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Economia sociale: diamo il giusto nome alle cose

Sviluppare l’economia sociale, combattere l’asimmetria informativa, diffondere la premialità e dare più forza alle parole. Questi i frames analizzati da Marco Morganti, responsabile Direzione Impact di Intesa Sanpaolo, a margine del roadshow digitale appena concluso.

di Alessandro Battaglia Parodi

 

Si è recentemente concluso il tour “Noi Ripartiamo” organizzato da Prossima, la divisione di Intesa Sanpaolo dedicata all’economia sociale. Quattro appuntamenti per altrettante città (Palermo, Bari, Roma, e Bergamo) che hanno permesso un confronto aperto tra il management della Banca e le eterogenee realtà del Terzo settore rispetto all’inatteso e al tempo stesso meritato ruolo da protagoniste nel Recovery Plan.
Inclusione e cittadinanza, fonti finanziarie innovative, digitalizzazione, rilancio della cultura e del turismo sono gli ambiti strategici sui quali il Pnrr insiste con maggiore forza e che cerchiamo di leggere in filigrana con l’aiuto e l’esperienza di un manager di lungo corso come Marco Morganti, fondatore 10 anni fa di Banca Prossima, confluita nel 2019 nella nuova divisione del gruppo Intesa Sanpaolo insieme al fondo Impact.

 

Possiamo affermare che questo sia un momento decisivo per valorizzare il potenziale del Terzo settore. Si riaccendono dunque i motori?
«Più che riaccendere i motori, parlerei di un’opportunità straordinaria per accelerare la riduzione dei gap. Forse è questa la prospettiva più corretta e che connette compiutamente il passato e il presente di Prossima. Sia allora che oggi abbiamo scelto di lavorare sull’economia sociale perché volevamo incoraggiare i cosiddetti “riduttori di distanze sociali”, cioè quelle azioni in grado di ridurre i gap esistenti tra coloro che sono in possesso di informazioni strategiche e coloro che non ne hanno. L’obiettivo non è solo superare quest’asimmetria informativa ma anche colmare la distanza che separa i bisogni conosciuti ed evidenti da quelli ancora inespressi. Una distanza a volte solo nominale. Si tratta, oggi come allora, di svolgere un grande lavoro di apostolato che intende intercettare, prima ancora del bisogno, la presa di coscienza di quel bisogno. L’obiettivo è ancora lo stesso, vale a dire la trasformazione graduale delle realtà non profit in direzione di un’economia maggiormente responsabile, con la massimizzazione dell’impatto sociale piuttosto che di quello economico. Poi sì, ovviamente, quella del Pnrr è una grandissima occasione che va sfruttata con intelligenza e con una certa preparazione, soprattutto quando sarà necessario interfacciarsi con le istituzioni».

 

Pensa forse che ci sia la necessità di un coordinamento più maturo?
«No, non dico questo. Certo, il Forum del Terzo settore ha vissuto vicende alterne in passato. Si tratta di un organismo corale che nel tempo ha avuto una forma di rappresentanza a corrente alternata, soprattutto nell’interlocuzione con la politica e trovo molto efficace il lavoro svolto finora da Claudia Fiaschi in questo suo mandato. Si tratta comunque di un mondo molto complicato in cui bisogna continuamente trovare la quadra tra tante forze interne, spesso centrifughe. Riconosco quindi che sia un compito molto difficile. Penso tuttavia che l’obiettivo da perseguire sia sempre quello della piena rappresentanza includendo anche e soprattutto i soggetti piccoli. Altrimenti il forum rischia di interpretare soltanto le istanze dei grandi attori. La rappresentanza ora c’è, dipende sempre molto dalla persona che incarna questo difficile ruolo. Devo sottolineare però che il denaro che arriverà dal Pnrr dovrà essere severamente presidiato per potere essere intercettato dalle tante realtà del Terso settore, soprattutto a livello locale. E anche in questo senso la rappresentanza locale dovrà essere autorevole e adeguata, per non lasciare ancora una volta il Terzo settore a piè di lista».

