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Pnrr e Italia: un successo possibile?

Una grande sfida per l’Italia e per il Sud in particolare. Il PNRR è anche l’insieme dei problemi storici, delle riforme necessarie e dei progetti d’investimento messi in campo. Ne parliamo con Umberto Ranieri, Presidente della Fondazione Mezzogiorno Europa. 

 

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è una sfida che l’Italia è in grado di cogliere?
Da trent’anni l’economia italiana perde terreno rispetto alla media dell’area europea. All’origine di tale situazione l’andamento della produttività che risulta essere molto più lento in Italia che nel resto d’Europa. Le cause sono molteplici: deficit infrastrutturale, una struttura del tessuto produttivo italiano caratterizzato da una prevalenza di piccole e medie imprese spesso lente nel muoversi verso produzioni di più alto valore aggiunto, la scarsa familiarità con le nuove tecnologie digitali che caratterizza anche il settore pubblico. 
Le risorse europee dovrebbero consentire l’accesso a finanziamenti a tassi di interesse bassi per investimenti pubblici nel campo dell’infrastrutturazione materiale dei trasporti, del digitale, dell’ammodernamento di scuole e ospedali, della messa in sicurezza del territorio. E di una ancor più forte infrastrutturazione immateriale con un rafforzamento dell’istruzione, della ricerca, della cultura. 
Qui valgono le parole di Mario Draghi: “quel che bisogna valutare, nel piano di riforme, è se un progetto è utile o no. Se supera test che riguardano il suo tasso di rendimento sociale oppure è semplicemente il frutto di una convenienza politica e di clientelismo”. 
La qualità dei progetti è dunque la frontiera sulla quale il Pnrr può fallire o segnare una svolta in positivo.

 

Molti commentatori sostenevano che non fosse tanto difficile ottenere i fondi europei quanto il riuscire a spenderli. La direzione presa fino ad ora è quella giusta?
La gestione delle risorse finanziarie sarà responsabilità dei ministeri e delle autorità locali che sono chiamate ad un impegno straordinario in termini di programmazione, organizzazione e gestione. Ce le faranno le istituzioni locali a reggere la prova? Gli ostacoli burocratici sono infiniti e la capacità di progettazione degli enti locali  soprattutto nelle realtà meridionali, appare allo stato insufficiente. 
Che fare? È necessario provvedere prima di tutto ad assunzioni di figure dotate di competenza e professionalità in grado di migliorare nettamente il rendimento della Pa a livello comunale e regionale. Per molti progetti del Pnrr, non solo in riferimento alle infrastrutture fisiche ma in particolare alla digitalizzazione e alla transizione ecologica, sarà necessaria la nomina di commissari con poteri di surroga in caso di lentezze e incapacità di progettazione. 
Occorrerà inoltre trovare forme di collegamento, di associazione, con la realizzazione dei progetti delle università e dei centri di ricerca.

 

Le riforme necessarie chieste dall’Europa, che parevano mancare nel piano del Governo Conte, oggi ci sono?
Si, l’osservazione è per molti versi giusta. La vera sfida è riuscire a impegnare e utilizzare le risorse disponibili con il Pnrr. Un problema che si pone in particolare nelle regioni meridionali. 
I fondi previsti per il Mezzogiorno sono ingenti. Il 40% delle risorse territorializzabili del Pnrr saranno destinate al Sud Italia. Si tratta di utilizzare queste risorse per attenuare i divari a livello di infrastrutture fisiche e digitali, ecologia, servizi pubblici: istruzione, sanità, pubblica amministrazione. 
L’esperienza dei fondi europei non utilizzati appieno o utilizzati male conferma la necessità di misure straordinarie da adottare di fronte a evidenti manifestazioni d’incapacità, a livello locale, nella realizzazione dei progetti previsti dal Pnrr.

 

Molte amministrazioni locali si dicono preoccupate per la gestione tecnica del Piano. Quale potrebbe essere la soluzione?
Il Piano predisposto dal governo Draghi è articolato in progetti d’investimento e riforme, queste ultime pensate per superare le debolezze strutturali che hanno rallentato la crescita e che non hanno soddisfatto la domanda di lavoro in particolare dei giovani e delle donne. 
Mi pare che in questa direzione riformatrice il governo si sia mosso nonostante le resistenze ai progetti di riforme emerse da interessi ristretti e spinte corporative, che abbiamo visto manifestarsi anche in questi mesi.

Come vede lei il Paese una volta conclusi gli investimenti del Piano?
Se le cose andranno per il verso giusto, nel senso che lo sforzo per i prossimi cinque anni, ovvero fino alla conclusione del Piano, si concentrerà sulla realizzazione di investimenti e riforme, il nostro Paese potrà venire fuori da problemi che si trascinano irrisolti da tempo e che si sono venuti aggravando. 
La realizzazione del Piano dovrebbe soprattutto ridurre il divario territoriale che continua a segnare la vicenda economica e civile dell’Italia. 
L’occasione per il Paese e per il mezzogiorno può essere definita storica. Guai a perderla. 
Vorrei ricordare le parole di Mario Draghi pronunciate nel presentare il suo governo: “Ritardi, insufficienze, miopi visioni di parte anteposte al bene comune peseranno direttamente sulla nostra vita. Soprattutto su quelle dei cittadini più deboli e sui nostri figli e nipoti. E forse non vi sarà più tempo per porvi rimedio”.

Intervista di Roberta Morosini e Marco Amore

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