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La grande svolta di Riesco

Riesco è uno splendido connubio di professionalità culinaria e integrazione sociale che ha potenziato il proprio business nella ristorazione grazie a un forte finanziamento da parte di Invitalia. E oggi può dare occupazione a 50 persone con disabilità su 110 lavoratori complessivi.

di Simona Rossi

 

Riesco è una cooperativa sociale padovana che offre servizi di ristorazione di alta qualità e opera coniugando armoniosamente la produttività e l’inclusione sociale. Nata nel 2005 dall’unione di tre realtà sociali del territorio, la cooperativa offre 2.200 pasti al giorno a una novantina di mense aziendali in Veneto e occupa 110 lavoratori, il 45% dei quali ha una disabilità psichica.
Riesco è stata finanziata con oltre 900.000 euro da Italia Economia Sociale, un programma di agevolazioni del Ministero dello Sviluppo economico finalizzato alla nascita e alla crescita di imprese che operano per il perseguimento di finalità di utilità sociale e interesse generale. Ne parliamo con il presidente della cooperativa Marco Chinello.

 

Riesco è l’espressione di una serie di innovazioni sociali connesse tra loro che sono state fortemente potenziate dal finanziamento ricevuto nel framework Smart Social Land. Perché avete deciso di riferire proprio a questo programma di Invitalia?
«
Cercavamo degli strumenti finanziari per potenziare le capacità industriali della nostra impresa sociale, che serve circa 100 realtà in tutto il Veneto; sapevamo della misura e abbiamo cercato un partner bancario che ci sostenesse. L’idea di riuscire a finanziare un insieme articolato di interventi e non solo l’acquisto di uno stabile ci ha convinti subito, perché era quello di cui avevamo bisogno. L’idea delle risorse a fondo perduto per una parte dell’intervento ci sembrava un premio che compensasse le fatiche che avremmo dovuto sostenere».

 

Quali sono stati gli ostacoli maggiori e quale sforzo ha richiesto l’istruttoria della domanda di finanziamento? Insomma, che cosa consigliereste a chi si approccia per la prima volta a questo genere di finanziamenti?
«
Mentiremmo se dicessimo che non è stato complicato. Soprattutto la mancanza di esperienze pregresse ci ha reso il percorso più difficile. Abbiamo la fortuna di poter disporre all’interno del nostro organico di competenze in grado di sostenere questo tipo di complessità, ma abbiamo sicuramente apprezzato il dialogo che si è determinato con i funzionari di Invitalia, realmente interessati a farci realizzare il progetto e anche la disponibilità del partner bancario a mettersi in gioco con noi. Il consiglio è quello di raccogliere informazioni sui progetti realizzati per disegnare la richiesta in modo da riuscire a ottimizzare tutte le opportunità e per poter gestire adeguatamente gli imprevisti inevitabili quando si “cantierizza” un progetto».

 

Quali sono state le ricadute benefiche del finanziamento di oltre 900.000euro? Cosa avete potuto costruire, progettare o comprare? In che modo e sotto quali aspetti questo supporto economico vi ha permesso di fare il salto di qualità come impresa sociale?
«Il finanziamento ci ha permesso di diventare proprietari dello stabilimento produttivo e di acquistare alcune attrezzature tecnologiche che ci hanno consentito di migliorare considerevolmente la competitività della nostra impresa. Gli scenari velocizzati dalla crisi pandemica costringono a investire in maniera importante, e questo vale anche per le imprese che hanno come mission quella dell’inserimento lavorativo di persone con disabilità. Peraltro, per noi che operiamo nel settore della ristorazione collettiva, potenziare il nostro stabilimento significa anche aumentare le possibilità occupazionali “speciali” rendendo gli inserimenti lavorativi in grado di esercitare un lavoro vero, utile, autonomo e sostenibile. Grazie a questo finanziamento abbiamo attivato, ad esempio, un nuovo sistema di lavaggio e sanificazione delle attrezzature che ha reso questo processo più sicuro e adeguato a valorizzare le autonomie potenziali di alcune persone con disabilità. Persone che, prima, in questo reparto erano di supporto, talvolta addirittura d’impaccio alla forza lavoro “normotipica”, ora sono gestori autonomi del processo. E anche il loro sorriso di soddisfazione ci fa pensare che stiamo facendo il giusto salto di qualità come impresa sociale. Di certo la nostra impresa è diventata più solida e sostenibile, migliorando la struttura e aprendo spazi per il lavoro e i percorsi di inserimento sociale di oltre 50 persone».

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