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Dalla parte delle donne Afghane

La preziosa esperienza del Cisda, il Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane. Quando la cooperazione si muove in difesa dei diritti dei soggetti più vulnerabili attraverso la controinformazione e la costruzione di relazioni efficaci.

di Simona Rossi

 

In seguito alla situazione politica dell’Afghanistan, che ha generato disastrose conseguenze nella condizione femminile, abbiamo parlato con Gabriella Gagliardo, presidente di Cisda, che ci ha guidato nell’analisi della situazione e delle possibili misure a supporto delle donne Afghane.

La nuova situazione in Afghanistan ha sicuramente influenzato l’operato della vostra organizzazione. Quali misure avete attivato per rispondere a tale cambiamento?
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Come Cisda ci siamo sentite investite di un’enorme responsabilità nei confronti delle organizzazioni di donne che sosteniamo da oltre venti anni. Gli eventi sono precipitati a una velocità che non ci aspettavamo, abbiamo percepito il pericolo aggravarsi sulla pelle di una popolazione già martoriata da decenni di guerre, terrorismo, occupazione militare e malgoverno corrotto e fondamentalista. Improvvisamente anche la nostra piccola Onlus è stata travolta dalle richieste dei media di informazioni e contatti, spesso a riempire un vuoto di conoscenza della storia recente e del contesto, con il rischio di travisare e semplificare una realtà facilmente bersaglio di pregiudizi. Infine abbiamo assistito impotenti alla sospensione dei tanti piccoli progetti che abbiamo sempre finanziato, cercando di comprendere insieme alle nostre partner afghane come dare continuità a interventi che adesso sono ancora più urgenti per non abbandonare in particolare le donne più vulnerabili».

Nel concreto che cosa avete fatto?
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Abbiamo cercato di riorganizzarci internamente, riattivando tutte le attiviste disperse anche a distanza, ricostituendo gruppi di lavoro, per rispondere alle infinite sollecitazioni. Siamo tutte volontarie e la fine delle ferie estive, la ripresa delle personali attività lavorative e degli impegni privati di ognuna, hanno messo duramente alla prova la nostra resistenza. Come le organizzazioni nostre partner in Afghanistan, anche la nostra Onlus è prevalentemente un’organizzazione politica. L’intervento umanitario, essenziale, è solo una modalità concreta per essere presenti sul campo in Afghanistan, a sostegno dei progetti che le associazioni afghane stesse creano e sviluppano. Quindi il nostro lavoro consiste nel dare loro sostegno politico attraverso la controinformazione e la costruzione di relazioni».

Avete contatti con organizzazioni locali in questo difficilissimo momento?
«Sì, il nostro principale riferimento in Afghanistan, il Rawa (Associazione rivoluzionaria delle donne afghane), ci ha chiesto espressamente di costruire una rete europea per tenere viva l’attenzione su ciò che accade all’interno del Paese, facendo in modo che le organizzazioni democratiche afghane vengano riconosciute come interlocutori politici e sostenute rispetto ad alcune concrete rivendicazioni di fronte ai governi dei Paesi europei e all’Unione Europea. Abbiamo cercato quindi di riprendere il lavoro di costruzione di una rete, in Italia e in Ue, che più volte avevamo tentato di portare avanti negli ultimi vent’anni, e che ora rilanciamo su nuove basi. Stiamo realizzando anche una raccolta fondi dal basso per l’emergenza umanitaria, e stiamo cercando una strada sicura per trasferire i fondi, rivolgendoci anche alle istituzioni per stabilire “corridoi economici” che arrivino direttamente alle organizzazioni beneficiarie. Un percorso ancora non risolto».

Secondo la vostra esperienza qual è la differenza tra l’impatto sul femminile connesso alla pratica dell’Islam e quello invece collegato ai fenomeni fondamentalisti?
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Tutte le associazioni con cui collaboriamo sono laiche e antifondamentaliste. L’Islam in sé non è mai stato un problema, né per loro, tantomeno per noi. La quasi totalità della popolazione afghana è profondamente religiosa e le donne di Rawa ci hanno fatto incontrare negli anni anche tante donne analfabete che denunciavano i crimini dei fondamentalisti di cui loro e i loro familiari erano vittime, senza confondere la barbarie e l’ottusità dei criminali con la propria fede, vissuta come una scelta privata e spirituale. La fede religiosa non è oggetto di discussione negli incontri tra donne. Si parla di diritti, di valori universali, si lotta per affermarli. Il fondamentalismo è il grande nemico con il quale non si può scendere a patti perché non rispetta i diritti umani fondamentali, specialmente delle donne. Su questo non sono ammessi compromessi. Nel lavoro di base, che è l’impegno fondamentale di tutte le organizzazioni di donne afghane che sosteniamo, la visione laica intesa come separazione netta della sfera religiosa da quella politico-sociale, viene condivisa in tutti i settori sociali, e non solo tra chi ha maggiore accesso all’istruzione: è il primo gradino di “alfabetizzazione” delle donne».

Quali sono le principali risorse economiche utilizzate dalla vostra organizzazione per implementare i progetti a tutela delle donne e del tessuto sociale femminile afgano?
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I contributi, anche piccoli, di solidarietà dal basso sono in questo momento la maggiore fonte di finanziamento. Non è una novità: forme di sostegno a distanza di donne in percorsi di liberazione dalla violenza, di bambini negli orfanotrofi e case-famiglia, di studentesse, sono sempre stati realizzati con contributi continuativi da parte di persone e gruppi solidali. Ma abbiamo negli anni goduto anche di finanziamenti da parte di fondazioni, enti religiosi italiani, enti locali, e persino in rari casi finanziamenti pubblici governativi e dall’Ue, in partnership con altri soggetti, dal momento che la nostra Onlus non è una Ong e non ha i requisiti per rispondere da sola a determinati bandi. Siamo orgogliose del fatto di essere sempre riuscite a trasferire integralmente i fondi passati attraverso il nostro conto corrente alle organizzazioni partner in Afghanistan, dal momento che non avendo spese per sedi, personale e attrezzature, il nostro funzionamento è rimasto estremamente leggero dal punto di vista economico».

Quali tipi di supporto aggiuntivo richiederebbe la vostra organizzazione per rafforzare il suo operato rispetto ai cambiamenti che hanno caratterizzato la situazione afghana degli ultimi mesi?

«Attualmente abbiamo urgente bisogno di individuare vie sicure di trasferimento dei fondi: la situazione economica in Afghanistan è gravissima e le nostre partner sarebbero in grado di spendere i fondi che abbiamo in banca, arrivando in modo capillare ai destinatari dei loro progetti. Abbiamo bisogno soprattutto di fare rete con organizzazioni, qui in Italia e in Europa, che possano sostenere il lavoro politico intorno alla piattaforma di richieste che continuamente verifichiamo con le forze democratiche afghane. È necessario fare grandi pressioni sui governi e sulla Ue, ad esempio perché non riconoscano il governo talebano e affinché cambino radicalmente politiche migratorie mettendo fine all’esternalizzazione delle frontiere, riconoscendo il diritto dei rifugiati a venire accolti anche in Europa. Serve lavorare sulla comunicazione, sull’organizzazione di mobilitazioni, sulla formazione anche attraverso scuole e università, sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica attraverso incontri che raggiungano i territori in modo capillare. Un lavoro immenso, per cui sarebbe necessario formare quadri. È un compito di lunga durata che serve a stimolare lo sviluppo di una società più giusta e democratica a partire da qui, e non solo in Afghanistan. Tutti quelli che lavorano in questo senso sono per noi fonte di supporto, se condividiamo gli obiettivi».

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