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TA.RI-Architects, fondato a Roma nel 2017 dagli architetti Claudia Ricciardi e Marco Tanzilli, è un “TAnk of Represented Ideas” dedicato all’analisi e all’innovazione architettonica in tutte le sue sfaccettature. Lo studio si distingue per la sua capacità di esplorare nuove soluzioni attraverso la sperimentazione di strutture, materiali e tecnologie.
di Marco Amore
Con una forte propensione alla contaminazione e alla condivisione di esperienze tra i collaboratori, TA.RI ha partecipato a numerosi concorsi internazionali e ha ricevuto riconoscimenti significativi, consolidando la sua posizione tra i migliori studi emergenti in Europa.
Come ad esempio il progetto NICExperiments, un edificio concepito come uno spazio in continua evoluzione, che riflette i valori di innovazione promossi dall’azienda Nice S.p.A., leader nel settore della domotica, Smart Home e Home Security. L’intervento si articola attorno a un basamento preesistente, con la demolizione parziale dell’edificio per far posto a una nuova struttura, che si distingue per una facciata dinamica costituita da pannelli mobili, ciascuno controllabile singolarmente.
In che modo questo approccio, che coniuga tecnologia avanzata e sostenibilità, può influenzare la direzione dell’architettura contemporanea, anche in vista delle attuali tendenze europee?
“NICExperiment è un progetto elaborato in occasione del concorso privato indetto da NICE S.p.A, che ha rappresentato un’interessante occasione di indagine critica. Il concorso invitava a una riflessione imprescindibile per l’architettura contemporanea circa la necessaria adattabilità e flessibilità degli spazi di lavoro, capaci di evolvere in armonia con le esigenze degli utenti e del contesto.
Per questo, la facciata dinamica proposta, composta da pannelli mobili controllabili singolarmente, si offre come sintesi tra l’innovazione tecnologica e la soluzione figurativa dell’edificio, posta non soltanto come mera divisione tra spazio interno ed esterno, ma intesa come diaframma interagente. Un elogio, in un certo senso, ai prodotti che NICE produce.
In un’epoca in cui la neutralità climatica e l’efficienza energetica sono e devono essere un punto di forza degli edifici, la possibilità di regolare passivamente luce, temperatura e ventilazione attraverso una facciata dinamica ed adattiva, è di chiara importanza.
NICExperiments potrebbe essere inteso in questo senso: uno spazio di raccordo tra uomo e sostenibilità, nel rispetto dei ritmi e delle risorse naturali. La sfida per il futuro sarà mantenere questa spinta verso l’innovazione senza dimenticare le specificità locali e culturali, trovando un equilibrio tra tecnologia globale e sensibilità territoriale.“.
Qualche anno fa avete realizzato un’installazione per una mostra curata da me, che rifletteva sul cambiamento radicale dell’ambiente cucina e dei rituali di convivialità. L’opera, intitolata ‘Che fine ha fatto K?’, esplorava un futuro distopico in cui la cucina perde la sua componente fisica, sostituita da cellulari, tablet e abitudini di consumazione diretta e veloce. Era un’opera volutamente provocatoria, ma quanto pensate che queste trasformazioni siano realistiche e in che misura le nuove tecnologie e le abitudini di consumo potrebbero effettivamente ridisegnare gli spazi abitativi nel prossimo futuro?
“‘Che fine ha fatto K?’ rappresenta una lettura apertamente provocatoria della cucina all’interno dello spazio domestico. Ispirandoci al personaggio kafkiano de “Il Processo”, da cui l’installazione prende il nome, ci siamo interrogati sui cambiamenti del rituale della tavola e sul nostro rapporto con il cibo e la tradizione.
Ghost kitchens e i servizi di delivery sostituiscono lo spazio della cucina, privandolo del suo senso storico; mentre il banchetto conviviale lascia spazio al consumo, accompagnato da una progressiva sostituzione del ‘piatto’ con contenitori monoporzione.
