|
Preferisci ascoltare? Clicca play!
Getting your Trinity Audio player ready...
|
Per anni l’ESG è stato raccontato in due modi opposti. Da una parte come la bussola del capitalismo responsabile: ambiente, persone e governance come nuovi criteri per misurare il valore reale di un’impresa. Dall’altra come una montagna crescente di sigle, obblighi, checklist e rendicontazioni percepite da molte aziende come costo, complessità e burocrazia.
Nel 2026 il quadro europeo entra però in una fase nuova. Non è la fine dell’ESG, come qualcuno ha frettolosamente annunciato, è piuttosto il passaggio da una stagione prevalentemente normativa a una stagione più strategica, selettiva e industriale. Bruxelles sta correggendo il tiro: meno oneri inutili, maggiore concentrazione sulle imprese più grandi, più attenzione alla competitività, ma senza abbandonare la traiettoria della transizione.
Per capire cosa accadrà alle imprese italiane nei prossimi anni occorre partire da questo presupposto: l’ESG non scompare. Cambia forma 3 diventa sempre più un fattore di accesso al mercato, al credito, alle filiere e alla reputazione.
Dalla spinta regolatoria al pragmatismo competitivo
Negli ultimi anni l’Unione europea ha costruito una delle architetture normative più ambiziose al mondo in materia di sostenibilità. Tra i pilastri principali vi sono la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), gli standard europei di rendicontazione (ESRS) , la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), la EU Taxonomy e il meccanismo CBAM per il carbonio alle frontiere.
L’obiettivo era chiaro, orientare capitali e comportamenti economici verso modelli più sostenibili. Tuttavia con il rallentamento economico europeo, la pressione competitiva di Stati Uniti e Cina e le richieste del mondo produttivo, la Commissione ha avviato una fase di semplificazione.
Il punto di svolta è arrivato con il pacchetto Omnibus che ha rivisto diversi obblighi di reporting e due diligence per ridurre il carico amministrativo e limitare gli effetti indiretti sulle imprese minori. Il messaggio politico è netto, la sostenibilità resta centrale, ma deve essere compatibile con la capacità competitiva dell’economia europea.
Questa evoluzione racconta molto del momento storico. L’Europa non rinnega gli obiettivi ambientali e sociali, ma riconosce che una transizione inefficace o eccessivamente burocratica rischia di indebolire proprio il sistema produttivo chiamato a realizzarla.
Cosa cambia davvero per le imprese
Molte aziende, soprattutto PMI, hanno interpretato le revisioni normative come un possibile “liberi tutti”. Sarebbe un errore strategico.
È vero che il perimetro degli obblighi legali è stato ristretto rispetto alle impostazioni originarie, ma il mercato continuerà a chiedere informazioni ESG attraverso altri canali: banche e investitori nella valutazione del rischio, grandi clienti lungo la supply chain, gare pubbliche e private, rating reputazionali, attrazione di talenti, relazioni con territori e stakeholder.
In altre parole: meno obbligo normativo non significa meno rilevanza economica.
Per molte imprese italiane il vero tema non sarà «Sono obbligato o no?», ma «Quanto mi costa restare indietro rispetto ai concorrenti più preparati?». Nei mercati maturi il costo dell’inazione è spesso superiore al costo dell’adeguamento.
L’ESG come nuova infrastruttura manageriale
La fase pionieristica dell’ESG era spesso dominata dalla comunicazione: bilanci patinati, dichiarazioni valoriali, campagne reputazionali. La nuova fase richiede invece integrazione gestionale.
Le aziende più evolute stanno trasformando l’ESG in una infrastruttura decisionale che incide sugli acquisti, sui consumi energetici, sulla gestione dei rischi, sui rapporti bancari, sull’organizzazione del lavoro, sulla sicurezza digitale, sui piani industriali e sull’innovazione di prodotto.
Questo spostamento è decisivo. L’ESG non è più una funzione separata, ma una lente trasversale attraverso cui leggere l’impresa.
Chi lo considera solo un adempimento tenderà a subirlo. Chi lo usa come strumento di governo può trasformarlo in vantaggio competitivo, riduzione dei costi e maggiore capacità di pianificazione.
Perché il tema riguarda anche le PMI italiane
Molte piccole e medie imprese pensano che l’ESG riguardi solo multinazionali e società quotate. Formalmente, in molti casi, gli obblighi diretti sono limitati. Sostanzialmente, però, il sistema produttivo italiano è inserito in filiere lunghe e internazionali.
