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Le imprese italiane crescono ma cambiano troppo lentamente: cosa rivela davvero il nuovo Censimento Istat

Errico Formichella

Errico Formichella

Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Federico II, con oltre vent’anni di esperienza nella consulenza a imprese ed enti pubblici, in ambito finanziario e di internazionalizzazione. Founder e CEO di SEF Consulting e direttore editoriale di Acta Non Verba. Specializzato in strategie aziendali, innovazione organizzativa e trasformazione digitale. Con solida visione strategica e competenze in project management, guida processi complessi di crescita e cambiamento, credendo nel capitale umano come leva di sviluppo competitivo e sostenibile.
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Il Censimento permanente delle imprese 2025, pubblicato il 29 ottobre da Istat, racconta un sistema produttivo che aumenta le proprie dimensioni, investe nella digitalizzazione e comincia a utilizzare l’intelligenza artificiale. Ma emergono anche contraddizioni profonde: innovazione in rallentamento, competenze insufficienti, capitale prevalentemente familiare e difficoltà a trasformare gli investimenti in nuovi modelli di business.

Il sistema produttivo italiano sta cambiando ma non necessariamente nella direzione o con la velocità che sarebbe necessaria per affrontare le trasformazioni tecnologiche, demografiche e competitive dei prossimi anni. È questa la questione più interessante che emerge dai primi risultati del Censimento permanente delle imprese 2025, pubblicati dall’Istat il 29 ottobre 2026. Il rapporto, articolato in 39 pagine, restituisce una rappresentazione particolarmente dettagliata delle caratteristiche strutturali, delle strategie e dei comportamenti delle imprese italiane.

La rilevazione ha coinvolto un campione di circa 265mila imprese rappresentativo di oltre un milione di aziende industriali e dei servizi con almeno tre addetti. Si tratta soltanto del 21,2% delle imprese residenti in Italia, ma di un perimetro che genera l’87,5% del valore aggiunto e occupa 13,8 milioni di addetti. Non è dunque una fotografia di tutte le attività economiche italiane ma del nucleo che concentra la maggior parte della produzione di ricchezza del Paese.

La lettura dei risultati porta a una conclusione che merita attenzione: il problema della competitività italiana non può più essere ricondotto solo alla dimensione delle imprese, alla disponibilità di finanziamenti o al ritardo nell’adozione tecnologica. Riguarda sempre più la capacità di combinare capitale, competenze, organizzazione, ricerca e relazioni produttive in processi di trasformazione effettiva. La distinzione è fondamentale. Acquistare un macchinario non significa necessariamente innovare il modello produttivo, come utilizzare l’intelligenza artificiale non equivale a trasformare i processi aziendali o ricevere un incentivo non garantisce di sviluppare una capacità competitiva destinata a sopravvivere al finanziamento.

La trasformazione silenziosa: meno imprese, più occupazione, maggiore dimensione media

Tra il 2018 e il 2024, nel perimetro considerato dal Censimento, il numero delle imprese è diminuito da circa 1,019 milioni a 1,005 milioni. Nello stesso periodo, però, gli addetti sono aumentati da 12,24 a 13,82 milioni. La dimensione media è quindi passata da 12,0 a 13,8 addetti per impresa. L’apparente contraddizione si spiega osservando la diversa evoluzione delle classi dimensionali.

Le microimprese con 3-9 addetti sono diminuite di oltre 43mila unità, passando da 808.946 a 765.493. Il loro peso sull’occupazione complessiva è sceso dal 30,1% al 25,8%. Nello stesso periodo le piccole imprese con 10-49 addetti sono aumentate di quasi 24mila unità mentre le medie imprese sono passate da 20.705 a 25.755. Anche la quota occupazionale delle grandi imprese è cresciuta raggiungendo il 28,8% degli addetti.

Questi risultati mostrano una modificazione della struttura dimensionale dell’economia italiana. Non dimostrano però che le microimprese si siano necessariamente trasformate in imprese più grandi: una parte della variazione può dipendere anche da cessazioni, nuove costituzioni, fusioni e cambiamenti nella composizione settoriale. L’Italia produttiva non è immobile dal punto di vista dimensionale, sta progressivamente concentrando una quota maggiore dell’occupazione in organizzazioni più strutturate.

La dinamica è particolarmente visibile nelle costruzioni dove tra il 2018 e il 2024 le imprese sono aumentate del 16,6% e gli addetti del 37,8%, anche nel contesto degli incentivi all’edilizia e degli interventi infrastrutturali collegati al PNRR. Nella manifattura al contrario il numero delle imprese è diminuito del 7,6% mentre l’occupazione è cresciuta di circa il 7%. La maggiore dimensione organizzativa può contribuire a superare alcune fragilità storiche delle imprese italiane: difficoltà nell’accesso a competenze specialistiche, limitata capacità finanziaria, insufficiente strutturazione manageriale. Ma non produce automaticamente innovazione.

