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Cultura e sostenibilità. Il grande esempio di Capodimonte

Dopo aver lavorato a una profonda riorganizzazione e riportato stabilmente nella top 30 dei musei italiani, oggi punta a fare di Capodimonte il primo sito culturale sostenibile in Italia. È Sylvain Bellenger, direttore generale del Museo e Real Bosco di Capodimonte.

 

di Andrea Ballocchi

 

 

Quando Goethe visitò la Reggia di Capodimonte ne rimase impressionato. Oltre alla bellezza del luogo, lo scrittore tedesco fu colpito dalle sue collezioni «ricche di cose di pregio». Oggi il Museo e il Real Bosco di Capodimonte vivono una grande stagione, ricca di eventi culturali e artistici e sono meta di decine di migliaia di visitatori ogni anno, tanto da essere ormai annoverati tra i più importanti musei italiani. Merito di Sylvain Bellenger, direttore generale del Museo e Real Bosco di Capodimonte dal novembre 2015. Il suo profilo è di caratura internazionale: ha lavorato in alcuni dei più importanti istituti museali del mondo. Come si legge nella relazione dei suoi primi cinque anni di attività, il lavoro di riorganizzazione è stato profondo e curato e prosegue. Il suo arrivo e la sua azione hanno contribuito a porre stabilmente Capodimonte tra i primi trenta musei più visitati d’Italia. Lo abbiamo incontrato.

 

Direttore Bellenger, il suo curriculum conta numerose esperienze all’estero. Quali sono le principali differenze, in termini economici, tra la gestione di un museo in Italia e uno negli Usa?

«La gestione americana è completamente differente da quella dei musei statali italiani. Alle spalle ci sono grandi Fondazioni e i board hanno una grande disponibilità economica. In Italia la sopravvivenza dei musei è legata ai trasferimenti statali e soprattutto alla tempistica di questi trasferimenti. Spesso ci troviamo a dover impegnare le somme di un intero anno solare negli ultimi due mesi. L’autonomia concessa ai grandi musei statali dalla riforma Franceschini sicuramente ha migliorato il sistema. A Capodimonte sto incoraggiando molto il mecenatismo attraverso i meccanismi di Art bonus e il modello delle sponsorizzazioni, ma cerchiamo anche di attrarre capitali privati a sostegno dei beni culturali pubblici. E poi ci sono gli “Amici” dei musei. Io posso contare su due associazioni di sostenitori che davvero ci supportano in tutti i nostri progetti: gli Amici di Capodimonte Ets, storica associazione che ci affianca nel lavoro quotidiano, nelle mostre e nei progetti didattici. E poi gli American Friends of Capodimonte che ci sostiene mettendoci a disposizione un curatore americano per un biennio, figura preziosissima che si integra con il nostro personale e ci sostiene soprattutto per i nostri progetti all’estero. Abbiamo creato poi un organismo ad hoc per stimolare le varie forme di mecenatismo, l’Advisory Board del Museo e Real Bosco di Capodimonte».

 

A proposito della gestione museale italiana, quali complessità presenta?

«La gestione nei musei è fatta da risorse economiche e soprattutto da risorse umane, ed è questo il vero tallone d’Achille italiano. Capodimonte soffre di un perenne sottorganico del 70% del personale, non sono quello di vigilanza, ma soprattutto negli uffici e in particolare nel dipartimento scientifico-curatoriale. Per una collezione di 49mila opere d’arte abbiamo un solo storico dell’arte! Ed è questa la grande differenza che segnalo tra l’Italia e la Francia, dove invece i concorsi sono programmati e c’è un turnover continuo nel personale. In Italia non solo non ci sono concorsi tutti gli anni, ma anche la tipologia dei concorsi prevede assunzione di storici dell’arte, ma non di curatori, per esempio, una figura più ampia rispetto allo storico dell’arte. E questo vale per tutte le altre professionalità».

 

Quali sono le principali voci di spesa del museo e su cosa sta lavorando per riuscire a garantire una sostenibilità alle varie voci?

