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Con un impatto ambientale devastante che la colloca tra i più inquinanti al mondo, a causa del consumo eccessivo di risorse naturali, il settore della moda è chiamato a ripensare il suo modello produttivo.
Si stima, infatti, che per la sola realizzazione di una maglia di cotone siano necessari 2700 litri di acqua dolce. Secondo il report 2020 della Europeam Envoironment Agency il settore tessile è la terza causa di degrado delle risorse idriche e dell’uso del suolo, infatti, sono stati necessari in media 9 m³ di acqua, 400 m² di terreno e 391 kg di materie prime per fornire abiti e scarpe a ogni cittadino dell’UE. Gli acquisti dei prodotti tessili, invece, in Unione Europea hanno generato circa 270 kg di emissioni CO₂ a persona e, una volta consumati, questi tessuti hanno provocato emissioni di gas serra pari a 121 milioni di tonnellate. I tessuti sintetici, inoltre, sono causa di inquinamento degli oceani rilasciando sui fondali mezzo milione di tonnellate di microplastiche ogni anno.
Un altro allarme che colpisce il mondo del fashion è la schiavitù moderna che coinvolge tutta la filiera di produzione dall’industria tessile all’abbigliamento. Il fenomeno della delocalizzazione della produzione nei Paesi in via di sviluppo permette un costo di salari bassi, ma non il controllo sulle condizioni di lavoro a discapito spesso delle donne che recepiscono un salario al di sotto del minimo legale. Invece in India nelle piantagioni di cotone a lavorare ci sono anche i minori su cui grava la salute mentale e fisica e, spesso, la produttività è prioritaria rispetto al diritto allo studio.
Il cambio repentino delle mode, le campagne pubblicitarie sempre più incisive hanno aumentato la domanda dei prodotti rendendoli accessibili a tutti e aprendo le strade al fast fashion, un modello di business basato su processi di produzioni veloci e prezzi bassi che ha aumentato notevolmente i danni ambientali.
La consapevolezza del consumatore e le soluzioni ESG
Nel frattempo, però, il consumismo cede il passo alla consapevolezza del consumatore che dinanzi al cambiamento climatico inizia a scegliere con maggiore responsabilità. Per un futuro più responsabile e duraturo la sostenibilità e i criteri ESG (Environmental, Social, Governace) sono concetti sempre più imprescindibili. I rating ESG spingono le aziende a considerare il loro impatto ambientale, promuovendo l’utilizzo di risorse naturali e l’economia circolare. Oggi si parla di upcycling si tratta di un riciclo più innovativo, dove l’indumento di scarto non solo viene riparato come nel riciclo, ma acquisisce un nuovo aspetto rendendo il capo unico e autentico con un lavoro che lo impreziosisca ancora di più. Questo approccio crea inevitabilmente anche un rapporto di affettività con ciò che il cliente indossa.
Le imprese di settore è necessario che inizino a sperimentare con materiali innovativi, come Stella McCarteney che ha lanciato la sua prima borsa di pelle vegana ottenuta dal micelio dei funghi. Oppure il gruppo internazionale Kering ha investito in una startup che sta sviluppando pelle coltivata in laboratorio. Poi ci sono grandi marchi come Patagonia che progetta ogni capo per essere resistente, attraverso l’uso di materiali riciclate e si impegna a donare una percentuale dei suoi profitti per cause ambientali. La filiera della moda non deve sottovalutare il profitto dei tessuti deadstock sia in termini economici che ambientali grazie al riciclo degli scarti e alla svendita degli abiti delle stagioni precedenti lasciati in magazzino.
I principi ESG forniscono una struttura concreta e misurabile per guidare e valutare gli sforzi di sostenibilità nel settore della moda. I consumatori, oggi, sono sempre più attenti alle questioni etiche e ambientali, premiando le aziende che dimostrano un impegno concreto per la sostenibilità. Gli investitori sono sempre più attratti da realtà imprenditoriali con solide performance ESG. Le pratiche volte alla sostenibilità sottintendono l’innovazione nella progettazione e nella produzione con una conseguente riduzione dei costi a lungo termine e la riduzione degli sprechi.
In questo processo di tutela all’ambiente si assiste alla rilocalizzazione della produzione nel proprio Paese e questa scelta equivale a nuovi posti di lavoro e la crescita economica del mercato interno e un crescente rapporto con i fornitori locali, a cui si aggiunge un enorme abbattimento di costi, la riduzione dell’inquinamento, maggiore trasparenza nella produzione e controllo. Questa scelta può contribuire a ridurre la dipendenza dalle produzioni in paesi asiatici o africani, dove spesso si verificano violazioni dei diritti umani.
L’Unione Europea tra obblighi e opportunità per un futuro sostenibile
Il Parlamento Europeo, infatti, consapevole del devastante impatto della moda sull’ambiente e sui diritti umani ha adottato ed emanato le direttive Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) e la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) che mirano a responsabilizzare le aziende chiedendo loro maggiore trasparenza e di integrare la sostenibilità nelle loro strategie. L’Unione europea obbliga le aziende a rendicondare le loro performance di sostenibilità e promuove una moda circolare e sostenibile attraverso criteri di progettazione di tessuti più durevoli, riparabili e riciclabili, secondo quando indicato nel regolamento Ecodesign per i Prodotti Sostenibili (ESPR). Inoltre l’UE prevede degli schemi di responsabilità estesa del produttore (EPR) che responsabilizza quest’ultimo dei costi di raccolta, smistamento e riciclaggio dei prodotti tessili.
Lo scorso anno, inoltre, il Consiglio Europeo ha adottato il passaporto digitale come strumento di trasparenza e tracciabilità dei prodotti utile non solo ai consumatori per scegliere con maggiore consapevolezza, ma anche agli imprenditori che potranno valorizzare l’autenticità dei loro prodotti. L’UE dispone di un marchio Ecolabel applicato sui prodotti dei produttori che rispettano i criteri ecologici e dà maggiore visibilità ai prodotti che includono meno sostanze nocive e causano meno inquinamento all’acqua e all’aria. Sicuramente le normative vengono percepite in questo caso, soprattutto, come obblighi, ma non bisogna sottovalutare l’integrazione di principi ESG e di sostenibilità che, ad oggi, si traducono in opportunità significative per le aziende.
