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Come insegnare l’inglese in modo inclusivo

Monica Perna, imprenditrice italiana pluripremiata, ha avuto successo grazie al suo metodo originale per imparare l’inglese in modo definitivo. Grazie alla tecnologia e a una visione aperta.

 

di Andrea Ballocchi

 

Imparare l’inglese per molti italiani è ancora un tabù. Così, l’Italia è al 26esimo posto su 35 Paesi europei per conoscenza dell’inglese. In molti ci hanno provato, iscrivendosi e partecipando a corsi in presenza e online, ma in moltissimi casi il risultato è stato nullo o quasi. Conscia di questa situazione, l’imprenditrice Monica Perna ha messo a punto un metodo efficace che ha riscosso un consistente successo. Lo dicono i numeri: più di 16mila studenti nel mondo hanno iniziato a parlare correttamente inglese in soli 45 giorni.

In soli 36 mesi ha creato una sua accademia il cui tratto distintivo, oltre all’efficacia e l’elevato tasso tecnologico (impiega anche il Metaverso) che caratterizza il metodo di apprendimento, è l’elevato numero di donne attive in Auge International Consulting. Più del 90% delle quaranta persone che operano nel “mondo Auge” è composto da donne. La sua impresa digitale in soli tre anni conta, oltre agli iscritti, un milione di utenti attivi.

Nominata tra le imprenditrici ambiziose e di successo del nuovo millennio da Women on Topp 2022, Monica Perna è tra le 50 manager italiane che la World Entrepreneurs Day 2022 GammaDonna ha definito le più innovative. Quest’anno è stata nominata tra le Fab50 di GammaDonna, ovvero tra le imprenditrici italiane più innovative del 2023. Sempre quest’anno ha ricevuto uno dei Mea (Middle East and Africa) Business Awards per la categoria Best English Language Coaching Provider – Uae.

Laureata in Interpretariato e traduzione e con un master internazionale in Management, Monica Perna ha studiato anche negli Stati Uniti d’America, dove ha conseguito un master per formatrice digitale. Ha iniziato l’attività imprenditoriale in Brianza, sua terra natale, ma ha poi deciso di fare il grande salto a Dubai dove oggi vive insieme al marito, Francesco Iannello, anche lui imprenditore online coinvolto nell’avventura di Auge International Consulting.

 

Monica, come nasce il metodo Auge?

«Il metodo Auge è l’acronimo di Achieve (raggiungere), Unforgettable (indimenticabile), Goals (obiettivi), Experiential learning (apprendimento esperienziale), e l’abbiamo creato con l’obiettivo di raggiungere obiettivi indimenticabili attraverso l’esperienza. È un metodo in continua evoluzione, focalizzato sulla finalità di mettere le persone nelle condizioni migliori di vivere l’esperienza di apprendimento in maniera “indimenticabile”. Ci siamo resi sempre più conto che le persone tendono a dimenticare quello che hanno imparato. Spesso chi si rivolge a noi ha cominciato un percorso di lingua inglese, l’ha portato avanti anche svariate volte, ma poi per molteplici ragioni han dimenticato tutto quello che han studiato. Noi vogliamo veramente mettere le persone nelle condizioni ottimali affinché quello che apprendono lo trattengano per sempre e lo possano mettere in atto. Abbiamo lavorato molto per mettere a punto un metodo efficace. Il nostro obiettivo è rispettare la nostra promessa: imparare a parlare inglese una volta per tutte. Come ci riusciamo? Attraverso l’esperienza e l’innovazione tecnologica. Il nostro metodo si basa su best practice di una serie di metodologie di apprendimento e di insegnamento impiegate in tutto il mondo. Abbiamo così tratto il meglio dagli insegnamenti per creare basi solide. Ci sono studi dell’Università di Harvard e dai più grandi atenei della Ivy League. Sono studi che comunque ci hanno consentito nel corso del tempo di capire quale fosse la formula perfetta proprio per sbloccare il potenziale di apprendimento individuale e trattenere quanto appreso».

 

Come entra in gioco il Metaverso?

«L’ambito del Metaverso lo stiamo studiando al fine di creare una realtà virtuale in grado di integrare quanto già svolgiamo. Il nostro metodo poggia molto sulla tecnologia, fin dal principio, ovvero l’apprendimento da remoto. La tecnologia è lo strumento chiave che ci permette di connettere la nostra facoltà, i nostri studenti, gli esperti, e il team preposto all’assistenza. La nostra azienda infatti agisce da remoto. La tecnologia che impieghiamo comprende tecniche di intelligenza artificiale, strumento abilitatore capace di permetterci di agire in maniera più rapida ed efficace nel mondo. Lavorare online significa essere veloci. Se sei lento sei fuori. L’Ai è uno strumento potenziante e basilare di un’impresa come la nostra che vuole essere al passo coi tempi e capace di anticipare i desiderata le esigenze di chi si rivolge a noi».