Un’azienda meccanica che lavora per un grande gruppo, un produttore agroalimentare che esporta, una realtà del packaging, una società ICT, un’impresa di servizi ambientali: tutte possono ricevere richieste crescenti su tracciabilità, consumi energetici, politiche del personale, governance, procedure interne.
L’effetto filiera sarà uno dei principali vettori di diffusione dell’ESG nei prossimi anni.
Per questo motivo le PMI non dovrebbero chiedersi se imitare le grandi imprese, ma come costruire modelli proporzionati, semplici e credibili. Chi riuscirà a farlo per tempo potrà presentarsi ai committenti come partner affidabile e non come fornitore sostituibile.
Il ruolo dei fondi europei e della finanza pubblica
L’altro grande errore sarebbe separare ESG e finanza agevolata. In realtà i due mondi sono sempre più connessi.
Una parte significativa delle risorse europee 2021-2027 e delle future programmazioni continua a premiare progetti legati a efficienza energetica, economia circolare, innovazione sostenibile, inclusione sociale, competenze, digitalizzazione responsabile, resilienza territoriale e rafforzamento della governance.
Programmi come Horizon Europe, LIFE, InvestEU, Fondi strutturali regionali, strumenti BEI e numerose misure nazionali mantengono una forte coerenza con la logica ESG, anche quando non utilizzano esplicitamente questa etichetta.
Per consulenti, advisor e business development manager questo significa una cosa semplice: leggere bene il quadro ESG aiuta a intercettare opportunità finanziarie concrete. Sempre più bandi premiano non solo il progetto in sé, ma la capacità organizzativa dell’impresa proponente e la coerenza strategica delle sue scelte.
Il caso italiano: rischio ritardo, ma anche grande potenziale
L’Italia parte da una doppia condizione.
Da un lato presenta fragilità note: frammentazione produttiva, sottocapitalizzazione di molte PMI, scarsa managerializzazione, difficoltà nel reperire competenze specialistiche.
Dall’altro possiede asset molto forti: eccellenza manifatturiera, qualità diffusa nelle filiere, economia circolare spesso già praticata nei fatti, leadership in nicchie tecnologiche, forte radicamento territoriale, cultura del prodotto durevole e capacità di adattamento imprenditoriale.
Il punto chiave sarà trasformare questi punti di forza impliciti in evidenze misurabili e strategie leggibili da mercati, banche e istituzioni.
Molte imprese italiane sono più sostenibili di quanto raccontino. Il problema, spesso, non è ciò che fanno ma la capacità di dimostrarlo in modo strutturato, comparabile e credibile.
Le competenze che serviranno
Il mega tema ESG sta ridisegnando anche il mercato professionale. Serviranno figure ibride, capaci di collegare scenario europeo, organizzazione aziendale, finanza e capacità esecutiva.
Non basterà il tecnico puro, né il comunicatore puro, né il consulente tradizionale. Crescerà invece il valore di professionisti in grado di leggere i rischi, individuare opportunità, tradurre dati in decisioni e accompagnare il cambiamento dentro le imprese.
Per molte organizzazioni questo significherà anche investire nella crescita interna delle persone già presenti, integrando nuove competenze senza stravolgere gli assetti esistenti.
Cosa dovrebbero fare ora gli imprenditori
In questa fase di transizione regolatoria la scelta migliore non è attendere. È prepararsi con pragmatismo attraverso cinque mosse utili:
- Mappare i temi ESG realmente rilevanti per il proprio business.
- Individuare pochi indicatori concreti e misurabili.
- Verificare richieste di clienti, banche e filiera.
- Collegare sostenibilità e investimenti finanziabili.
- Costruire una governance interna minima ma seria.
Non serve partire con strutture pesanti. Serve iniziare bene, con obiettivi realistici e continuità operativa.
Oltre la sigla
Forse nei prossimi anni il termine ESG verrà meno usato rispetto al passato. Potrebbero emergere nuove espressioni: competitività sostenibile, resilienza industriale, valore responsabile, transizione intelligente.
Ma la sostanza resterà.
Le imprese che consumano meno risorse, governano meglio i rischi, valorizzano le persone, dialogano con il territorio e sanno rendere leggibili i propri risultati saranno generalmente più forti, più finanziabili e più credibili.
Per questo il vero tema non è difendere o attaccare la sigla ESG. Il vero tema è capire quale tipo di impresa sarà premiato nel nuovo ciclo economico europeo.
E su questo il mercato sembra avere già iniziato a decidere.
