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La managerialità non si assume, si costruisce

Paolo Stampacchia e Marco Bartolelli

Paolo Stampacchia e Marco Bartolelli

Paolo Stampacchia professore Ordinario in quiescenza di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha svolto una lunga attività accademica e scientifica, con insegnamenti su strategia, internazionalizzazione e governo d’impresa. Autore di numerose pubblicazioni, ha affiancato alla ricerca un’intensa attività di consulenza per imprese e istituzioni, operando su sviluppo strategico, innovazione e valorizzazione dei sistemi territoriali. Marco Bartolelli economista e consulente senior attivo nei campi dell’economia sociale e circolare, della sostenibilità e dello sviluppo territoriale. Si occupa di progettazione strategica, fondi europei, innovazione organizzativa e valorizzazione dei territori, con particolare attenzione ai temi dell’agricoltura, dell’ambiente, della cultura e della governance dei sistemi complessi. È Vice Direttore del Dipartimento Management, Finanza Sostenibile ed economia circolare del Consorzio Universitario Humanitas.
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Competenze, processi interni e crescita del terziario – perché le PMI italiane restano piccole anche quando crescono.

C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il tessuto produttivo italiano da almeno trent’anni, e che i dati più recenti tornano a segnalare con una precisione scomoda. Le piccole e medie imprese italiane sanno fare cose straordinarie. Sanno produrre con una qualità che il mondo ci invidia, costruire relazioni commerciali durature, reggere cicli avversi con una resilienza che sorprende gli analisti. Eppure non crescono. O meglio: crescono per addizione – più dipendenti, più fornitori, più mercati – senza mai diventare strutturalmente più forti. Quando arriva una pressione seria – una crisi di filiera, un cambiamento tecnologico, un ricambio generazionale improvviso – si scopre che sotto la superficie di un’impresa che sembrava solida non c’era un sistema di governo, c’era la volontà di un singolo.

Il dato che Confcommercio ha portato all’attenzione pubblica nel maggio 2026 non lascia spazio a letture consolatorie: le PMI italiane possono aumentare produttività e capacità competitiva portando dentro l’impresa competenze manageriali stabili, non semplicemente aggiungendo personale. Il nodo riguarda in primo luogo il terziario di mercato, che oggi rappresenta quasi il 58% del valore aggiunto nazionale e la quota più larga della nuova domanda di lavoro. È il cuore dell’economia italiana. Ed è esattamente lì che il deficit manageriale pesa di più, perché nei servizi, a differenza della manifattura, non esiste un prodotto fisico che compensi con la sua qualità l’assenza di un processo ben governato. C’è solo la prestazione, e la prestazione è sempre la somma di ciò che l’organizzazione sa fare in modo ripetibile.

Il punto non è la scarsità di talento individuale. I manager italiani, presi singolarmente, non hanno nulla da invidiare alle loro controparti europee. Il problema è strutturale e ha un nome preciso: la managerialità nelle PMI italiane è stata storicamente trattata come una risorsa personale da assumere, non come una capacità organizzativa da costruire. Si cercava il direttore commerciale brillante, il responsabile della produzione esperto, il CFO che conosceva i numeri. Si assumeva una persona e ci si aspettava che quella persona portasse con sé il sistema. Una persona, però, non è un sistema. Una competenza individuale, per quanto eccellente, non genera valore strutturale se non viene innestata su un’architettura di processi che la renda replicabile, trasmissibile, misurabile.

Questa distinzione – tra competenza personale e capacità organizzativa – è il nucleo del problema. Ed è anche il punto in cui la riflessione manageriale più avvertita si separa nettamente dalla retorica della formazione intesa come aggiornamento professionale. Non si tratta di mandare i propri quadri a fare corsi. Si tratta di ridisegnare il modo in cui l’impresa funziona: i flussi decisionali, le sequenze operative, i meccanismi di coordinamento tra funzioni. La formazione, da sola, non cambia un’organizzazione se quell’organizzazione non ha mai messo a fuoco come il proprio lavoro si traduce in valore per il cliente.

Le regole di funzionamento di un’impresa si chiamano processi.