Il capitalismo familiare rimane dominante. La managerializzazione molto meno

Nel 2025 secondo l’Istat l’84,6% delle imprese con almeno tre addetti risulta controllato da una persona fisica o da una famiglia. Si tratta di oltre 850mila aziende. La quota è significativamente superiore al 75,2% rilevato nel 2018. La proprietà familiare rimane dunque uno degli elementi caratteristici della struttura economica italiana con una presenza particolarmente elevata nelle imprese di minore dimensione. L’87,4% delle microimprese è a controllo familiare. La percentuale scende al 78,4% nelle piccole, al 60,8% nelle medie e al 44,5% nelle grandi.

Il dato più interessante riguarda la gestione. Tra le imprese familiari soltanto l’1,6% presenta una gestione manageriale secondo la definizione adottata dalla rilevazione. Il valore sale al 10,1% tra le imprese familiari di media dimensione e al 23,1% tra quelle grandi. Questo non significa che tutte le altre aziende siano gestite in modo inefficiente né che la proprietà familiare costituisca un problema in sé. Molte imprese familiari italiane hanno sviluppato competenze industriali, capacità di adattamento e relazioni commerciali difficilmente riproducibili.

La questione è un’altra: quanto la continuità proprietaria riesce a convivere con l’introduzione di competenze manageriali, strumenti di pianificazione, governance strutturata e capacità di valutazione degli investimenti? È un problema particolarmente importante nella prospettiva del passaggio generazionale. La trasmissione dell’impresa riguarda principalmente la capacità di conservare il patrimonio di conoscenze accumulato e contemporaneamente introdurre competenze nuove.

In questo senso il dato dell’Istat suggerisce che i programmi pubblici a sostegno della crescita dimensionale dovrebbero considerare anche la qualità della governance. Un’impresa può raggiungere una dimensione maggiore mantenendo sostanzialmente invariati i propri processi decisionali.

La strategia dominante rimane difensiva

Il Censimento identifica un altro elemento particolarmente rilevante: la natura prevalentemente difensiva delle strategie aziendali. Nel biennio 2024-2025, tra le imprese con almeno dieci addetti, l’83,2% ha indicato come obiettivo prioritario la difesa della propria posizione competitiva. Il 61% ha perseguito l’aumento delle attività in Italia e il 58,2% l’ampliamento della gamma di prodotti e servizi. Ma soltanto il 44,4% ha indicato tra i propri obiettivi l’aumento degli investimenti in nuove tecnologie, mentre il 40,9% ha considerato iniziative di sostenibilità ambientale e il 35,6% l’attivazione o l’ampliamento delle collaborazioni con altre imprese.

Il dato non va interpretato come una contrapposizione assoluta: difendere la propria posizione competitiva e investire in tecnologie possono essere obiettivi perfettamente complementari. Tuttavia la distribuzione delle risposte segnala un sistema nel quale la preservazione delle condizioni esistenti rimane una motivazione molto più diffusa rispetto all’espansione attraverso nuove tecnologie, mercati e collaborazioni. Il rischio è che la modernizzazione venga affrontata prevalentemente come risposta a pressioni immediate quali aumento dei costi, cambiamenti dei mercati, difficoltà nel reperimento del personale. È diverso dall’investire per costruire vantaggi competitivi non ancora esistenti.

Questa distinzione dovrebbe avere conseguenze dirette sulle politiche industriali. Gli incentivi possono essere progettati per compensare una difficoltà, sostenere un investimento già programmato oppure rendere possibile una trasformazione che altrimenti non verrebbe realizzata. Sono tre obiettivi differenti e richiedono strumenti, criteri di selezione e indicatori di risultato differenti.

Il vero campanello d’allarme: l’innovazione arretra

Uno dei risultati più problematici del rapporto riguarda la propensione all’innovazione. La quota di imprese con almeno tre addetti che svolgono attività innovative è passata dal 38,2% del periodo 2016-2018 al 37,3% del biennio 2024-2025. Il ridimensionamento appare particolarmente significativo nelle piccole e medie imprese che registrano diminuzioni rispettivamente di 3,3 e 3,4 punti percentuali. Nelle grandi imprese la quota di aziende impegnate in attività innovative rimane invece prossima all’80%.

Il rapporto segnala anche una contrazione del ricorso alla ricerca e sviluppo. Tra le imprese con almeno dieci addetti, considerando i periodi di osservazione, diminuisce di 3,3 punti percentuali la diffusione delle attività di R&S interna e di 0,9 punti quella della R&S acquisita all’esterno. Anche gli investimenti in macchinari e impianti, che continuano a rappresentare una componente importante dei processi innovativi, coinvolgono una quota progressivamente più contenuta di imprese.

