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Un bando CERV da 12 milioni di euro per costruire alleanze transnazionali tra enti locali: non “gemellaggi” di facciata ma percorsi partecipativi che mettono in relazione cittadini, amministrazioni e società civile su valori europei, inclusione, contrasto all’odio e nuove forme di partecipazione culturale.
Quando si tratta di Europa si sente non di rado parlare di “partecipazione”. Spesso però resta solo una formula, un’etichetta adatta solo per i convegni. Il bando Networks of Towns (CERV-2026-CITIZENS-TOWN-NT) del gruppo CERV (noi di Acta abbiamo già trattato del Gender Equality Call, CERV-2026-GE, QUI) prova a spostare l’asse: dalla partecipazione dichiarata alla partecipazione praticata. L’idea è semplice e, proprio per questo, ambiziosa: costruire reti transnazionali di città che lavorino insieme su valori europei, coesione sociale, inclusione e contrasto a polarizzazione e odio, mettendo i cittadini non come “pubblico” ma come parte del processo. Non un evento isolato ma una sequenza di incontri e attività capaci di sedimentare relazioni, linguaggi e strumenti comuni tra territori.
Che cosa finanzia in concreto
Il bando sostiene progetti “event-based” che ruotano attorno a workshop, seminari, conferenze, incontri pubblici, consultazioni, attività formative e momenti ad alta visibilità, purché tengano insieme due elementi: la dimensione europea (scambio tra Paesi, sguardo comparato, circolazione di pratiche) e la dimensione locale (problemi reali, comunità reali, partecipazione reale). Le priorità sono ampie e attualissime: promozione della cittadinanza europea e dei valori democratici; benefici della diversità e lotta a discriminazioni e razzismo; coinvolgimento attivo dei cittadini (anche dei più giovani) nei processi decisionali e nella vita pubblica; prevenzione della violenza e dell’odio, inclusi fenomeni di bullismo e cyberbullismo; partecipazione democratica attraverso cultura e iniziative territoriali, anche in linea con sensibilità New European Bauhaus. In altre parole un bando che considera la democrazia un fatto culturale oltre che istituzionale, e che chiede alle città di costruire dispositivi di dialogo invece di inseguire emergenze.
La misura nel dettaglio
Il cuore della misura sono le municipalità e le autorità locali/regionali, ma sono ammesse anche associazioni e federazioni non profit che rappresentano enti locali, inclusi comitati o reti legate ai gemellaggi. La condizione decisiva è il carattere transnazionale: serve un partenariato vero, non simbolico. Il requisito minimo prevede almeno 4 soggetti beneficiari (applicant) di almeno 4 Paesi eleggibili diversi, con almeno 2 Stati membri UE, e attività svolte almeno in 2 Paesi. È un bando che premia la capacità di costruire alleanze territoriali e continuità di cooperazione, non la solitudine progettuale.
La dotazione è di 12 milioni di euro. La scadenza è fissata al 16 aprile 2026 . Il contributo UE richiesto per progetto ha un minimo di 100.000 euro e non prevede un massimale prestabilito: la dimensione del progetto deve essere coerente con obiettivi, qualità e capacità di esecuzione.
Di particolare importanza è che non esiste una percentuale pre-determinata di agevolazione. Questo è un punto centrale perchè Networks of Towns finanzia tramite “lump sum”, cioè un contributo forfettario. Non un rimborso delle spese a consuntivo ma un importo determinato in fase di candidatura attraverso un calcolo basato sui parametri degli eventi (numero di partecipanti diretti e Paesi coinvolti, eventi in presenza o online). L’anticipo (prefinanziamento) è, di norma, pari al 60% del contributo massimo previsto, e poi si procede a saldo secondo le regole del Grant Agreement. È inoltre vietato il “cascading” (finanziamento a terzi): l’azione deve essere realizzata direttamente dai beneficiari del progetto.
Una misura che non “racconta” ma “fa funzionare”
L’aspetto più importante di Networks of Towns è nella sua richiesta implicita: non “raccontare l’Europa” ma “farla funzionare” nel luogo in cui spesso si inceppa: la vita quotidiana delle comunità. Una rete di città quindi non come pretesto ma metodo. Questo significa misurare come cambiano atteggiamenti e pratiche, creare formati replicabili, trasformare l’incontro in un’infrastruttura leggera ma stabile. E significa assumersi un rischio culturale: affrontare fratture, disinformazione, isolamento sociale, diseguaglianze di accesso senza ridurre tutto a comunicazione istituzionale. Il bando chiede alle città di tornare a essere “luoghi politici” nel senso più alto della sua definizone: dove si produce appartenenza senza escludere e dove la pluralità non è rumore ma materia di lavoro.