 

Le piace questo Pnrr?
«Sì e no. Mi spiego meglio, il Pnrr parla del Terzo settore in forma diretta e indiretta. Quella indiretta riguarda i grandi temi di dominio tipico del non profit, vale a dire l’accoglienza, la coesione sociale, l’istruzione, l’assistenza e la medicina. Non lo si nomina espressamente ma è ovvio che tra le righe si parla di Terzo settore. Aggiungo inoltre che anche il turismo, uno degli asset della “missione 1” del Pnrr, è toccato dal non profit, soprattutto quel turismo minimo e pulviscolare rappresentato dalle proloco, un sistema che produce 300mila eventi ogni anno.  Poi ci sono alcuni casi in cui si parla espressamente di Terzo settore. E, tra questi, l’intento che mi ha colpito di più è la necessità esplicitata di digitalizzare il non profit. Credo che questa sia una grande opportunità per innovare, migliorare e spingere in avanti una nuova classe dirigente, che notoriamente è debole e poco professionalizzata, e che rappresenta ormai un elemento stridente nel nostro panorama. Nella parte alta, quella di vertice, ci sono molti decisori senior poco digitali e molto analogici. Ecco, qui occorre fare un’attività di educazione massiccia, e in questo caso il Pnrr coglie pienamente nel segno. Oltre a questo, la parola generica “digitalizzazione” contiene anche il grandissimo tema dei big data che rappresenta una risorsa inestimabile per il non profit. Pensi che il Terzo settore possiede numeri impressionanti in questo senso, con oltre 350mila enti, 6,5 milioni di operatori e la bellezza di 37 milioni di cittadini serviti. Questi 44 milioni di soggetti generano dati che possono creare un sistema potentissimo per far crescere il Paese, dalla forza lavoro al volontariato passando per il fundraising e molte altre cose interessanti. Stiamo parlando di un’enorme mole di dati che possono essere governati e impiegati molto meglio di quanto si sia fatto finora. Questa è una grande opportunità, non lasciamocela sfuggire».

 

Uno dei termini più interessanti contenuti nel Pnrr è “coprogettazione”. È una parola così nuova?
«No, l’abbiamo certamente già sentita. A voler essere pignoli, la coprogettazione nel Pnrr più che altro è un’indicazione su come utilizzare le risorse in un dialogo ponderato tra Pa e non profit. E questo è un ambito in cui la pubblica amministrazione è spesso stata carente, richiamando l’impegno del Terzo settore soltanto in cose molto difficili, residuali e sempre con binari molto stretti. Ora invece è arrivato il momento di portare la coprogettazione in alto, al livello dei piani decisionali. È un’occasione strepitosa per mostrare come si può creare lavoro, benessere, accoglienza e rigenerazione sociale grazie alle preziose risorse del Pnrr. La coprogettazione deve diventare il nostro punto di riferimento, dobbiamo lavorarci bene e con molta intelligenza. Quindi la parola è sempre valida, certo. Ma va ora riempita di senso affinché non diventi l’ennesimo slogan».

 

Il non profit e il for profit si guardano spesso ma si incontrano poco. Qual è il futuro della relazione tra i due mondi?
«Devo dire che, rispetto alla relazione tra for profit e non profit, sono molto soddisfatto delle cose che vedo sul campo. Il non profit si muove verso forme molto più avanzate di efficienza rispetto al passato, cosa connaturata invece al for profit che, dovendo rispondere al capitale, mira spontaneamente all’efficienza. Vedo comunque un’interessante simbiosi, molto promettente, da cui il Terzo settore sta mutuando molte cose. C’è poi il fenomeno opposto, laddove il for profit si sta orientando verso il bene comune. L’esempio più calzante è quello delle cosiddette “B Corps”, le società benefit e altri soggetti giuridici che in Italia sono premiati da una legislazione dedicata ed esemplare per tutto il mondo. Quindi ci sono dei tentativi, anche molto brillanti, di avvicinamento tra i due mondi che fanno ben sperare. La banca ha sempre frequentato questi due filoni, anche molto prima che si cominciasse a parlarne. Siamo nati, come Banca Prossima, costruendo i nostri modelli di valutazione insieme a loro. Perché capivamo che potevano guidarci nella comprensione di meccanismi che in parte ci sfuggivano. Adesso abbiamo sviluppato una nostra competenza, ma nulla sarebbe accaduto se non avessimo avuto il loro aiuto come partner nel momento iniziale della nostra storia».