«Con la riforma Franceschini e il riconoscimento dell’autonomia dei musei, la direzione Capodimonte ha anche la gestione del Real Bosco, al punto da modificare il nome legale in “Museo e Real Bosco di Capodimonte”. L’integrazione del Bosco al Museo dal punto di vista gestionale ha avuto un peso enorme sul bilancio dell’ente. Curare e manutenere un bosco di 134 ettari con 400 specie vegetali e 6 chilometri di muro di cinta, che ne fanno il più grande bosco urbano d’Italia ad accesso gratuito tutto l’anno, non è affatto una passeggiata. Buona parte del nostro bilancio viene assorbita da quella che ormai noi definiamo la “governance del bosco”, un sistema di gestione complesso che tiene conto delle esigenze botaniche di un luogo fruito da ben 2 milioni di persone ogni anno, con esigenze di vigilanza e sicurezza per le persone che qui vengono a passeggiare, a correre, a fare un giro in bicicletta o a trascorrere qualche ora di relax. Ci sono poi le esigenze di manutenzione dei 17 edifici presenti nel Real Bosco, sui quali abbiamo elaborato un masterplan strategico che individua per ognuno di essi una specifica destinazione culturale e che ci impegna molto. E poi abbiamo il grande project financing sulla Reggia per complessivi 45 milioni di euro, metà delle quali risorse private, che serviranno ad attuare la transizione energetica, diventata una necessità impellente, e miglioreranno l’efficienza energetica di tutto il sito per i prossimi 20 anni e che faranno di Capodimonte il primo sito culturale sostenibile in Italia. Un modello anche per gli altri musei».

 

Nella sezione “sostienici” il vostro sito web annovera opportunità per privati che spaziano dagli Amici di Capodimonte all’Art Bonus. Che contributo assicurano gli sponsor privati e quanto incide invece il sostegno pubblico?

«Abbiamo voluto fortemente la sezione “sostienici” sul nostro sito perché è chiaro ormai che il ricchissimo patrimonio culturale italiano ha bisogno del genio, della creatività e della generosità dei privati. Come detto, è molto importante il sostegno dell’associazione Amici di Capodimonte che ha un ufficio dedicato a Capodimonte, che ci sostiene in tutte le attività quotidiane, dalla didattica, agli eventi e alle sponsorizzazioni. E grazie al sistema dell’Art bonus siamo riusciti a restaurare diversi dipinti, tra cui il Pier Luigi Farnese di Tiziano nell’ambito del progetto “Rivelazioni – Finance for Fine Art” di Borsa Italiana e la Trasfigurazione di Giovanni Bellini con il progetto “Restituzioni” con Intesa Sanpaolo-Gallerie d’Italia, e ad arricchire la nostra collezione, acquistando la Coppaflora di Vincenzo Gemito, raro esempio dell’arte orafa e di cesellatore, coltivata dall’artista negli ultimi anni della sua vita. Con il sistema della “sponsorizzazione” abbiamo restaurato la Fontana del Belvedere, con un intervento che il quartiere ha apprezzato molto e che non si vedeva da decenni, ma c’è ancora molto da fare, ecco perché il mio appello ai privati è continuo. Ora mi piacerebbe molto avere il sostegno dei privati per restaurare le cornici dei dipinti di Capodimonte. È un aspetto che può sembrare minore e a cui spesso, specie in passato, si è data scarsa importanza, ma sono convinto che una cornice storica possa esaltare al massimo la visibilità del dipinto. Nel 2023 il Louvre omaggerà per la prima volta nella sua storia non un singolo artista o una corrente artistica, ma un altro museo, Capodimonte. Il dialogo tra i due musei avverrà stabilendo una relazione tra le nostre opere e quelle degli artisti italiani presenti al Louvre. Penso per esempio ai nostri Tiziano in dialogo con quelli del Louvre. Perciò approfitto di questa intervista per rivolgere un appello a tutti i mecenati che ci stanno leggendo. Aiutateci a restaurare le cornici di Capodimonte per portare i nostri dipinti orgogliosamente al Louvre e metterli in dialogo con quelli del Louvre».

