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I preziosi diamanti della rigenerazione montana

Ripopolamento, integrazione e supporto alle giovani generazioni sono il cuore pulsante di tanti progetti volti allo sviluppo dei territori montani. Un giacimento ricco di gemme interessantissime, come ci racconta Andrea Membretti.

di Simona Rossi

 

Il Pnrr sottolinea l’importanza di una transizione ecologica che garantisca efficienza e resilienza al sistema paese. La pianificazione strategica per le aree montane e marginali potrebbe essere una chiave di volta in questo senso. Ne parliamo con Andrea Membretti, docente di Sociologia all’Università di Pavia, tra i fondatori della associazione Riabitare l’Italia e studioso della materia.

 

A Torino esiste lo sportello Vivere e lavorare in montagna, un servizio gratuito di mentorship, networking e matching con enti interessati a supportare, attraverso strumenti di microcredito e finanza etica. Com’è nato?
«Lo sportello è una sperimentazione che dura ormai da cinque anni, un progetto nato dal basso ma che ha destato l’attenzione della Città Metropolitana di Torino, che oggi lo finanzia, ed è animato da attori importanti quali il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino, il centro per l’innovazione sociale SocialFare e il Mip (Mettersi In Proprio, ndr), il sistema regionale di accompagnamento alla creazione di impresa e al lavoro autonomo in Piemonte. Il servizio è attivo e intercetta la “domanda di montagna” in continua crescita, sia come conseguenza della pandemia ma, già da prima, come ricerca di un miglioramento della qualità della vita. Lo sportello funziona, insieme a una rete di service provider, per tutti coloro che vogliono trasferirsi in montagna offrendo supporto a 360 gradi, dall’indicazione delle aree disponibili, alla risoluzione dei problemi insediativi, dalla facilitazione dei processi di ristrutturazione fino alla stesura di business plan per avviare attività economiche sostenibili con relativa indicazione in merito a finanziamenti disponibili. La sperimentazione è sicuramente trasferibile in altri contesti e stiamo studiando un progetto gemello sul versante appenninico».

 

L’esperienza dello sportello a supporto della domanda di montagna sembra naturalmente collegata a quella del progetto Matilde Come queste due esperienze possono essere considerate i due volti di una stessa medaglia?
«Cominciando dalle differenze possiamo sottolineare sicuramente la dimensione di progetto. “Vivere e lavorare in montagna” è un servizio regionale dedicato al Piemonte, mentre il Progetto Horizon2020 Matilde coinvolge 10 Paesi e 25 partner. L’altra differenza è riscontrabile nella categorizzazione dei beneficiari di progetto e quindi nell’analisi dei bisogni alla base dello sviluppo delle attività progettuali. Lo sportello si rivolge ai migranti interni che vogliono spostarsi da una zona d’Italia all’altra, dalla città alla montagna. Matilde è uno studio con focus sui flussi migratori extraUe, che analizza l’impatto comparato della presenza straniera nelle zone montane e rurali a livello Ue. Sicuramente il filo conduttore che accomuna i due progetti è la dimostrazione pratica di processi rigenerativi specificamente dedicati alle aree montane marginali, centrati sulla variabile demografica».

 

Quali elementi di Horizon Europe secondo lei sarebbero in linea con le tematiche del ripopolamento, del supporto alle giovani generazioni e dell’integrazione?
«Uno degli slogan del programma Horizon Europe riferisce ai meccanismi di derivazione Onu “none left behind”. Una frase che può essere ricollegata direttamente al concetto di diseguaglianza. E uno degli obiettivi di questo importante programma europeo è proprio quello di mitigare le disuguaglianze nei territori e tra i territori. La lotta alle disuguaglianze è uno dei principi alla base delle politiche d’integrazione europea, laddove sacche di marginalità possono costituire linfa vitale per espressioni populistiche e antieuropeiste, così come l’abbandono da parte delle istituzioni dei cosiddetti “luoghi dello scontento” che può creare derive di degrado socioeconomico a svantaggio dell’intero sistema Paese e dell’intera Unione. Questi luoghi sono invece portatori di enormi potenzialità a livello di sperimentazione socioeconomica e ambientale, in linea con le indicazioni dell’Unione e degli Stati nazionali in materia di transizione ecologica. Questi luoghi potrebbero essere considerati laboratori di sperimentazione per la creazione di modelli societari, e quindi economici, sostenibili, resilienti e rigenerativi. Possono costituire l’anello mancante da cui il sistema Paese può attingere buone pratiche efficienti e ripetibili per garantire ad esempio la resilienza delle filiere alimentari o l’approvvigionamento energetico».

 

Esistono altri strumenti a disposizione dei giovani, dei migranti, così come delle pubbliche amministrazioni e degli enti del Terzo settore per promuovere e supportare questi trend di sviluppo?
«Esistono sicuramente numerose buone pratiche che si sono sviluppate nell’ambito dei progetti Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati, ndr) e in tema di impatto della presenza migrante extraUe nelle zone montane. Si tratta di sperimenti di successo in cui i migranti hanno trovato la loro collocazione societaria riempiendo spazi vuoti lasciati dalla perdita delle professioni tradizionali, quali quelle pastorali e contadine, e dando vita anche a fenomeni di retroinnovazione. Interessanti esperimenti formativi sviluppati in seno all’associazione Riabitare l’Italia sono la Scuola Nazionale di Pastorizia (Snap), che partirà nei prossimi mesi. Vi sono poi i corsi dedicati a Giovani, imprese e montagna della Scuola Ambulante di Agricoltura,o l’importante esempio formativo dell’Unimont – Università della Montagna, polo dell’Università degli Sudi di Milano. Ci sono tanti sforzi formativi anche dal basso e molti progetti autorganizzati che però, soprattutto in epoca postCovid si scontrano con problematiche legate al credito»

 

Può dirci il perché?
«Il sistema creditizio italiano, anche quello etico, è diffidente e si muove seguendo logiche ancora molto distanti da quelle rigenerative. Così come le politiche nazionali di settore, deludenti e poco lungimiranti, che non riescono ancora a recepire l’importanza strategica dello sviluppo sostenibile montano, nella direzione di coniugare economie rigenerative e circolari, ma anche demografia, integrazione e abbattimento delle disuguaglianze. Mi auguro che nell’applicazione delle indicazioni derivanti dal Pnrr qualche tecnico di settore possa accorgersi di questi diamanti nascosti tra le pieghe delle nostre catene montuose».

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