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C’è una domanda che raramente ci facciamo davanti allo scaffale del supermercato: chi ha fatto davvero questo prodotto? La vaschetta di Prosciutto di Parma DOP che stiamo mettendo nel carrello porta il marchio di una grande catena. Ma dietro c’è un nome, un’azienda, una filiera. E fino a ieri quel nome poteva tranquillamente restare nell’ombra.
Dal 14 maggio 2026 questo non sarà più possibile. Sulle etichette dei prodotti DOP e IGP dovrà comparire, nello stesso campo visivo della denominazione, anche il nome del produttore o dell’operatore responsabile. Non basterà più il logo del supermercato. Non basterà un codice sul retro. L’utilizzo di un marchio commerciale o di un logo non assolverà l’obbligo, a meno che il nome commerciale non coincida esattamente con la ragione sociale ufficiale dell’azienda.
La misura discende dall’articolo 37 del Regolamento UE 2024/1143, successivamente aggiornato dal Regolamento UE 2026/471, e introduce un principio chiave: il soggetto responsabile del prodotto deve comparire nello stesso campo visivo della denominazione protetta, con l’obiettivo di rafforzare trasparenza e tracciabilità lungo tutta la filiera. Il Ministero dell’Agricoltura ha fornito i chiarimenti operativi con la circolare n. 110473 del 6 marzo 2026.
Non solo un bollino
Le indicazioni geografiche (DOP, Denominazione di Origine Protetta, e IGP, Indicazione Geografica Protetta) non sono mai stati semplici marchi di qualità apposti su una confezione. Sono strumenti giuridici, economici e culturali. Sono la differenza tra un Gorgonzola prodotto secondo un disciplinare preciso, in una zona geografica definita, e un « formaggio erborinato tipo italiano» fabbricato dall’altra parte del mondo.
L’Italia è il Paese numero uno in Europa per prodotti DOP IGP STG, con un totale di 855 cibi e vini certificati, a cui si aggiungono 36 bevande spiritose IG. Il valore complessivo del settore delle indicazioni geografiche supera i 20 miliardi di euro. Un patrimonio enorme. Eppure, esposto a un rischio altrettanto enorme.
Si stima che nel mondo il giro d’affari annuo dell’Italian sounding sia di circa 54 miliardi di euro e che riguardi due prodotti su tre commercializzati all’estero. Cifre che fanno capire di cosa stiamo parlando: un mercato parallelo fatto di nomi che evocano l’Italia, confezioni tricolori, suggestioni geografiche applicate a prodotti che di italiano non hanno nulla. «Parmesano», «Prosciutto di Parma style», «Grana tipo padano». Un furto silenzioso, spesso difficile da perseguire perché, finché non si supera la soglia dell’evocazione diretta, si muove in zone grigie della normativa internazionale.
Le denominazioni di origine sono, in questo senso, la prima linea di difesa. Ma perché funzionino davvero, devono essere leggibili, riconoscibili, credibili. E la credibilità comincia dall’etichetta.
Chi c’è davvero dietro al prodotto
Oggi sugli scaffali troviamo Prosciutto di Parma DOP Esselunga o Gorgonzola DOP Coop, ma il nome di chi quel prodotto lo ha davvero fatto resta spesso nascosto sul retro, scritto in piccolo o sostituito da codici e indirizzi. Dietro molte private label della GDO operano gruppi ben noti come Citterio, Beretta e Rovagnati, aziende che vendono anche con il proprio marchio ma che sono fornitori della grande distribuzione. Con la nuova norma, il loro nome dovrà comparire accanto alla denominazione.
Il caso dei formaggi è ancora più emblematico. Dietro un Gorgonzola o un Provolone venduto a marchio Coop o Conad possono esserci realtà industriali ben riconoscibili come Igor, Galbani, Auricchio, Zanetti e Latteria Soresina. Con le nuove regole, questi nomi torneranno in primo piano.
Per le imprese che producono davvero, e che spesso hanno costruito decenni di reputazione proprio su quella qualità certificata, si tratta di un’occasione di visibilità che vale più di qualsiasi campagna pubblicitaria. Per le imprese della distribuzione, invece, sarà necessario adeguare packaging e flussi di approvvigionamento.
Le regole pratiche per le imprese
La circolare ministeriale specifica che il nome del produttore o dell’operatore dovrà essere indicato nello stesso campo visivo dell’indicazione geografica, cioè in un’area dell’etichetta leggibile da un unico punto di vista senza dover ruotare la confezione; può comparire anche nel retro dell’etichetta, purché sia visibile insieme alla denominazione geografica almeno una volta.
L’obbligo si estende anche ai prodotti venduti sfusi o al banco (carni e formaggi al taglio, per esempio) dove l’informazione potrà essere fornita tramite appositi avvisi esposti in prossimità del prodotto.
Per la transizione è prevista una misura di flessibilità: i prodotti DOP e IGP già etichettati prima del 14 maggio 2026 potranno essere commercializzati fino a esaurimento delle scorte. Le etichette già stampate entro tale data potranno continuare a essere utilizzate fino al 14 agosto 2026, ma esclusivamente per i prodotti destinati al mercato nazionale.
Un dettaglio importante: nel caso di pluralità di soggetti, è sufficiente indicarne uno, anche il responsabile della fase che conferisce le caratteristiche essenziali al prodotto. Per i prodotti invecchiati o stagionati, come certi formaggi, lo stagionatore può figurare come produttore in etichetta, se tale fase è prevista dal disciplinare.
Perché questa norma conta per le imprese
Al netto degli adempimenti tecnici, questa riforma pone una questione di sostanza che ogni impresa del food (produttore, distributore, retailer) dovrebbe affrontare con serietà.
La norma non introduce nuove informazioni. Cambia il modo in cui sono presentate. Sapere chi produce davvero un alimento non è un dettaglio grafico. È una questione di responsabilità. E, sempre più, di fiducia.
In un mercato dove i consumatori sono sempre più attenti all’origine, alla filiera, alla coerenza tra ciò che c’è scritto e ciò che c’è dentro, rendere visibile il produttore è un atto di posizionamento oltre che di compliance. Le imprese che sapranno trasformare questo obbligo in comunicazione, mettendo a valore la propria identità produttiva e il legame con il territorio, avranno in mano uno strumento competitivo reale.
Le DOP e le IGP non sono bollini. Sono storie. Sono luoghi. Sono sistemi di controllo e di responsabilità che ci distinguono nel mondo. Era ora che anche l’etichetta lo dicesse chiaramente.