Occorre leggere queste variazioni con prudenza: i periodi osservati non hanno tutti la stessa durata e l’Istat stesso richiama le differenze metodologiche rispetto ad altre indagini sull’innovazione. Il segnale di fondo, tuttavia, merita attenzione. Perché una riduzione della diffusione dell’attività innovativa, soprattutto nella fascia delle piccole e medie imprese, potrebbe limitare proprio quella capacità di adattamento sulla quale si fonda una parte importante della competitività italiana.

Il fenomeno diventa ancora più interessante se confrontato con un altro risultato della stessa rilevazione. Nel triennio 2023-2025 il 34,4% delle imprese ha dichiarato di aver sperimentato almeno un processo di sviluppo del proprio business, contro il 31,7% nel triennio precedente. La modernizzazione tecnologica riguarda il 29,6% delle imprese. Ma soltanto il 6% ha realizzato trasformazioni innovative del modello aziendale e il 3,8% ha effettuato una transizione verso una nuova area principale di attività. Non c’è una contraddizione statistica: gli indicatori rilevano fenomeni diversi.

Esiste però una distinzione economica fondamentale, ovvero che la modernizzazione è più diffusa della trasformazione. Le imprese investono per aggiornare strumenti e attività esistenti più frequentemente di quanto non ripensino i propri modelli di business, ed è proprio questo il punto sul quale diventa necessario interrogarsi.

Intelligenza artificiale: la diffusione aumenta, ma le applicazioni più profonde restano minoritarie

Il Censimento 2025 dedica un approfondimento specifico all’intelligenza artificiale. Il 16,5% delle imprese con almeno tre addetti dichiara di utilizzare almeno una tecnologia di IA. La quota raggiunge il 23,2% considerando quelle con almeno dieci addetti. Ma osservare soltanto la percentuale delle imprese utilizzatrici rischia di nascondere una differenza decisiva: quella tra adozione di uno strumento e trasformazione del sistema produttivo. L’applicazione più diffusa riguarda l’analisi automatica di documenti di testo, che interessa il 12,7% delle imprese con almeno tre addetti. Seguono le tecnologie per generare immagini e video, utilizzate dal 7,8%, e quelle per convertire il parlato in testo, diffuse nel 6,6% delle imprese.

Molto più limitato è invece l’impiego di tecnologie direttamente connesse all’organizzazione della produzione e all’elaborazione avanzata delle informazioni. L’utilizzo di IA per l’analisi dei dati riguarda il 2,3% delle imprese con almeno tre addetti, l’automazione dei flussi di lavoro il 2%, le tecnologie che consentono il movimento autonomo delle macchine lo 0,7%.

L’Istat individua due insiemi di applicazioni tra loro fortemente complementari. Il primo comprende gli strumenti linguistico-generativi e multimediali, collegati principalmente all’elaborazione e produzione di contenuti. Il secondo comprende le applicazioni operative e industriali, caratterizzate da relazioni tra apprendimento automatico, automazione dei processi, riconoscimento delle immagini e robotica.

La differenza è importante. Le prime applicazioni possono essere introdotte anche senza una profonda riorganizzazione del sistema informativo aziendale, le seconde richiedono generalmente maggiore integrazione tra dati, tecnologie, infrastrutture, processi e competenze. Non significa che l’IA generativa sia economicamente marginale. Può produrre benefici considerevoli anche in attività amministrative, progettuali, professionali e commerciali ma il valore strategico dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere misurato dal semplice numero di strumenti utilizzati, bensì dalla capacità di modificare le prestazioni dei processi ai quali vengono applicati.

Una precisazione metodologica è necessaria. L’indagine annuale Istat «Imprese e ICT 2025» aveva rilevato un utilizzo dell’IA del 16,4% nelle imprese con almeno dieci addetti, contro una media europea del 20%. Il 23,2% del nuovo Censimento non può essere utilizzato per affermare che l’adozione sia aumentata di quasi sette punti nello stesso anno perché i due indicatori provengono da rilevazioni con perimetri e riferimenti metodologici differenti. Resta comuqnue un dato economico significativo.

Competenze: la difficoltà di assumere diventa un limite alla trasformazione

Nel biennio 2024-2025 il 52,9% delle imprese ha considerato l’acquisizione di nuove risorse umane. Tra le imprese interessate al reclutamento, la difficoltà di reperire competenze tecniche adeguate viene indicata come ostacolo dal 30%. La percentuale sale al 42,6% tra le piccole imprese, al 51% tra le medie e al 53% tra le grandi. È un risultato significativo perchè dichiara che proprio le organizzazioni più strutturate, e quindi potenzialmente più capaci di affrontare investimenti complessi, incontrano maggiori difficoltà nel reperimento delle competenze richieste. Il problema assume particolare rilevanza nel Nord-est dove la carenza di competenze tecniche è segnalata dal 35,5% delle imprese considerate e quella di competenze trasversali dal 22%.

