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Deducibilità delle spese per l’arte. Una proposta indecente?

Giovanna Melandri

Spese per l’arte come oneri deducibili nella dichiarazione dei redditi. È questa la richiesta che arriva dal mondo dei musei e della cultura per voce di Giovanna Melandri, presidente della Fondazione Maxxi.

di Veronica Gisondi

Giovanna Melandri, economista, ex parlamentare ed ex ministro, ha recentemente proposto di scaricare le spese per tutte le fruizioni culturali così come avviene ormai da tempo per altre voci di spesa deducibili, ad esempio quelle mediche. Un suggerimento interessante che potrebbe incoraggiare notevolmente l’accesso a musei e a ogni forma di fruizione artistica, in un momento così difficile per l’economia culturale. Melandri è l’attuale presidente della Fondazione Maxxi, nonché presidente dell’associazione Social Impact Agenda per l’Italia, che raccoglie diversi stakeholders impegnati nella crescita degli investimenti a impatto sociale nel mercato italiano. Abbiamo voluto incontrarla per capire meglio la natura della sua proposta. E questo è l’esito della nostra conversazione.


Dottoressa Melandri, la sua proposta di deducibilità fiscale per le spese in ambito culturale è molto ambiziosa e fa tesoro di alcune esperienze passate come Ministro dello Sport. Ci può spiegare di che cosa si tratta e quali sono stati i motivi che l’hanno spinta a farsi portatrice di quest’istanza?

«Da un anno il mondo della cultura sta pagando uno dei prezzi più alti: musei per lo più chiusi, concerti annullati, palcoscenici al buio, schermi spenti nei cinema e così via. Gli artisti, gli autori, i musicisti, gli attori partecipano in prima persona come tutti al dolore per i nostri centomila morti, alle sofferenze e ai sacrifici che la comunità nazionale affronta senza vedere ancora l’uscita del tunnel. Ma mentre combattiamo la pandemia dobbiamo guardare al domani, costruire su queste macerie una rinascita. Dall’arte, dalla cultura, dallo spettacolo nelle sue molteplici forme può venire un contributo essenziale per un’opera di ricostruzione civile, morale e sociale. La mia proposta nasce qui, dall’idea che ai creatori e agli operatori di cultura spetti un ruolo da protagonisti. Non si tratta solo di “riaprire”, ovviamente nella massima sicurezza e con le modalità che gli esperti individueranno opportune. Si tratta di costruire un percorso innovativo, a cominciare dalla fruizione dell’arte e della bellezza. La mia idea è molto semplice: così come ognuno di noi fa per le spese medicinali e sanitarie, le spese culturali dovrebbero essere scaricabili dal calcolo della base imponibile Irpef. Perché visitare una mostra, assistere a una recita teatrale, guardare un film non è un lusso, non è uno spreco. Sono bisogni fondamentali della persona, diritti protetti dalla nostra Costituzione, “farmaci” che proteggono il benessere spirituale e fisico di un cittadino. Certo, bisogna studiare un “tetto” di spesa congruo ma plausibile con le esigenze di gettito tributario e le compatibilità dello Stato. Ma sarebbe un intervento rivoluzionario. Per il singolo, per le famiglie, per l’insieme del mondo che “produce” arte e cultura e spettacolo».


In questa proposta Lei è stata sostenuta da illustri personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura, come il direttore artistico della Quadriennale di Roma Sarah Cosulich, il presidente della Biennale di Venezia Roberto Cicutto. Ma anche dal Ministro Dario Franceschini, che un anno fa aveva lanciato l’incentivo Art Bonus. Ma forse il punto di forza di quest’iniziativa consiste un po’ nell’essersi messi nei panni del consumatore, cioè osservare il punto di vista del fruitore di beni culturali. È così?

«L’Art Bonus è stata una delle misure azzeccate di questi ultimi anni, nei quali il ministero ha realizzato diversi passi positivi nelle politiche di innovazione. Tuttavia, il punto dolente è quello accennato nella sua domanda: finora abbiamo visto scelte legislative e normative che hanno agito sul lato dell’offerta culturale, sulla leva dei cambiamenti e dei miglioramenti da introdurre nella gestione, nella programmazione, nella sinergia tra istituzioni pubbliche e private, un ambito nel quale il Maxxi da un decennio ormai rappresenta un fecondo esempio di sperimentazione e di ricerca. La mia proposta sulla deducibilità delle spese per i ticket d’ingresso o di abbonamento alle diverse attività culturali punta sull’altro lato della questione: la domanda di consumi culturali. Non un bonus o un sostegno episodico, ma un intervento di natura strutturale e permanente. Che avrebbe il pregio, secondo diversi analisti e operatori, di mettere in circolo più risorse, più talenti, più pubblici. Uso il sostantivo al plurale non a caso, perché si tratta di segmenti diversi, di generazioni diverse, di settori creativi diversi. Tutti meritevoli di più attenzione e di misure incisive e lungimiranti».


Pensa che questa proposta possa in qualche modo agganciarsi o promuovere quella “riforma tributaria” che è nell’aria da parecchio tempo?

«La mia proposta guarda con grande interesse e fiducia all’impostazione che il presidente Draghi ha dato, nel suo discorso di investitura parlamentare, proprio alla materia fiscale, quando ha indicato la via maestra di una riforma complessiva del sistema, interrompendo la frammentazione di leggi e norme “a pioggia”, spesso senza un filo coerente. Ecco, il mondo della cultura vuole interloquire su questa visione, su questo approccio nuovo».


Crede che il Recovery Plan potrebbe rappresentare un meccanismo virtuoso di aiuto al comparto museale e di tutte le attività artistico-culturali, garantendo al tempo stesso di non trasformarsi nell’ennesimo sperpero di denaro pubblico?

«Le risorse per la cultura non sono affatto sperperate. Semmai il Recovery Plan è una grandissima opportunità anche per la cultura, perché offre l’occasione di pensare progetti strategici di raccordo tra istituzioni culturali e mondo della produzione. Il Maxxi è un’istituzione culturale che ha sempre messo la sua capacità di innovazione al servizio della costruzione di alleanze e progetti finalizzati alla crescita culturale, sociale e civile. Recentemente, ad esempio, insieme a una rete di partner prestigiosi di cui il Maxxi è capofila, abbiamo presentato il progetto Creative digital innovation hub: science, technology and arts for good (Cdih), entrato nella shortlist dei 45 progetti nazionali che parteciperanno alla gara ristretta promossa dalla Commissione europea per l’istituzione della rete degli Edih (European Digital Innovation Hubs), con l’obiettivo di favorire il processo di trasformazione digitale del sistema produttivo, in particolare delle piccole e medie imprese e della pubblica amministrazione. Siamo davvero convinti che il pensiero creativo associato a quello scientifico possa innescare processi virtuosi in cui l’industria e l’imprenditoria creativa possano essere terreno di sperimentazione e motore per l’economia, in grado di fornire modelli di sviluppo del Sistema Paese. Il Recovery Plan è lo strumento per favorire in tutto il Sistema cultura investimenti generativi di ricchezza civile e spirituale ma anche economica e occupazionale».

 

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