«Che cos’è la verità?», chiese il cinico Pilato in un improbabile dialogo con un Messia che, proprio nel Vangelo di Giovanni, non esitò a definirsi esso stesso ‘verità’.
Se si dovessero prendere alla lettera i vangeli (canonici o apocrifi non importa), la comprensione della verità sarebbe al di là di qualunque capacità umana. Il fatto, tuttavia, che Gesù pretendesse d’essere considerato un Dio, non ha impedito alla gente di crederci e di farlo da ben duemila anni. I vangeli e la seguente morale cattolica, ci hanno costretti a ragionare in termini a dir poco discutibili, sicuramente innaturali.
Come possiamo trovare la verità se già le domande e le questioni di partenza non sono verificabili?
Il concetto di verità ha rappresentato, sin dalle origini della riflessione filosofica e sociologica, una delle categorie più sfuggenti e problematiche del pensiero umano. Nel celebre passo del Vangelo di Giovanni, Ponzio Pilato domanda a Cristo «Quid est veritas?».
La domanda, apparentemente semplice, cela una tensione epistemologica che attraversa secoli di dibattito: esiste una verità oggettiva, stabile, universalmente condivisibile, oppure ogni verità è frutto di costruzione sociale, culturale e politica?
L’aceto di un nazareno
Fin da bambini, catechismo o osmosi, sappiamo della Passione di tale Gesù di Nazareth e della sua incresciosa fine. C’è un evento che, chi più, chi meno, colpisce tutti: la spugna imbevuta nell’aceto per “dissetare” questo essere umano morente. A chi non è stata raccontata come espressione di scherno e di ulteriore oltraggio? «Quando avevo sete mi hanno dato aceto» recita un Salmo (il 69).
Ora guardiamo lo stesso evento da un’altra angolazione.
Nell’antica Roma esisteva una bevanda chiamata «posca» che, per via della sua economicità, era diffusa presso il popolo e i legionari. La si ricavava miscelando acqua e aceto di vino, ottenendo così una bevanda dissetante, leggermente acida. Il termine greco che si trova in quel passo (óxos) indica un vino acidulo o aceto usato dal popolo semplice per dissetarsi. Secondo il Quarto Vangelo, Gesù morente, preso dalla sete, chiede da bere. Qualcuno inzuppa una spugna con quella bevanda e gliela porge con una canna. Vediamo, dunque, che quell’atto considerato ignobile cambia forma trasformandosi in pietà, compassione, profonda umanità. Il soldato brutto, sporco e assassino si fa persona, essere umano e porge ad un uomo agli ultimi respiri, una spugna con una bevanda dissetante.
Ecco come la verità può essere labile, ha bisogno delle lanterne della curiosità e dello studio per mostrarsi. Quelle luci che eludono le ombre del pensiero imposto, della ragione unica.
L’esempio storico citato non è digressione o filosofia ma è emblematico per parlare del tema in questione. Le false informazioni, manipolate, possono influire sul pensiero pubblico o privato fino a sfociare nell’odio fisico o telematico, il così detto hate speech, oggi amplificato da un’arma tanto utile al progresso quanto spaventosamente pericolosa: la tecnologia.
La disinformazione e l’hate speech rappresentano oggi il nuovo carburante della comunicazione politica e sociale: il web, anziché essere uno spazio di emancipazione, rischia di trasformarsi in un terreno di manipolazioni, dove la propaganda digitale sfrutta emozioni, paure e pregiudizi e imbarbarisce i rapporti umani. Con i social network si entra pienamente nell’era della post-verità, in cui le emozioni contano più dei fatti. È allarmante vedere come i social abbiano reso l’odio e la disinformazione strumenti di propaganda quotidiana: la viralità premia i contenuti più emotivi, non i più accurati. L’intelligenza artificiale e il metaverso aprono scenari ancora più complessi, dove diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso, la realtà dalla simulazione. Sociologicamente, la disinformazione diventa una forma di violenza simbolica: distrugge i riferimenti condivisi, annulla la possibilità di un dialogo democratico e alimenta l’odio sociale, la propaganda digitale sfrutta queste fratture per creare consenso.