Il Censimento affronta inoltre gli effetti del cambiamento demografico. Il 58,8% delle imprese con almeno dieci addetti dichiara di tenerne conto nella programmazione delle assunzioni per il triennio 2026-2028. Questo significa che oltre quattro imprese su dieci non lo considerano ancora esplicitamente nella propria pianificazione.

La trasmissione delle competenze tra generazioni, l’aggiornamento professionale e la collaborazione con scuole, università e centri formativi diventano quindi elementi centrali della continuità aziendale. Ma qui emerge un ulteriore squilibrio. Nel biennio 2024-2025 soltanto il 24,3% delle imprese ha realizzato formazione diversa da quella obbligatoria. La quota passa dal 19,5% delle microimprese all’80,1% delle grandi. La formazione non è dunque distribuita uniformemente nel sistema produttivo e questo può contribuire ad ampliare le differenze tra imprese capaci di assorbire nuove tecnologie e imprese che restano ancorate a processi organizzativi tradizionali.

Le competenze digitali avanzate vengono considerate particolarmente importanti per il triennio 2026-2028 dal 23,5% delle imprese con almeno dieci addetti, con una quota che raggiunge il 46,1% tra le grandi. Le competenze manageriali sono indicate dal 16,9% mentre le competenze verdi soltanto dal 5,9%. Quest’ultimo risultato non significa che la sostenibilità interessi così poche imprese, va considerato il fatto che la domanda chiedeva di selezionare fino a tre tipologie di competenze ritenute prioritarie. Segnala però che le competenze necessarie alla transizione ambientale occupano ancora una posizione limitata nella gerarchia delle priorità dichiarate. E la transizione digitale ed ecologica richiede prima di tutto una transizione delle competenze.

Le reti produttive possono compensare la piccola dimensione: il risultato più interessante del Censimento

Tra le evidenze più significative del rapporto vi è quella relativa alle relazioni tra imprese. Nel 2025 il 45,2% delle imprese con almeno tre addetti dichiara di intrattenere relazioni produttive stabili con altre aziende o istituzioni. La quota aumenta con la dimensione: dal 40,4% delle microimprese al 75% delle grandi. Ma il dato più importante riguarda la relazione osservata tra collaborazione, innovazione e produttività.

Tra le piccole imprese con 10-49 addetti la quota di quelle che realizzano attività innovative passa dal 38,7% tra le aziende prive di relazioni produttive al 60,4% tra quelle che ne possiedono. La differenza è di 21,7 punti percentuali. Anche in termini di produttività del lavoro, misurata dal valore aggiunto per addetto, le imprese inserite in relazioni produttive presentano valori superiori a quelli delle aziende che operano isolatamente. Il differenziale rilevato dall’Istat è di circa il 40% nelle microimprese e del 30% nelle piccole, con valori positivi anche nelle imprese medie e grandi.

È necessario evitare una conclusione impropria: questi dati mostrano un’associazione statistica e non dimostrano che l’attivazione di una relazione produca automaticamente quell’incremento di produttività. Le imprese più dinamiche potrebbero essere anche quelle maggiormente propense a collaborare. La correlazione rimane comunque molto rilevante per le politiche industriali e suggerisce che la competitività di un sistema produttivo frammentato può dipendere non soltanto dalla crescita delle singole aziende ma anche dalla qualità delle connessioni che riescono a costruire. Il limite è che le relazioni produttive italiane rimangono prevalentemente legate alla commessa e alla subfornitura.

Tra le imprese che intrattengono relazioni il 68,9% ricorre alla subfornitura e il 60,6% a rapporti di commessa, mentre gli accordi formali, come consorzi, joint venture e altre strutture organizzate, riguardano soltanto il 14,3%. Esiste dunque un possibile spazio di intervento per le politiche pubbliche: favorire il passaggio dalle semplici relazioni commerciali a collaborazioni capaci di generare ricerca condivisa, trasferimento tecnologico, integrazione dei dati e accesso a nuovi mercati. La rete produttiva può diventare una forma di infrastruttura competitiva soprattutto per le imprese che non possiedono individualmente tutte le competenze necessarie.

