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L’Unione europea apre una nuova finestra di finanziamento per uno dei nodi più delicati della politica industriale contemporanea: trasformare l’innovazione regionale in capacità produttiva, catene del valore e presenza sui mercati.
Le due call 2026 dello Interregional Innovation Investments Instrument, meglio noto come I3, mettono insieme 58,4 milioni di euro: 28,2 milioni per lo Strand 1 – I3-2026-INV1 e 30,2 milioni per lo Strand 2a – I3-2026-INV2a. Entrambe le misure si sono aperte il 13 maggio 2026 e chiuderanno il 12 novembre 2026 alle 17:00 CET, con valutazione prevista tra novembre 2026 e aprile 2027.
I3 è collocato nell’ambito del Fondo europeo di sviluppo regionale – ERDF/FESR e della politica di coesione ma ha una natura esplicitamente industriale: finanzia investimenti interregionali capaci di portare soluzioni già mature verso dimostrazione, adattamento, replicazione, scale-up e commercializzazione. La logica è quella del passaggio da TRL 6 a TRL 9: non più laboratorio, non ancora pieno mercato, ma quella fascia intermedia in cui molte innovazioni europee si fermano per mancanza di capitale, coordinamento industriale e connessione tra territori.
I3-2026-INV1
La prima misura, I3-2026-INV1 (Investimenti interregionali per l’innovazione, Strand 1) è dedicata agli investimenti in aree di specializzazione intelligente condivise o complementari. L’obiettivo è rafforzare la competitività e la resilienza delle catene del valore europee costruendo progetti interregionali che colleghino ecosistemi produttivi, imprese, cluster, università, centri di ricerca, autorità pubbliche e organismi intermedi.
È il bando più adatto a filiere già esistenti che devono essere consolidate, de-risked e portate a una scala superiore. Qui la parola chiave è competitività: l’Europa prova a trasformare le proprie specializzazioni regionali in vantaggio industriale continentale.
I3-2026-INV2a
La seconda misura, I3-2026-INV2a (Investimenti interregionali per l’innovazione, Strand 2a) ha invece un accento più marcatamente territoriale e coesivo. Il suo scopo è sostenere lo sviluppo di catene del valore nelle regioni meno sviluppate e migliorare l’integrazione degli attori dell’innovazione di questi territori nelle value chain europee.
In altri termini, mentre lo Strand 1 lavora soprattutto sulla competitività di filiere già riconoscibili, lo Strand 2a insiste sulla capacità delle regioni meno forti di entrare in reti produttive europee strutturate o di crearne di nuove. Il focus è evidente: evitare che la nuova politica industriale europea rafforzi soltanto i territori già competitivi.
Le priorità tematiche
Le tre priorità tematiche sono comuni a entrambe le call: transizione digitale, transizione verde e smart manufacturing. Nella transizione digitale rientrano soluzioni per la digitalizzazione delle imprese e dei servizi, intelligenza artificiale, cybersecurity, data economy, strumenti per l’accesso alla finanza e trasformazione digitale delle pubbliche amministrazioni. Nella transizione verde entrano decarbonizzazione industriale, economia circolare, efficienza energetica, energie rinnovabili, mobilità sostenibile, soluzioni nature-based e blue economy. Nello smart manufacturing si collocano linee pilota, testbed, robotica, digital twins, automazione avanzata, materiali sostenibili e sistemi produttivi più resilienti.
La struttura delle misure è significativa anche sul piano finanziario. Il contributo europeo è un grant a costi reali misti con rimborso al 70% per le principali categorie di costo e al 100% per il Financial Support to Third Parties – FSTP, cioè il sostegno finanziario a terzi tramite meccanismi di cascade funding. Le categorie di costo includono personale, subcontracting, viaggi e soggiorni, equipment, altri beni, lavori e servizi, sostegno finanziario a terzi e costi indiretti. Il FSTP può sostenere PMI esterne al consorzio, fino a 100.000 euro per destinatario, attraverso open call trasparenti e pubblicate ampiamente.
Questo elemento è cruciale. L’Europa consente di costruire una vera architettura di investimento diffuso: un progetto può diventare piattaforma, attrarre PMI, testare soluzioni, completare segmenti mancanti della catena del valore e far emergere nuovi casi d’uso. Tuttavia il cascade funding non è libero: i costi FSTP non possono superare il 30% dei costi eleggibili totali, le call devono rimanere aperte almeno due mesi e l’esito deve essere reso pubblico. Inoltre almeno il 70% dei costi diretti eleggibili deve essere allocato a investimenti in imprese, con focus sulle PMI, e almeno il 50% dei costi eleggibili totali deve essere sostenuto in regioni meno sviluppate.
Il punto di vista operativo
Le attività finanziabili sono molto vicine al mercato: dimostrazione, testing, piloting, validazione su larga scala, market replication, adattamento di prototipi esistenti, sviluppo di portafogli di progetti close-to-market, uso complementare di infrastrutture di test e dimostrazione, servizi per la costruzione di business investment case, rimozione di colli di bottiglia normativi o tecnici, advisory per piani di investimento e go-to-market. È esplicitamente esclusa la prototipazione ex novo: il progetto deve partire da una soluzione già matura e dimostrare un percorso credibile verso l’adozione industriale.
