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Blockchain (r)evolution: un nuovo concetto di fiducia

Come la blockchain può aiutare le imprese a guadagnare fiducia anche operando in una logica di ecosistema. Il parere di Renato Grottola.

di Alessandro Canzian

 

Next Generation Eu, Piano nazionale di ripresa e resilienza, blockchain e soprattutto imprese, innovazione, nuove logiche di processo alla luce dell’importante garanzia rappresentata dalle certificazioni. Ne parliamo con Renato Grottola, global director growth and innovation di Dnv Gl, ente indipendente che fornisce servizi di assurance a livello globale.

 

Il tema della certificazione si inserisce nelle dinamiche virtuose del Next Generation Eu. C’è sufficiente coscienza del ruolo della certificazione nello sviluppo delle imprese che andranno a beneficiare del Pnnr?
«Il Next Generation Eu si articola in sei aree tematiche, su sei missioni, ognuna delle quali prevede molto spesso come modalità di attuazione strumenti di incentivazione. Dove esiste la necessità, da parte di un soggetto erogante di garantire che tanto i requisiti di applicazione quanto quelli di esecuzione, a fronte di un incentivo erogato, siano rispettati, è chiaro che si presenti il tema della fiducia e della garanzia. Strumenti come quello della certificazione di terza parte sono importanti perché di fatto permettono a un’azienda di dimostrare in maniera riconosciuta e verificata la sua capacità di operare all’interno di determinate dinamiche e dimensioni. In linea generale, essendo la certificazione uno strumento di fiducia, può avere un ruolo importante nel valutare con obiettività quando un soggetto sia idoneo all’erogazione di fondi».

 

Quali logiche di business beneficiano maggiormente di una certificazione dei sistemi di gestione?
«Le certificazioni sono strumenti che creano fiducia rispetto alle operazioni di un determinato soggetto. Quando le dinamiche produttive sono accelerate o più articolate, questa fiducia diventa ancora più importante. Mi spiego. Negli anni Novanta il modello produttivo dominante, il paradigma, era quello dell’economia lineare – relativo a filiere produttive che partivano dalle materie prime e idealmente arrivavano fino al consumatore. Stiamo parlando di filiere produttive stabili, composte da un numero di fornitori più o meno variegato e nelle quali tutti gli attori stabilivano tra loro delle relazioni durature. Questa dinamica è cambiata rapidamente, a partire dagli anni Duemila con la globalizzazione, quando le aziende hanno potuto rivolgersi più facilmente anche a nuovi operatori, con cui i rapporti possono non essere consolidati e che possono anche trovarsi dall’altra parte del pianeta. Danno vita così a veri e propri ecosistemi, sistemi più complessi in cui le relazioni, che prima erano stabili e ben identificate, diventano di tipo peer-to-peer. In questo scenario, la certificazione svolge un ruolo importante come strumento per trasferire quella fiducia che prima nasceva dal rapporto diretto e consolidato con il fornitore. Questo però comporta anche un aumento della complessità di gestione e, di conseguenza, un aumento del rischio. Ad esempio, gli attori primari della filiera – che hanno magari la responsabilità di portare un prodotto sullo scaffale -, devono gestire in maniera differente i processi di controllo legati alla sicurezza del prodotto, all’autenticità o all’origine. Ed è qui che vengono in soccorso tecnologie come la blockchain».

 

Quindi anche il processo deve essere correttamente certificato…
«Esattamente, e quest’aspetto merita una riflessione molto importante. Una certificazione viene rilasciata rispetto a una normativa, frutto del lavoro di tutte le parti interessate che consolidano il loro know how all’interno di uno standard che viene poi utilizzato come riferimento. Il ciclo di vita di questi standard prima si poteva misurare in anni e, se guardiamo alle certificazioni di processo, sono rilevanti elementi legati alle fasi organizzative e procedurali. Una delle evoluzioni che le organizzazioni hanno affrontato negli ultimi anni è stata proprio la necessità di stare al passo con una velocità sempre maggiore rispetto alle mutate esigenze dei clienti. Questi sono aspetti importanti da considerare per permettere alle certificazioni di conservare il tradizionale ruolo di garanzia nel sistema. In questo scenario, l’utilizzo di strumenti digitali aiuta moltissimo perché consente la dinamicità necessaria a garantire fiducia anche in una logica di ecosistema di rete, con soggetti interconnessi che hanno relazioni più frequenti e bisogni diversi e crescenti. La nascita di questi ecosistemi ha comportato la nascita di nuovi bisogni in termini di fiducia e di nuove modalità per rispondere a questa domanda. La fiducia però, ha un costo. Perché una transazione economica possa realizzarsi, infatti, deve essere vantaggiosa per entrambe le parti e alcune tipologie di transazione, non sempre sono economicamente vantaggiose. Anche in questo caso è la tecnologia ad aiutare perché è in grado, in moltissime situazioni, di abbassare questo costo rendendolo sostenibile e consentendo scambi di valore che prima non erano possibili. La blockchain, e altre tecnologie, giocano un ruolo fondamentale perché permettono di rendere sostenibile il costo della fiducia, consentendo scambi di valore economicamente vantaggiosi, a parità di garanzia».

 

Quali vantaggi può portare l’impiego della blockchain nel rilancio dell’internazionalizzazione delle imprese italiane?
«I vantaggi possono essere davvero innumerevoli. La blockchain si inserisce abbassando il costo della fiducia perché può rendere più economiche attività di controllo prima svolte a costi molto più alti. Oppure dando, a parità di prezzo, maggiori garanzie. Pensiamo al caso principe di applicazione d’uso della blockchain, il bitcoin. In una transazione economica di bitcoin tra due soggetti, la blockchain da sola può dare la massima fiducia possibile perché è in grado di garantire le tre condizioni fondamentali perché una transazione sia considerata valida: conoscere chi effettua il pagamento; conoscere chi l’ha ricevuto e quando è avvenuta la transazione (time stamping, ndr). A questo si aggiunge anche la certezza che, in qualunque momento, nessuno possa usare due volte quella forma di valore (double spending). Questo in un mondo puramente digitale. Nel mondo fisico le cose sono più complesse perché ci sono informazioni che non sono “native digitali”, si pensi per esempio alle informazioni sulla tipologia o sull’origine di un prodotto; informazioni che devono passare dal “reale” al “digitale” attraverso l’inserimento in un sistema, in uno spazio digitale, senza perdere la garanzia di correttezza e veridicità. Perché questo accada è necessario che ci siano soggetti digitali o anche umani che mettano in gioco la propria reputazione e professionalità e diano ulteriori forme di garanzia, portando al massimo livello la fiducia anche per quelle informazioni che arrivano dal mondo reale. Nel mondo fisico la tecnologia blockchain da sola non è in grado di portare fiducia al 100% come già invece accade nel mondo digitale. Occorre quindi costruire le condizioni per un rapporto nuovo, un punto di contatto tra mondo digitale e mondo fisico in grado di garantire un maggior livello di fiducia».

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