Finanza: il credito è più accessibile, ma l’investimento rimane fortemente autofinanziato

Nel 2025 l’81,4% delle aziende dichiara di ricorrere all’autofinanziamento, che rimane la fonte più diffusa. Il credito bancario a medio-lungo termine viene utilizzato dal 27,9% delle imprese, mentre quello a breve termine dal 14,2%. Nel corso dell’anno il 23,8% delle aziende ha richiesto nuovi prestiti a banche o altri intermediari. Tra le imprese richiedenti l’85,6% dichiara di aver ottenuto l’intero importo richiesto e soltanto il 2,4% di aver ricevuto un rifiuto.

Non emerge quindi un quadro generalizzato di esclusione dal credito. Il problema più interessante sembra riguardare la struttura della domanda di finanziamento e la propensione ad assumere rischi per investimenti di trasformazione. Il 39% delle imprese che ricorrono a finanziamenti esterni indica esigenze di liquidità, il 37% la copertura dell’attività ordinaria e il 33,2% l’ampliamento della capacità produttiva.

Le motivazioni legate agli investimenti in nuove tecnologie digitali riguardano invece il 7,5%. Ciò non significa che soltanto queste imprese investano nel digitale perchè molte possono finanziare gli investimenti con risorse proprie. Il dato suggerisce piuttosto che il credito esterno continua a svolgere una funzione importante nella gestione corrente, mentre la trasformazione tecnologica non rappresenta ancora una motivazione dominante del ricorso alla finanza.

È particolarmente interessante osservare anche le strategie di ricapitalizzazione. Soltanto il 9,7% delle società di capitali con almeno tre addetti prevede o realizza strategie di rafforzamento patrimoniale. Il ricorso a private equity o quotazione in Borsa riguarda appena lo 0,6%. Tra le società che non prevedono ricapitalizzazioni la volontà di mantenere invariato l’assetto proprietario rappresenta una motivazione importante.

Torna così il tema della relazione tra proprietà, governance e disponibilità di capitale per la crescita. La dipendenza dall’autofinanziamento non è necessariamente un segno di fragilità, può anzi riflettere solidità patrimoniale e capacità di generazione di cassa. Diventa però un limite quando gli investimenti necessari richiedono risorse, competenze o una scala temporale superiori a quelle sostenibili con i soli mezzi interni.

Gli incentivi pubblici: non conta soltanto quante risorse vengono erogate

Nel 2025 gli incentivi e le agevolazioni pubbliche figurano tra le fonti principali di finanziamento indicate dal 3,4% delle imprese, mentre i finanziamenti pubblici sono indicati dall’1,7%. I contributi e fondi dell’Unione europea e del PNRR compaiono nel 2,5% delle risposte. Queste percentuali non misurano la quota complessiva di imprese che abbia beneficiato almeno una volta di un’agevolazione pubblica ma la diffusione delle fonti di finanziamento secondo il quesito censuario. Sono quindi indicatori da utilizzare con precisione ma pongono comunque una questione strategica.

Se l’obiettivo di una politica industriale è trasformare il sistema produttivo non è sufficiente monitorare il numero delle domande presentate, delle agevolazioni concesse o degli investimenti rendicontati. Occorre quindi chiedersi quali capacità siano state effettivamente generate. Una linea di finanziamento destinata alla digitalizzazione, per esempio, dovrebbe consentire di verificare non soltanto l’acquisto di software e macchinari ma anche il miglioramento dei processi, l’integrazione dei sistemi informativi, la qualificazione del personale e gli effetti sulla produttività. Allo stesso modo un programma a sostegno della ricerca dovrebbe distinguere tra attività di sviluppo sperimentale, acquisizione di tecnologie già disponibili e realizzazione di innovazioni effettivamente introdotte sul mercato. La valutazione dovrebbe essere proporzionata alla dimensione delle imprese e alla complessità dei progetti evitando che l’introduzione di nuovi indicatori produca ulteriore burocrazia. Il criterio decisivo non deve essere soltanto quanto l’impresa investe ma quale capacità competitiva rimane dopo l’investimento.

Sostenibilità: molte iniziative, meno trasformazione industriale

La sostenibilità costituisce un altro ambito nel quale i dati suggeriscono di distinguere tra diffusione delle iniziative e profondità dei cambiamenti. Nel 2025 il 46% delle imprese dichiara almeno un’azione di sostenibilità ambientale. Il 64,7% ha realizzato almeno un’iniziativa di sostenibilità sociale e il 42,1% almeno un’azione nell’ambito della sostenibilità economica e della governance. Il 30,7% risulta attivo in tutte e tre le dimensioni ESG. Sono dati importanti che mostrano come una parte consistente delle imprese abbia introdotto almeno alcune pratiche riconducibili alla sostenibilità.