 

A proposito di sistemi di valutazione, la logica di una banca è quella di premiare i comportamenti dei soggetti più virtuosi, finanziandoli meglio. Quali metriche adottate per fare tutto questo?
«La valutazione di “impatto” è davvero molto complessa ed è una delle cose che ci viene richiesta sempre più spesso dalle stesse realtà che serviamo. Le variabili da misurare sono tantissime ed è una delle stime più difficili da fare. È per questo che ci siamo rivolti alla società di consulenza Pwc, esperta nella certificazione dei bilanci, per creare un modello di riferimento equo, terzo e affidabile. Credo che sarà possibile parlare compiutamente di questa ambiziosa operazione già a cavallo dell’anno prossimo».

 

Il Codice del Terzo settore potrebbe aiutare gli enti a sostenersi indipendentemente dai denari del Pnrr. Ma non lo fa. C’entra forse la storia dei decreti attuativi mai promulgati?
«Il Codice non mi piace particolarmente, perché ostenta con toni trionfalistici una rivoluzione che in realtà non c’è mai stata. Soprattutto per quel che riguarda il reperimento delle risorse. Al capo IV il Codice prevede i cosiddetti “Strumenti di finanza sociale”, vale a dire le nuove forme di finanziamento che un ente può procacciarsi autonomamente con diversi tools economici. Ma si tratta di strumenti che non possono ancora essere attivati perché i decreti attuativi necessari per far funzionare la legge non sono mai stati emanati. E questo a distanza di ben quattro anni. Quello dei decreti attuativi sta diventando un problema davvero importante. Ho sentito parlare di un ulteriore rinvio di un anno. E intanto abbiamo assistito all’introduzione di un nuovo regime, molto opaco, in cui la nuova legislazione si sovrappone alla precedente con storture interpretative che allarmano gli operatori e le realtà del Terzo settore, che non sanno come comportarsi. C’è un disorientamento generale, non solo nelle organizzazioni ma anche nei professionisti. E questo vale anche per noi come banca. Sa qual è il vero problema che non consente di comprender con la giusta sensibilità le “cose economiche” del Terzo settore?».

 

No, me lo dica.
«Innanzitutto il nome. La locuzione “Terzo settore” purtroppo nella testa di tutti è sinonimo di settore pubblico. È una parola che può sminuire il lavoro defatigante e nobile di milioni di operatori. Ma la cosa più importante è che bisogna cambiare di casa al Terzo settore, non può più stare sotto l’egida del Ministero del Lavoro. È illogico che il non profit venga considerato come parte del welfare nazionale. Allora anche il welfare aziendale dovrebbe confluirvi. Il Terzo settore, che a questo punto chiamerei più opportunamente “economia sociale”, dovrebbe stare sotto il Ministero dello Sviluppo Economico, perché è parte costituente del mondo produttivo italiano. In Francia fanno così, perché viene considerato asset integrante e generativo dell’economia del Paese. E c’è uno specifico sottosegretariato all’Economia sociale. Allora cominciamo da queste piccole cose simboliche e formali. La semantica è fondamentale, nel senso che dà fondamenta solide alle cose. E in questo caso credo proprio che la forma sia sostanza».

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