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Brescia Musei, la forza identitaria di una città

Valorizzare al massimo il patrimonio artistico cittadino creando sinergie strategiche con le realtà del territorio. È quanto sta accadendo a Brescia con un’innovativa Alleanza per la Cultura. Intervista a Stefano Karadjov, direttore della Fondazione Brescia Musei.

 

di Alessandro Battaglia Parodi

 

La pandemia ha fatto riscoprire un turismo culturale di prossimità portando anche a un’esplosiva riscoperta del patrimonio artistico da parte delle comunità locali. Sono dunque sorte un po’ ovunque iniziative volte a valorizzare i tesori più o meno nascosti del proprio territorio o della propria città, come è accaduto a Brescia, dove la situazione non favorevole del postCovid ha indotto a sperimentare nuove forme di offerta culturale.

Per capire che cosa è successo abbiamo incontrato Stefano Karadjov, dal 2019 direttore della Fondazione Brescia Musei, ente che governa tra gli altri il Museo di Santa Giulia e la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia e che organizza il prestigioso Brescia Photo Festival. Karadjov insegna inoltre Promozione e valorizzazione internazionale del territorio all’Università di Brescia.

 

Un tema che lei ha messo sul tavolo fin dal suo insediamento alla Fondazione è stato il rafforzamento dell’identità culturale bresciana attraverso iniziative che favorissero il senso d’appartenenza della città. Ma in mezzo ci si è messa la pandemia. Com’è andata alla fine?

«Direi che, nonostante tutto, è andata molto bene. Nel pieno di una situazione emergenziale, lo si voglia o no, siamo riusciti a reagire adottando un cambio di strategia nato dal principio secondo cui un museo deve sempre supportare la propria comunità di riferimento. E ci siamo riusciti».

 

Dipende forse dal fatto che Brescia è una città di provincia, quindi più dinamica e vivace di altre città maggiori?

«Io penso che i grandi musei che vivono di una rendita di posizione, determinata in gran parte dalla loro collocazione in una grande città capitale del turismo oppure semplicemente perché figli della loro grande storia o dell’eccezionalità del luogo, ebbene questi musei sono quelli che tradizionalmente adottano minori modalità di attivazione di meccanismi partecipativi. Invece i musei medi, come i nostri a Brescia, hanno da sempre sviluppato una fortissima identità nell’ambito dei servizi educativi, perché assolvono per la comunità del territorio un compito paritario a quello delle scuole. Intendo dire che hanno sempre intrattenuto un rapporto molto saldo e proficuo con le direzioni scolastiche provinciali, e questo significa entrare nelle famiglie e nelle piccole comunità di riferimento. In sostanza, essere in dialogo costante con famiglie che hanno figli tra i 3 e i 18 anni di età. Praticamente tutti».

 

Quindi avete puntato sull’identità locale?

«Sì, e non solo. Quello che Brescia Musei ha fatto in più rispetto ad altri musei è di capire che la proposta culturale poteva fornire un senso di appartenenza e un messaggio di resistenza alla propria comunità nel momento di massima emergenza. Dall’inizio del 2020 la strategia è stata quindi quella di costruire prodotti culturali ad hoc. In piena pandemia, e mentre tutti i musei erano chiusi, abbiamo ad esempio realizzato all’interno di un ospedale una mostra fotografica totalmente dedicata ai 10 anni del nostro patrimonio Unesco. Gli scatti dalla grande fotografa Alessandra Chemollo sono stati allestiti all’interno dell’ospedale Poliambulanza di Bresca, nell’area del ricevimento dei pazienti e degli ambulatori, ed è stata vista da 280mila persone. Proprio quando non si poteva entrare nei musei, i musei accompagnavano i cittadini e gli parlavano del grande patrimonio artistico bresciano».

 

Una testimonianza di vicinanza…

«Esattamente. Una vicinanza in grado di costruire identità. Un’altra iniziativa simile ha riguardato invece le scuole e le scolaresche. Non potendo muoversi per visitare i musei, abbiamo deciso di realizzare dei grandi box chiamati Museo in Valigia che fossero in grado di portare in giro per le scuole dei piccoli musei portatili. Si trattava di un grande apparato di cartone realizzato con un’azienda partner specializzata in packaging. All’interno di questo grande contenitore erano riposte numerose stampe di alta qualità che riproducevano opere artistiche e monumenti visitabili nei musei bresciani, ma anche piccole attività laboratoriali e materiali, un piccolo proiettore e vari oggetti in 3D. Il Museo in valigia si spostava di scuola in scuola per organizzare con i nostri collaboratori un’attività analoga a quella che si sarebbe potuta svolgere in tempi normali all’interno di un museo. Ma questo è stato solo l’inizio. La Fondazione Brescia Musei ha realizzato tutto il proprio progetto triennale basandolo sull’idea di una strategia culturale identitaria nella quale il nostro patrimonio riuscisse a emergere. O i nostri artisti, o i nostri musei, o il nostro patrimonio culturale, l’importante era valorizzare la “brescianità” di questi interventi. Per farmi capire con un altro esempio, a Brescia abbiamo l’eredità archeologica più importante del Nord Italia. Abbiamo allora organizzato una mostra dell’artista concettuale Emilio Isgrò portando le sue istallazioni all’interno del Parco archeologico di Brescia, mettendo quindi in dialogo diacronico l’archeologia e l’arte contemporanea. Che è cosa assai diversa dal vedere le stesse installazioni in una semplice galleria d’arte. Quelle opere danno ancora più senso a quel luogo».

 

E come ha risposto il circuito del mecenatismo bresciano al vostro appello identitario?

«Molto bene, l’idea è stata apprezzata e ha portato alla creazione di una consulta dei donatori che si chiama Alleanza per la Cultura. Si tratta di un innovativo patto tra pubblico e privato che aggiorna i tradizionali format di fundraising culturale adottati finora dalla Fondazione per portarli a un livello di efficienza e partecipazione nettamente superiore rispetto al passato. Si tratta di un’iniziativa volta a stabilire un rapporto duraturo e mutualmente vantaggioso tra la Fondazione e le aziende del territorio, ma anche con le istituzioni formative, gli enti e le varie fondazioni bresciane, per riuscire a valorizzare al meglio il patrimonio artistico cittadino. L’Alleanza è stata lanciata solo un anno fa e ha subito riscosso un grande interesse».

 

Quali vantaggi ottengono i donors a far parte dell’Alleanza?

«Essere membri di Alleanza per la Cultura significa venire inclusi in un progetto triennale di programmazione durante il quale le realtà, che contribuiscono con una quota associativa annuale, vengono coinvolte in diverse iniziative culturali di particolare significato per la collettività bresciana. Quest’innovativo modello di sostegno alle attività della Fondazione ha preso avvio nel 2019 ma è stato presentato pubblicamente solo a maggio 2020, e continua tutt’oggi a includere nel novero nuovi soci. Attualmente sono 37 aziende che fanno parte della consulta. Il versamento del contributo di associazione consente un ritorno materiale e immateriale per le aziende, che iniziano a far parte di un progetto strategico di realizzazione delle attività culturali cittadine quali mostre ed eventi speciali. Diventare donors di Alleanza per la Cultura non significa soltanto avere visibilità in veste di sponsor, ma soprattutto entrare a far parte di un club di aziende motivate da valori di responsabilità sociale e di mecenatismo culturale che saranno coinvolte di volta in volta in un percorso privilegiato e diversificato. E che si rivolge sia all’interno dell’azienda stessa, verso i propri dipendenti, sia all’esterno, verso i propri stakeholders, attraverso eventi aziendali dedicati e particolari agevolazioni».

 

 

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