Ma non tutte le iniziative implicano la stessa trasformazione produttiva. Tra le imprese che hanno realizzato azioni ambientali le attività più diffuse riguardano la riduzione degli imballaggi, la diminuzione dei materiali pericolosi e la mitigazione dei rischi ambientali. Le iniziative che richiedono una riprogettazione dei processi produttivi risultano meno frequenti. La riprogettazione per il riciclo dei materiali, per esempio, riguarda il 12,1% delle imprese che hanno realizzato almeno un’azione ambientale, gli accordi formali tra imprese per il riutilizzo dei prodotti di scarto il 10,6%. Questo dato è centrale nella prospettiva dell’economia circolare.

Anche sul fronte sociale emergono differenze. La flessibilità degli orari, la sicurezza sul lavoro oltre gli obblighi normativi e il mantenimento dell’occupazione rappresentano iniziative diffuse. Sono molto meno frequenti le azioni di rigenerazione urbana o di welfare sociale rivolto alla collettività. Tra le imprese che hanno realizzato almeno un’iniziativa di sostenibilità sociale soltanto il 7,8% indica iniziative culturali di interesse collettivo e il 5,3% interventi di rigenerazione urbana. Il dato merita attenzione anche oltre il perimetro strettamente industriale perchè suggerisce che l’integrazione fra impresa, patrimonio culturale, territorio e sviluppo delle comunità rimane un ambito relativamente poco praticato. In una prospettiva di ecologia integrale rigenerazione territoriale ed economia della cultura, esiste dunque uno spazio di sperimentazione importante.

Internazionalizzazione e catene del valore: essere presenti all’estero non basta

Il Censimento mostra che nel biennio 2024-2025 il 4,7% delle imprese con almeno dieci addetti ha svolto almeno una parte dell’attività produttiva all’estero, contro il 3% del biennio precedente. L’indicatore riguarda la produzione internazionale e non il complesso delle attività di esportazione. È una distinzione importante per non sottostimare l’apertura commerciale delle imprese italiane. Le modalità prevalenti di internazionalizzazione produttiva sono relativamente leggere: conto lavorazione e accordi con imprese estere. Gli investimenti diretti esteri hanno un peso più contenuto ma assumono particolare rilevanza per le imprese maggiori e nei settori più internazionalizzati. Il rapporto mostra anche una differenza nelle finalità delle attività produttive estere. Gli investimenti diretti sono spesso finalizzati a servire i mercati nei quali si produce mentre il conto lavorazione e alcune forme contrattuali rispondono maggiormente a esigenze di organizzazione delle filiere e di approvvigionamento.

A questa dimensione si aggiunge la vulnerabilità delle catene globali del valore. Il 9,5% delle imprese con almeno dieci addetti ha segnalato difficoltà o interruzioni nell’approvvigionamento legate agli shock internazionali considerati dalla rilevazione. Siamo di fronte a una quota minoritaria ma non trascurabile. Il problema non può essere affrontato solo attraverso una scelta tra produzione nazionale e delocalizzazione. Occorre sviluppare capacità di diversificazione dei fornitori, monitoraggio dei rischi, integrazione informativa e cooperazione lungo le filiere. E anche questo richiede investimenti organizzativi e non soltanto tecnologici.

Il prossimo ciclo europeo: dalle agevolazioni ai sistemi di investimento

I risultati del Censimento arrivano in un momento importante per la programmazione delle politiche europee. La Commissione europea ha presentato nel luglio 2025 la proposta per il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, all’interno del quale figura il nuovo European Competitiveness Fund. La proposta prevede una dotazione di circa 234 miliardi di euro per il Fondo da coordinare con i 175 miliardi proposti per Horizon Europe, per un insieme di risorse pari a circa 409 miliardi di euro. Sia chbiaro che si tratta di importi e strumenti ancora soggetti al processo negoziale europeo, non di finanziamenti definitivamente approvati. L’orientamento della proposta è però imporetante perchè rende più continuo il collegamento tra ricerca, innovazione, industrializzazione, crescita dimensionale e accesso al mercato.

Il problema che emerge dal Censimento Istat è perfettamente coerente con questa impostazione. L’innovazione non può esaurirsi nella fase sperimentale ma deve diventare produzione, organizzazione e capacità commerciale. Allo stesso modo la digitalizzazione non dovrebbe essere trattata come un investimento isolato bensì come parte di una trasformazione dei processi, delle competenze e delle relazioni produttive. Un ruolo importante può essere svolto dalle strategie di specializzazione intelligente che collegano le priorità tecnologiche e produttive alle caratteristiche dei sistemi economici territoriali.