Emblematica, se ci pensiamo, è la progressiva scomparsa dalle nostre case del fuoco, simbolo del focolare domestico, a favore di piani a induzione o altre soluzioni elettriche.
Nonostante la lettura provocatoria che “Che fine ha fatto K?” offre, crediamo che la tecnologia non debba necessariamente impoverire gli spazi abitativi, ma possa al contrario renderli più versatili.
Ci auspichiamo che la cucina del futuro possa diventare un luogo ibrido, in cui convivono tradizione e innovazione: spazi fisici essenziali e tecnologicamente avanzati che si attivano solo quando richiesto, pur lasciando spazio a momenti di convivialità tradizionale. La sfida che ci attende sarà forse quella di progettare abitazioni che sappiano rispondere a esigenze sempre più complesse e diversificate, preservando i caratteri precipui e identitari degli ambienti che abitiamo.

L’idea della “Non-stop City” di Archizoom, un concetto strettamente legato al vostro lavoro “Spazi senza Uomo. Nuovi paradigmi dei contenitori di memoria”, propone una visione di città senza confini fisici, in continua evoluzione e priva di un linguaggio figurativo tradizionale. Si tratta di una città che si trasforma in risposta alle esigenze della produzione e del consumo, senza vincoli architettonici. Quanto è vicina, oggi, questa visione alla realtà? In che modo le identità storiche, culturali e sociali delle città riescono a bilanciare innovazione e tradizione, soprattutto alla luce delle iniziative promosse dalle istituzioni internazionali?
“La Non-stop City degli Archizoom immaginava una città illimitata, in cui lo spazio si trasforma continuamente per rispondere alle esigenze di produzione e consumo. Se questa visione sembrava allora utopica, oggi la vediamo concretizzarsi attraverso un’infrastruttura meno visibile ma altrettanto pervasiva: quella dei dati. Data center, server farm e reti di comunicazione globale, starlink sono ormai le infrastrutture della città contemporanea, in cui il digitale e il fisico si intrecciano indissolubilmente.
La ricerca “Spazi senza Uomo. Nuovi paradigmi dei contenitori di memoria” indaga il ruolo sempre più centrale dei data center, tanto da assurgere a nuovi tipi di tessuto urbano ed extra-urbano. Si tratta di luoghi senza una presenza umana all’interno, ma che custodiscono e gestiscono l’essenza stessa della vita contemporanea: informazioni, transazioni, comunicazioni. Gli “spazi senza uomo” rappresentano un nuovo paradigma architettonico, in cui la funzione si sposta dall’esperienza tangibile verso una dimensione immateriale, ma cruciale.
La Non-stop City oggi non è fatta solo di edifici e infrastrutture visibili, ma anche di reti globali che operano incessantemente, spesso ignorando i confini geografici e culturali. Tuttavia, questa realtà solleva interrogativi importanti: come possono questi nuovi spazi, progettati per servire un flusso continuo di dati, contribuire a mantenere vive le identità storiche, culturali e sociali delle città?
“Crediamo che l’architettura abbia il potere di reinterpretare questi luoghi invisibili, trasformandoli in elementi significativi del tessuto urbano. I data center, ad esempio, non devono essere visti solo come strutture isolate e anonime, ma come nuove “cattedrali digitali”, simboli del nostro tempo. Attraverso l’architettura, possiamo trasformarli in spazi che non solo soddisfano le esigenze funzionali, ma che testimoniano anche la nostra relazione con la tecnologia e la memoria collettiva, diventando parte integrante dello spazio pubblico urbano.
Immaginiamo una città che sappia integrare i data center come elementi narrativi, creando un dialogo tra passato e futuro, tra tecnologia e memoria. La vera sfida della Non-stop City contemporanea non è solo espandersi, ma farlo in modo consapevole, costruendo spazi che siano inclusivi, sostenibili e capaci di generare nuove identità collettive. È attraverso questa integrazione che il concetto di “città senza confini” può diventare un modello non solo funzionale, ma anche culturale”.
