distorsione della logica o anche solo del buon senso. Se l’intento di fondo è contenere, attraverso una corretta informazione, il costo sociale legato all’eccedenza ponderale di una popolazione ricca e sempre più sedentaria, il Nutri-Score sembra non essere assolutamente all’altezza.

Un sistema tutt’altro che oggettivo

Eppure sono parecchi i Paesi europei, Francia in testa, che lo hanno adottato volontariamente nella propria legislazione. Del resto il Nutri-score è una pensata tutta francese: dal 2013 un gruppo di ricerca in epidemiologia nutrizionale legato all’Università della Sorbona ha messo a punto un sistema facilmente comprensibile in grado di riassumere il valore nutritivo degli alimenti in una scala di cinque indicatori a cui coincidono cinque colori ispirati alle luci del semaforo e alle prime cinque lettere dell’alfabeto. Il punteggio finale, cioè l’abbinata di colore e lettera da apporre sulla confezione dell’alimento, è calcolato usando un algoritmo che assegna punti alle varie qualità nutrizionali: un alto contenuto di sale, per esempio, riduce i punti, mentre la presenza di proteine e fibre ne aggiunge. L’algoritmo è tarato in maniera diversa a seconda del tipo di prodotto: ce n’è uno specifico per le bevande, uno per i formaggi, uno per tutti i prodotti molto grassi, un altro per tutto il resto. Il ricorso a un algoritmo non rende, tuttavia, il sistema più oggettivo o scientifico, anzi.
La decisione di “premiare” o “punire” un determinato nutriente attraverso l’attribuzione di punti è una scelta, ragionata fin che si vuole, ma pur sempre una scelta. Quando è stato presentato il sistema, l’olio extravergine d’oliva rientrava nella categoria D, arancione, al penultimo posto, appena prima del rosso. Nell’agosto 2019, dopo furiose e sacrosante proteste, è stata cambiata la valutazione dello score con uno stratagemma, inserendo un fattore premiante per i condimenti di origine vegetale. Da quel momento l’olio extravergine è salito in classifica: da arancione (D) è diventato giallo (C). L’esempio fa capire chiaramente quanto il punteggio sia stabilito a tavolino, a seconda della volontà dei proponenti, e che un alimento può ottenere un avanzamento o subire una retrocessione in modo piuttosto arbitrario. Inoltre, al fine di assicurarsi il colore verde, i produttori potrebbero sostituire zuccheri e grassi, condannati senza appello dal Nutri-Score, con sostanze riformulate chimicamente che risultano meno caloriche. Ma che non necessariamente hanno una maggiore qualità nutrizionale. Sarebbe la vittoria dei cibi ultraprocessati, mentre sarebbero letteralmente sabotati quei prodotti alimentari che non rientrano nella griglia premiale del Nutri-Score e del suo algoritmo.

Attacco all’Italia e a tutto il Made in Italy

A questo punto non ci vuole molto a comprendere perché l’Italia sia nettamente contraria all’adozione del Nutri-Score. Gli eurodeputati italiani di schieramenti politici opposti sono, per una volta, tutti d’accordo: il semaforo alimentare penalizzerebbe a scaffale i prodotti gastronomici e agroalimentari del nostro Paese. E se il Nutri-Score venisse scelto dalla Commissione europea e reso obbligatorio nel 2023, potrebbero andare in rosso o in arancione molti formaggi e salumi nostrani ricchi di sali e grassi, ma assolutamente genuini.
Più in generale verrebbe bocciata l’intera dieta mediterranea che ricerca l’equilibrio nutrizionale non in un singolo prodotto, ma nella varietà e nella diversificazione alimentare quotidiana. Un patrimonio che bisognerebbe invece valorizzare e tutelare dalle discriminazioni di un sistema di etichettatura davvero troppo semplicistico.
Il problema ovviamente non è solo italiano ma anche di tanti altri Paesi europei. Certo è che l’Italia, con la sua schiacciante superiorità numerica di prodotti agroalimentari a denominazione d’origine venduti all’estero, avrebbe molto da perdere. Una qualità riconosciuta in tutto il mondo che si riflette nei numeri record delle esportazioni oggi attestate sull’impressionante cifra di 52 miliardi. Mettendo quindi un bollino rosso su molti dei nostri prodotti, a risentirne sarebbe proprio il nostro export. A spingere in questa direzione è la Gdo francese e tedesca che ha tutto l’interesse a vendere alimenti poverissimi con l’etichetta a semaforo, perché loro stessi ne producono molti a marchio proprio.

Un’alternativa esiste

Appurata la scarsa scientificità del Nutri-Score e la sua pochezza educativa, emergono dunque le vere ragioni, che sono sempre commerciali. Cioè di mercato. Non è un caso che persino l’Antitrust abbia avviato cinque istruttorie sull’uso del Nutri-Score già adottato volontariamente da parte delle società italiane Gs, Carrefour Italia, Pescanova e Valsoia, delle società francesi Regime Dukan e Diet Lab, della società inglese Weetabix e di una casa tedesca di caramelle. L’allarme è scattato perché il Nutri-Score con la sua semplificazione estrema di indicazioni salutistiche e nutrizionali importantissime è effettivamente in grado di fuorviare e ingannare i consumatori modificando sensibilmente le loro decisioni di acquisto.
Proprio a difesa della dieta mediterranea, del Made in Italy e dell’intera filiera agroalimentare, l’Italia si sta muovendo energicamente proprio in questi ultimi tempi per irrobustire una coalizione a supporto di un sistema armonizzato. E intanto il fronte del no al Nutri-Score si sta allargando: la Spagna sta rivedendo la sua posizione iniziale e persino in Francia alcuni produttori di eccellenze gastronomiche sono ora dubbiosi rispetto all’efficacia dell’etichetta a semaforo.
Eppure le alternative ci sarebbero. Come la proposta tutta italiana del NutrInform Battery, un’etichetta che indica la percentuale di energia e nutrienti rispetto alla porzione consigliata. Sicuramente un sistema meno immediato del Nutri-Score, ma capace almeno di fornire un’informazione più realistica e corretta su ciò che realmente mangiamo.

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