Secondo il Censimento, il 30,8% delle imprese opera in almeno una delle aree nazionali di specializzazione intelligente considerate dalla rilevazione. Queste imprese generano il 46% del valore aggiunto del perimetro produttivo osservato, impiegando il 39,3% degli addetti. È una concentrazione economicamente rilevante ma non significa che tutte queste imprese siano automaticamente più innovative o che appartengano a settori ad alta tecnologia. Indica l’importanza di costruire una politica industriale che tenga conto delle specializzazioni e degli ecosistemi produttivi esistenti. La questione centrale diventa quindi come collegare gli strumenti finanziari alla costruzione di capacità territoriali: centri di ricerca, imprese, università, strutture formative, infrastrutture e reti di cooperazione. I risultati del Censimento suggeriscono che finanziare singoli progetti senza rafforzare le connessioni tra questi soggetti potrebbe lasciare irrisolte alcune delle fragilità principali del sistema produttivo italiano.

Che cosa dovrebbero fare le imprese: cinque verifiche prima di investire

Il rapporto Istat può essere utilizzato anche come primo strumento pratico di autovalutazione. Prima di programmare un nuovo investimento un’impresa dovrebbe interrogarsi almeno su cinque aspetti: capacità organizzativa, capitale umano, relazioni produttive, struttura finanziaria, risultati verificabili.

Dal punto di vista della capacità organizzativa l’investimento introduce soltanto una tecnologia oppure modifica responsabilità, processi decisionali, gestione dei dati e modalità operative? È chiaro chi dovrà utilizzare e governare la nuova capacità? Dal punto di vista del capitale umano le competenze necessarie sono già presenti, possono essere sviluppate internamente o richiedono collaborazioni esterne? È stato previsto un percorso di formazione e trasferimento delle conoscenze? Dal punto di vista delle relazioni produttive l’azienda possiede individualmente tutte le risorse necessarie oppure potrebbe ottenere risultati migliori attraverso accordi con altre imprese, università, centri di ricerca e fornitori specializzati?Dal punto di vista della struttura finanziaria, poi, l’investimento può essere sostenuto con le risorse disponibili senza compromettere la solidità aziendale? Sarebbe utile affiancare all’autofinanziamento credito, capitale di rischio o strumenti pubblici? Infine, dal punto di vista dei risultati verificabili, quali indicatori consentiranno di capire, dopo sei, dodici e ventiquattro mesi, se l’investimento ha prodotto un miglioramento? Ad esempio produttività per addetto, qualità, tempi di processo, riduzione degli scarti, accesso a nuovi mercati, competenze acquisite e capacità di generare nuovi ricavi sono possibili misure, da selezionare in funzione dell’obiettivo. Queste verifiche non devono trasformarsi in un ulteriore adempimento burocratico ma dovrebbero diventare parte ordinaria della programmazione aziendale, adattata alla dimensione dell’impresa e alla natura dell’investimento.

In questa direzione la necessità di misurare gli effetti degli investimenti assume particolare rilevanza nell’intelligenza artificiale. In un recente articolo su Innovation Post (Chi ha interesse ad addestrare l’AI che lo rimpiazzerà? Gli squilibri salariali e occupazionali creati dall’AI sostitutiva (e come evitarli))1 Franco Canna ha analizzato lo studio degli economisti Joshua Gans e Peter Landry sugli incentivi necessari a coinvolgere i lavoratori nell’addestramento di sistemi di IA potenzialmente sostitutivi. Nel confronto sviluppatosi successivamente su LinkedIn2 Mauro Landro ha posto la questione succitata: come verificare gli esiti reali degli investimenti senza introdurre nuovi oneri burocratici, soprattutto nelle PMI? Nel piccolo dibattito è emrsa la proposta, ancora in fieri, di concentrare la valutazione su quattro dimensioni: prestazioni dell’IA in casi d’uso concreti, competenze effettivamente acquisite dai lavoratori, miglioramenti misurabili dei processi ed esiti professionali, dalla ricollocazione alla crescita delle responsabilità e delle retribuzioni. Ne deriverebbe un criterio applicabile anche oltre l’intelligenza artificiale, ovvero valutare gli investimenti non soltanto attraverso le prestazioni della tecnologia ma attraverso le nuove capacità che generano nelle organizzazioni e nelle persone.