La differenza tra le due misure è quindi meno formale di quanto sembri. I3-2026-INV1 guarda alla capacità delle regioni europee di unire specializzazioni intelligenti complementari per rafforzare catene del valore già riconoscibili. I3-2026-INV2a guarda invece al punto più fragile della geografia industriale europea: l’inclusione di territori con minore capacità di assorbimento tecnologico nelle reti produttive continentali.
In sintesi: Strand 1 serve a rendere più robuste e competitive le value chain europee, Strand 2a serve a fare in modo che le regioni periferiche non restino semplici consumatrici di innovazione prodotta altrove.Le attività finanziabili sono molto vicine al mercato: dimostrazione, testing, piloting, validazione su larga scala, market replication, adattamento di prototipi esistenti, sviluppo di portafogli di progetti close-to-market, uso complementare di infrastrutture di test e dimostrazione, servizi per la costruzione di business investment case, rimozione di colli di bottiglia normativi o tecnici, advisory per piani di investimento e go-to-market. È esplicitamente esclusa la prototipazione ex novo: il progetto deve partire da una soluzione già matura e dimostrare un percorso credibile verso l’adozione industriale.
Un’opportunità strategica per l’Italia meridionale
Le due misure I3 2026 hanno un rilievo particolare soprattutto per il Mezzogiorno e per le regioni classificate come meno sviluppate o in transizione. Lo Strand 2a appare costruito per territori come questi in quanto mira a far entrare regioni con minore capacità industriale e tecnologica dentro catene del valore europee già strutturate o in formazione. Per regioni come Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia e per le regioni in transizione come Abruzzo, Marche e Umbria il bando può diventare uno strumento concreto per trasformare le strategie di specializzazione intelligente in investimenti produttivi, trasferimento tecnologico, attrazione industriale e rafforzamento delle PMI.
La vera posta in gioco è costruire un ruolo più stabile del Sud e delle aree intermedie nella nuova geografia industriale europea. Troppo spesso queste regioni restano ai margini dei processi di innovazione: partecipano come territori beneficiari ma non come nodi attivi delle filiere. Lo Strand 2a prova a correggere questa asimmetria chiedendo che le regioni meno sviluppate e in transizione assumano funzioni concrete e sostenibili nelle catene del valore: produzione, testing, validazione, applicazione industriale, servizi tecnologici, competenze specialistiche, capacità di assorbimento e successivi investimenti.
Non solo Sud
In questo quadro anche le regioni più forti del Centro-Nord possono avere un ruolo decisivo, soprattutto nello Strand 1, come nodi tecnologici, produttivi o di mercato capaci di guidare catene del valore europee più integrate.
Per l’Italia la sfida è usare I3 come una leva per collegare manifattura avanzata, transizione verde, digitale e specializzazioni territoriali, facendo del Mezzogiorno una piattaforma produttiva e tecnologica dentro le filiere europee.
Il consorzio come vero banco di prova
La costruzione del consorzio è uno degli elementi decisivi delle due misure, perché I3 non finanzia partenariati puramente formali ma architetture industriali interregionali.
Per I3-2026-INV1 il partenariato deve essere più ampio: almeno 5 entità indipendenti stabilite in 5 regioni diverse di almeno 3 Paesi ammissibili, con almeno 2 entità provenienti da regioni meno sviluppate. Per I3-2026-INV2a, invece, la soglia minima è più contenuta ma più mirata: almeno 3 entità indipendenti in 3 regioni diverse di almeno 2 Paesi ammissibili, con almeno una entità stabilita in una regione più sviluppata.
In entrambi i casi il capofila deve essere un ente pubblico, una organizzazione non profit oppure un soggetto incaricato da autorità nazionali o regionali di sviluppare o attuare azioni di innovazione e investimento per le PMI, come cluster, partenariati pubblico-privati, agenzie di sviluppo o agenzie per l’innovazione.
La ratio è chiara: le imprese, e soprattutto le PMI, devono essere protagoniste del deployment e dello scale-up, ma il coordinamento deve essere affidato a un attore capace di tenere insieme interesse pubblico, specializzazione territoriale e traiettoria industriale. La qualità del consorzio diventa quindi il primo indicatore della credibilità del progetto.
La parola “innovazione” non basta più
Bruxelles chiede che l’innovazione diventi investimento, che l’investimento generi filiere e che le filiere producano capacità industriale distribuita, non concentrata solo nei territori già forti. È qui che le due misure acquistano particolare significato: provano a correggere una fragilità strutturale dell’Europa ovvero la difficoltà di trasformare conoscenza, ricerca e specializzazione regionale in scala produttiva, presenza sul mercato e autonomia competitiva.
Il messaggio per imprese, cluster e territori è netto: i progetti migliori saranno quelli capaci di indicare dove si collocano nella catena del valore quale collo di bottiglia rimuovono, quale tecnologia portano a mercato e quali investimenti successivi possono mobilitare.