 

In Italia c’è la cultura del mecenatismo? Cosa serve, a suo giudizio, per promuoverla maggiormente?

«I processi culturali hanno bisogno di tempo, a volte di anni. La fragilità del sistema economico soprattutto nel Sud Italia, non aiuta molto la cultura del mecenatismo. Tuttavia sono fiducioso e la mia esperienza qui a Capodimonte mi conforta sul fatto che le cose possono cambiare, pur con gradualità. Inoltre, non può esistere una cultura del mecenatismo senza una più ampia idea di “partecipazione”».

 

Può fare un esempio a proposito?

«Nel Bosco di Capodimonte abbiamo lanciato anni fa, insieme all’associazione Amici di Capodimonte, l’iniziativa “Adotta una panchina”, ottenendo risultati sorprendenti. Sono quasi 200 le panchine adottate con un piccolo versamento in cambio di una targhetta in cui si possono scrivere due parole, raccontare una storia o fare una dedica, più di 160 gli alberi adottati, con manutenzione di alberi secolari o piantumazione di nuovi alberi, e ciò ha portato anche ad abbattere 4 tonnellate di CO2 ogni anno, ottenendo così un bel vantaggio ecologico anche per l’ambiente. Quest’iniziativa mi ha dimostrato che la ‘cultura della partecipazione’ va stimolata, che ognuno di noi può fare molto con i piccoli gesti».

 

Nel 2019 lei segnalava che Capodimonte non era una realtà così conosciuta nel mondo, evidenziando due principali sofferenze, la scarsa visibilità e l’accessibilità. Tre anni dopo ci sono stati miglioramenti?

«Il Museo e Real Bosco di Capodimonte, come ripeto spesso, è un tesoro ben nascosto ed è vero. Ha una delle maggiori collezioni d’arte dal XIII secolo fino ai giorni nostri con l’arte contemporanea, eppure nel museo non superiamo i 300mila visitatori annui, mentre nel bosco abbiamo oltre 2milioni di fruitori all’anno. Il nostro sforzo è in primo luogo riunire questi due pubblici, far capire ai napoletani che Capodimonte è un luogo da frequentare con costanza, in cui ritornare più volte nel corso dell’anno, non solo per le mostre ma anche per tutte la attività che proponiamo. Ma per fare questo senz’altro si deve migliorare l’accessibilità. Capodimonte non è servito da una fermata della metropolitana e questo è il suo grande gap. Abbiamo ottenuto la navetta 3M dal Comune di Napoli e dall’Azienda Napoletana Mobilità che ciclicamente ogni 15 minuti serve i tre musei della collina, Capodimonte, Mann e le Catacombe di San Gennaro. Ma questo ancora non basta. Stiamo lavorando con il Comune di Napoli per riconvertire l’ex deposito Anm Garittone in un parcheggio per auto e bus turistici al servizio del Museo, del Bosco e dell’intero quartiere. Inoltre, credo che il piano della mobilità della città di Napoli andrebbe totalmente riformato. Oggi è troppo legato all’uso dell’auto personale senza disponibilità di parcheggi pubblici e senza una visione del contesto globale, andrebbe incoraggiata la cultura della mobilità pedonale con la realizzazione di marciapiedi molto più ampi di quelli attuali e larghi viali alberati. Grazie al Pnrr invece abbiamo ottenuto un finanziamento per migliorare le vie interne al Bosco».

 

Lei ha stilato un masterplan decennale ed è abituato a programmare in tempi lunghi. Proviamo a guardare allora nel prossimo futuro: come prevede sarà Capodimonte nel 2030?

«Sarà un vero campus culturale multidisciplinare, aperto a tutte le arti, un sito culturale unico non solo in Italia, ma in tutta Europa. Non è un sogno, ci stiamo già lavorando e sarà l’orgoglio di tutta la città di Napoli».

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