Che cosa dovrebbero misurare le politiche pubbliche

Le stesse considerazioni valgono per le amministrazioni che progettano programmi di sostegno alle imprese. Il Censimento suggerisce di superare progressivamente una valutazione concentrata sugli input (risorse erogate, investimenti ammissibili, beneficiari e spesa realizzata) per integrare indicatori di risultato. Questa distinzione tra attività realizzate e risultati effettivamente prodotti è talmente centrale che attraversa anche altri settori dell’intervento pubblico. Durante Ravello Lab 2026 Antonio Lampis, consigliere del Cultural Welfare Center con delega alla Pubblica Amministrazione, ha ricordato che «Il successo di un museo non si misura soltanto con i biglietti staccati»3. Nello stesso contesto Andrea Cancellato4, presidente di Federculture, ha richiamato l’attenzione sulla qualità della spesa pubblica e sulla necessità di orientarla verso benefici concreti. Il principio è trasferibile alle politiche industriali: contare i progetti finanziati, le imprese beneficiarie e le risorse erogate è necessario per rendicontare l’attività amministrativa ma non sufficiente per valutarne l’efficacia. Occorre verificare quali capacità produttive, competenze, innovazioni e opportunità economiche gli interventi abbiano effettivamente generato e in quale misura questi risultati siano destinati a durare oltre la conclusione del finanziamento.

Tradurre questo principio in una pratica amministrativa, come si è detto, significa costruire una valutazione capace di accompagnare l’intero ciclo dell’investimento, dalla sua realizzazione agli effetti prodotti nel tempo. Si tratta in particolare di distinguere tre livelli di osservazione, complementari ma non sovrapponibili. Un primo livello dovrebbe verificare l’effettiva realizzazione dell’investimento. Un secondo dovrebbe misurare il suo utilizzo nei processi aziendali. Un terzo dovrebbe esaminare gli effetti su produttività, qualità, competenze, innovazione, sostenibilità o accesso ai mercati, a seconda della finalità della misura.

Quando possibile la valutazione dovrebbe confrontare i risultati con quelli di imprese simili non beneficiarie tenendo conto delle caratteristiche dimensionali, settoriali e territoriali. Senza un confronto credibile infatti un miglioramento successivo all’investimento non può essere attribuito automaticamente all’incentivo pubblico. Questa impostazione consentirebbe anche di distinguere meglio tra politiche di compensazione e politiche di trasformazione. Le prime sono necessarie quando occorre contrastare shock economici o ridurre temporaneamente condizioni di svantaggio, le seconde dovrebbero invece generare nuove capacità competitive. Confondere i due obiettivi rischia di produrre strumenti formalmente orientati all’innovazione ma sostanzialmente utilizzati per sostenere il normale rinnovo del capitale produttivo.

La competitività non si compra: si costruisce

Il nuovo Censimento Istat restituisce l’immagine di un Paese produttivo più articolato e dinamico di quanto alcune rappresentazioni convenzionali lascino intendere. Le imprese aumentano la propria dimensione media, l’occupazione cresce, la digitalizzazione si diffonde, l’intelligenza artificiale entra nelle organizzazioni e le pratiche di sostenibilità coinvolgono una parte significativa del sistema produttivo. Ma questi processi non procedono necessariamente insieme.

La diffusione dell’innovazione mostra segnali di arretramento, le attività di ricerca e sviluppo coinvolgono una quota più limitata di imprese, la formazione non obbligatoria rimane insufficiente soprattutto nelle organizzazioni minori, la managerializzazione delle imprese familiari è ancora poco diffusa. E una parte significativa degli investimenti continua a essere sostenuta prevalentemente con risorse interne. Al tempo stesso il rapporto mette in evidenza una possibilità concreta: le imprese inserite in relazioni produttive presentano livelli di innovazione e produttività sensibilmente superiori a quelli delle aziende isolate.

È probabilmente uno dei segnali più interessanti per il futuro delle politiche industriali italiane perché suggerisce che la dimensione non debba essere letta soltanto in termini di addetti, capitale o fatturato, ma anche come capacità di accesso a conoscenze, tecnologie, competenze e mercati attraverso organizzazioni e reti. Il prossimo ciclo di politica industriale, nazionale ed europea, dovrà confrontarsi precisamente con questa sfida. Non basterà incentivare l’adozione dell’intelligenza artificiale, sostenere l’acquisto di nuovi macchinari o finanziare progetti di sostenibilità, sarà necessario comprendere quali condizioni permettano a questi investimenti di produrre un cambiamento duraturo. La questione decisiva non è più soltanto quanta tecnologia entra nelle imprese italiane ma quanta capacità di innovare rimane dopo che la tecnologia è stata introdotta.

  1. Vedi: https://www.innovationpost.it/attualita/formazione-e-competenze/chi-ha-interesse-ad-addestrare-lai-che-lo-rimpiazzera-gli-squilibri-salariali-e-occupazionali-creati-dallai-sostitutiva-e-come-evitarli/ ↩︎
  2. Vedi: https://lnkd.in/p/dwN_Urp3 ↩︎
  3. Vedi: https://actanonverba.it/ravello-lab-2026-il-reportage-della-seconda-giornata/ ↩︎
  4. Vedi: https://actanonverba.it/ravello-lab-2026-memoria-e-contemporaneita-attraversare-larte/ ↩︎

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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