Le fake news e l’ hate speech non sono certo invenzioni del nostro tempo. Basti pensare alla storia di un grande imperatore di Roma, Nerone, che dopo 1960 anni ancora non riesce a scrollarsi di dosso una delle fake news più grandi della Storia che lo vedeva protagonista nel famoso incendio di Roma.
I Romani, o meglio il Senato di Roma, applicarono su di lui la damnatio memoriae, oggi diremmo un mix tra shitstorm , fake news e censura. In questa ottica le tecnologie emergenti stanno ridefinendo il panorama dell’hate speech, modificando non solo le modalità di diffusione, ma anche la natura stessa del fenomeno, amplificandolo. Se l’odio in passato trovava i propri spazi nei discorsi politici, nei media tradizionali o nei contesti comunitari, oggi esso assume forme nuove, ibride e pervasive, che si intrecciano con lo sviluppo di algoritmi e intelligenza artificiale.
Tenendo conto di questo, i nuovi strumenti tecnologici non devono essere interpretati come neutrali: esse incorporano valori, bias e logiche economiche che influenzano profondamente i processi culturali. Da un punto di vista sociologico, diventa cruciale analizzare come tali tecnologie plasmino le relazioni sociali, i confini identitari e la costruzione della verità.
Gli algoritmi che regolano i social network e le piattaforme digitali svolgono un ruolo centrale nella diffusione dell’hate speech. Essi sono progettati per massimizzare l’attenzione degli utenti, privilegiando contenuti che generano reazioni emotive forti. L’odio, la rabbia e la polarizzazione diventano così risorse per l’engagement, producendo un meccanismo perverso: più un contenuto divide, più viene premiato.
The dark side of the…AI
L’intelligenza artificiale viene spesso presentata come soluzione al problema della moderazione, ma gli studi mostrano i limiti dei sistemi automatici. I software di riconoscimento linguistico faticano a cogliere il contesto, l’ironia, le metafore culturali, rischiando di rimuovere contenuti legittimi o, al contrario, di lasciar passare forme sottili di discorso d’odio.
Inoltre, gli algoritmi ereditano i bias dei dati su cui vengono addestrati: se un dataset riflette pregiudizi di genere, etnia o classe, tali bias verranno riprodotti e amplificati. L’odio diventa così non solo un contenuto gestito, ma una distorsione strutturale inscritta nei sistemi tecnologici.
Con lo sviluppo di ambienti immersivi come il metaverso, l’hate speech rischia di acquisire una nuova dimensione esperienziale. In uno spazio virtuale, l’odio non si limita al testo o alle immagini, ma assume forma interattiva: avatar discriminati, spazi esclusivi, pratiche di segregazione simbolica.
La sociologia delle tecnologie ci invita a riflettere sul fatto che l’identità digitale non è separata da quella reale: subire violenza simbolica in un ambiente immersivo produce effetti psicologici e sociali comparabili a quelli della vita quotidiana.
Il metaverso, inoltre, apre interrogativi normativi: quali regole si applicano a spazi che travalicano le giurisdizioni nazionali? Quali responsabilità hanno le piattaforme nella prevenzione e nella sanzione dell’odio? Queste domande rendono evidente la necessità di un diritto «transnazionale» e di un’etica condivisa della convivenza digitale.
Se è vero come ci suggerisce la sociologia della comunicazione che ci troviamo in una «crisi della verità», se ogni immagine o voce può essere falsificata, la fiducia collettiva nei media rischia di crollare. In questo scenario, l’hate speech non è più solo questione di insulti, ma di manipolazione profonda della realtà e si ripercuote anche sulla tenuta democratica della società, di una azienda e più in generale di uno Stato.
La lotta all’ hate speech unita all’uso consapevole delle nuove tecnologie, rappresenta una delle sfide più gravi e importanti per le società contemporanee. Non è solo un problema linguistico, ma un fenomeno culturale, politico e tecnologico. Se da un lato l’ AI ci aiuta in lavori complessi, migliora anche la qualità umana del lavoro dall’altro se usata in modo univoco e spregiudicato può ergere muri, aprire crisi umane importanti.
Questa lotta alla automazione totale, si inserisce a pieno titolo in modelli aziendali positivi come quello adottato da Sef per la costruzione di un nuovo umanesimo aziendale, dove non esistono le c.d. Risorse Umane ma gli umani che portano risorse.
