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Donne mai al vertice: la ricerca di EY

Aumenta la consapevolezza delle differenze di genere in azienda, ma la promozione delle donne in posizioni di leadership non rappresenta ancora una priorità per le imprese italiane. Lo rivela una recente ricerca di Ernst & Young.

 

di Alessandro Battaglia Parodi

 

Non sono affatto buoni i segnali che arrivano dalla recente indagine La leadership al femminile nel mondo del lavoro condotta da Swg per conto di Ernst & Young sul ruolo delle donne all’interno delle aziende italiane. La ricerca, svolta online su un campione di oltre 500 lavoratrici e oltre 200 manager di entrambi i generi, ha voluto sondare la percezione della disparità negli ambienti organizzativi facendo emergere uno spaccato amaro e inquietante: rispetto al 2022 aumenta infatti il numero di donne lavoratrici che ritengono che nelle proprie aziende ci sia un gap salariale tra uomini e donne (55%, +7% rispetto all’anno precedente) o che ci sia uno scarto tra uomini e donne in termini di opportunità di carriera (61%, +9% rispetto al 2022). Secondo le lavoratrici interpellate, le maggiori barriere per la crescita della leadership femminile rimangono inoltre legate alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia (per l’86% delle intervistate) e al poco spazio che gli uomini lasciano alle donne (74%). Tutti segnali che non fanno ben sperare rispetto al tema della disparità di genere nei luoghi di lavoro, nonostante la dimensione del problema sia ormai risaputa e condivisa pubblicamente grazie alla enorme risonanza mediatica degli ultimi anni.

Se ne parla solo e si reagisce con fastidio

E partiamo proprio da qui, dagli effetti della pressione mediatica rispetto al tema delle differenze di genere in ambito lavorativo. Tra le donne lavoratrici in particolare, ma anche tra le dirigenti, aumenta la consapevolezza della questione, e quindi aumenta anche l’attenzione, verso quanto accade all’interno del proprio contesto di lavoro. Questo porta a una valutazione tendenzialmente più critica della situazione e dei vissuti. Tra i dirigenti uomini sembra invece emergere la tendenza a minimizzare gli aspetti problematici o di sperequazione economica tra uomo e donna, e si intravede una certa insofferenza nei confronti della sollecitazione a realizzare scelte più inclusive.

Pur riconoscendo che la leadership femminile può permettere alle imprese di raggiungere meglio gli obiettivi aziendali, dato cresciuto del 19% nell’ultimo anno tra i dirigenti di entrambi i generi, la percentuale di donne che ricoprono ruoli dirigenziali rimane tuttavia ancora estremamente bassa: le donne nei Cda delle società italiane hanno raggiunto il 43% alla fine del 2022, ma sono ancora poche le presenze femminili ai vertici: nel 2% dei casi ricoprono il ruolo di amministratrici delegate e nel 4% di presidenti.

Forti differenze di genere anche nelle risposte

Tutto ciò avviene proprio mentre la consapevolezza delle lavoratrici rispetto alla condizione di discriminazione nel mondo del lavoro si fa più forte, traducendosi in un peggioramento della percezione che le lavoratrici e le dirigenti hanno delle politiche di promozione dell’equità di genere. Tanto che aumenta la percentuale di donne che ritiene sia in calo la promozione della formazione (-9%) e della crescita professionale delle lavoratrici (-8%). Sul versante maschile i dirigenti tendono invece a ritenere ben presenti i servizi per la promozione dell’equità di genere, e in misura più che doppia rispetto alle dirigenti donne: il 58% degli uomini ritiene che in azienda sia presente una struttura che si occupa dell’inclusione delle donne, contro il 23% delle dirigenti.

Aumenta infine la percentuale di donne che ritiene non sarà mai raggiunto un equilibrio di genere nei ruoli direttivi (dal 16% del 2022 al 23% attuale), mentre si attesta al 68% la percentuale di dirigenti uomini (contro il 32% delle donne) che ritiene che l’equilibrio sarà raggiunto entro i prossimi dieci anni. Mentre cresce sensibilmente la percentuale di dirigenti, sia uomini sia donne, convinti che la promozione di più donne in posizione di leadership sia un impegno da assumersi ma non una priorità (il 46% delle donne contro il 36% del 2022; il 60% degli uomini contro il 49% dello scorso anno).

Cambiare lavoro e diventare imprenditrice

In un contesto di grande incertezza del mercato del lavoro come quello attuale, quasi due donne su tre dichiarano una possibile intenzione di cambiare lavoro nei prossimi tre anni. Nella maggior parte dei casi il cambiamento andrebbe nella direzione di un lavoro alle dipendenze, ma quasi una su due sarebbe interessata a un’attività autonoma libero-professionale o imprenditoriale.

Le barriere all’imprenditorialità femminile sono tuttavia forti e risiedono innanzitutto in una scelta individuale che porta a preferire la sicurezza di un lavoro alle dipendenze, e in secondo luogo risiedono nelle difficoltà di reperire le risorse economiche per aprire una nuova attività. In questo contesto è molto diffusa tra le lavoratrici la convinzione che le donne imprenditrici abbiano oggi non solo maggiori capacità di innovazione e di impegno rispetto agli uomini, ma anche la percezione che un’impresa al femminile sia più valorizzata dal mercato e dagli investitori (71%). Interessante inoltre notare che quasi il 40% delle dirigenti e il 30% delle lavoratrici conosce il Fondo impresa femminile istituito con il Pnrr, a dimostrazione del fatto che le informazioni relative all’epocale cambio di rotta dettato dall’Europa rispetto alle politiche di genere è già entrato efficacemente nella mentalità comune.

Donne, vita e libertà: non ci siamo ancora

Il contesto lavorativo non riesce ancora a rappresentare uno spazio effettivamente felice e liberante per le lavoratrici. Eppure il tema della libertà individuale e della conciliazione tra lavoro e ruoli familiari rappresenta un fronte delicato da presidiare, anche a livello normativo, da parte delle aziende. Anche il peso delle attese sociali connesse al genere è ancora forte e viene vissuto come un elemento vincolante da due intervistate su tre, in particolare dalle più giovani.

Di particolare rilievo è poi il dato che mostra come oggi le donne fatichino a sentirsi libere all’interno del contesto lavorativo, con il 59% delle intervistate che trova che il modello organizzativo della propria azienda sia più un elemento di vincolo che di libertà. Il lavoro diventa così il contesto in cui una donna si sente meno libera, con una responsabilità forte dei superiori, considerati un sostanziale ostacolo alla libertà e alla realizzazione individuale da circa una lavoratrice su quattro.

 

 

 

 

 

 

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