 

La sua prima attività imprenditoriale è partita anche grazie a un finanziamento pubblico. Che esperienza è stata?

«Ho avviato un’azienda dedicata alla formazione che ha operato con successo per sette anni in Brianza, anche se il contesto era su base territoriale. Era nata grazie un bando d’incubazione d’impresa della Provincia di Como. Esso prevedeva un corso al termine del quale c’erano delle sessioni di mentoring con dei professionisti che aiutavano il potenziale imprenditore a porre le basi per avviare la sua idea. Devo ammettere che è stata un’esperienza positiva, molto utile e arricchente. Mi ha fornito gli strumenti utili per fare il primo passo con fiducia, perché non era facile immaginarmi imprenditrice a poco più di vent’anni d’età. E poi per concretizzare quanto andava fatto».

 

Cosa ha significato passare da una realtà territoriale a una a livello globale? Dubai come si presenta?

«Sono arrivata a Dubai circa sei anni fa; all’epoca gli Emirati Arabi non erano poi così noti come lo sono oggi. Li abbiamo scelti dopo aver fatto un viaggio ed è stato amore a prima vista. Dubai è una città caratterizzata innanzitutto dall’estrema sicurezza. Qui non c’è bisogno di chiudere la porta di casa. Inoltre è molto pulita. Già queste due condizioni mettono nelle condizioni di lavorare al meglio. A queste due caratteristiche si aggiunge un altro pregio, il rispetto reciproco. Qui tutti sanno di essere ospiti, ma ci si sente accolti. È un ambiente stimolante, che spinge a essere sempre attivi, dinamici. Qui si deve correre, ma in maniera consapevole e questo permette di bruciare le tappe. Tutto qui funziona al meglio, ci sono i presupposti ideali per fare bene, per fare di più».

 

L’inclusività che valore rappresenta per lei?

«Siamo in oltre 40 professionisti che lavorano insieme ogni giorno e si connettono da continenti diversi, con fusi orari differenti. Ma non solo, il team è composto da persone con età e culture diverse. Questo è un aspetto fortemente inclusivo. Sembrerà banale, ma lavorare in un contesto simile è complesso ma estremamente arricchente, al punto di vista personale e professionale, caratterizzato da uno scambio culturale continuo. La stessa Dubai, dove viviamo, è un contesto estremamente inclusivo. Qui convivono più di 200 nazionalità. Ma non ci siamo fermati qui. Non ci siamo mai “spaventati” di assumere donne in attesa di un figlio. Ci è capitato spesso e ciò che abbiamo visto nella persona era il suo potenziale. Abbiamo detto loro di cominciare pure a lavorare con noi, dopo di che ci saremmo visti quando avrebbero ripreso l’attività lavorativa, con la certezza che quando avrebbero ripreso avrebbero avuto altre qualità utili anche per l’azienda. Magari la pazienza, che si acquista diventando neomamme, la capacità di gestire lo stress. Non vogliamo escludere a priori quelli che possono essere i grandi insegnamenti che ci offre la vita. Una ragazza che diventa madre si ritrova di fronte a tantissime sfide che affronta. Penso che più nella vita affronti difficoltà e più la vita ti risulterà facile. Sembra un paradosso, ma è così. Quindi considero la maternità un valore aggiunto, non un limite, come purtroppo capita di sentire. Altra condizione che noi non escludiamo a priori è l’età. Il fatto che una persona sia giovane e magari anche con poca esperienza, non significa che non possa riuscire a svolgere una determinata mansione. Anzi, a volte, in determinati compiti e situazioni, è meglio che non abbia troppa esperienza e troppe preclusioni, perché una persona che svolge una determinata mansione da tanti anni magari replicherà schemi già attuati all’interno di altre realtà. Invece chi è nuova, vive la condizione lavorativa come una novità e questo è anche fonte di innovazione».

 

Come definirebbe la sua impresa?

«Mi piace definirla come una realtà composta prevalentemente da donne che aiutano un pubblico composto prevalentemente da donne. Ora, probabilmente il fatto che il volto principale della nostra azienda sia io, funge da elemento di attrazione per un pubblico composto per oltre l’80% da un target femminile. La nostra azienda è composta da quasi il 90% da donne. Ciò mi rende particolarmente orgogliosa perché sono estremamente convinta del fatto che le donne abbiano moltissime capacità innate, ma molto spesso non valorizzate nel mercato del lavoro. Penso all’empatia, alla capacità particolarmente profonda nel leggere tra le righe, nel capire meglio le richieste e i timori velati dietro a un’e-mail o alle parole “non dette”».

 

 

 

 

 

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