La visione gestionale che questa rubrica ha scelto come filo conduttore, quale la gestione per i processi non è una tecnica applicabile a certi settori e non ad altri. È la lente attraverso cui un’organizzazione riesce a vedere sé stessa con sufficiente chiarezza da potersi migliorare. Un’impresa di servizi che non ha mai mappato il proprio processo di erogazione – dalla prima interazione con il cliente fino alla verifica della sua soddisfazione – non sa con certezza dove il valore si genera e dove si disperde. Opera per approssimazione. Quando le cose vanno bene, tende ad attribuire il merito alle persone; quando vanno male, attribuisce la colpa alle stesse persone. Eppure il più delle volte il problema non è nelle persone, è che nessuno ha mai progettato il processo in modo che le persone possano eccellere dentro di esso.

Il dato di Confcommercio indica una direzione terapeutica precisa: non più personale, ma più managerialità stabile. La distinzione è cruciale in un contesto come quello attuale, in cui il mercato del lavoro nelle aree a maggiore densità di PMI registra una domanda di personale difficilmente soddisfatta e costi unitari crescenti. Assumere per crescere, in questo scenario, è una strategia che si deteriora rapidamente. La vera leva competitiva non è la quantità delle risorse umane disponibili, è la qualità del sistema in cui quelle risorse operano. Un’impresa con dieci persone e processi chiari produce più valore e più durevolmente di un’impresa con trenta persone e una struttura operativa informale affidata alla buona volontà individuale.

Questo non significa che la dimensione non conti, o che le PMI debbano aspirare a diventare grandi imprese. Significa esattamente il contrario, le PMI possono rimanere PMI con tutti i vantaggi di velocità, prossimità e identità territoriale che questa dimensione porta con sé, a condizione di smettere di gestire la propria organizzazione come se fossero piccole imprese artigianali, cioè sistemi tenuti insieme dalla presenza fisica e dall’autorità carismatica del titolare. Il momento in cui un’impresa supera una certa soglia dimensionale – di fatturato, di mercati serviti, di complessità delle commesse – quella modalità di governo non scala più. Non perché il titolare valga meno, ma perché nessuna singola persona è in grado di essere il processo.

La Legge annuale sulle PMI entrata in vigore nell’aprile 2026 ha riconosciuto questa urgenza collocando dentro il quadro normativo strumenti per il trasferimento generazionale delle competenze e per le aggregazioni tra imprese minori. È un segnale che il problema ha raggiunto visibilità politica, ma le norme creano condizioni e non sistemi. La costruzione di un sistema manageriale stabile – fondato su processi governabili, responsabilità distribuibili, prestazioni misurabili – rimane un lavoro interno all’impresa, che richiede consapevolezza prima ancora che risorse.

Ed è qui che risiede la ragione di un moderato ottimismo. Le PMI italiane che hanno attraversato questa transizione – che hanno smesso di considerare la managerialità come il carattere di una persona e hanno iniziato a costruirla come caratteristica dell’organizzazione – raccontano invariabilmente la stessa esperienza. La chiarezza è liberatoria. Quando un’impresa sa come funziona, il titolare smette di essere l’unico che tiene tutto insieme e diventa il soggetto che orienta la direzione. I collaboratori smettono di aspettare istruzioni su ogni dettaglio e iniziano a prendere decisioni nel perimetro della propria responsabilità. I clienti percepiscono una qualità più costante, meno dipendente da chi, quel giorno, ha avuto la fortuna di essere nel posto giusto.

Quella chiarezza non arriva dall’esterno. Non si compra con un software, non si importa con una consulenza esterna, non si ottiene con un corso di formazione. Si costruisce dall’interno, con il coraggio di guardare come l’impresa funziona davvero – non come si vorrebbe che funzionasse – e con la pazienza di riprogettarne i meccanismi uno alla volta. È un lavoro lento, spesso poco spettacolare, quasi sempre scomodo, ma è l’unico che, alla fine, rende un’impresa davvero più forte. Non perché ha trovato persone migliori. Perché ha costruito un sistema che vale più della somma delle persone che lo abitano.

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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