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Intelligenza artificiale responsabile nell’economia sociale

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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I finanziamenti per l’IA nel non profit cambiano obiettivo, dalla divulgazione ai cittadini alla trasformazione delle organizzazioni, premiano gli enti più strutturati, in un settore dove l’85% non ha dipendenti, e trasformano la responsabilità in un requisito da dimostrare.

Un milione di euro per insegnare agli enti non profit a usare l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro, prima ancora di scegliere quali strumenti comprare. È la dotazione del bando che la Fondazione Compagnia di San Paolo e il Fondo per la Repubblica Digitale, l’impresa sociale nata dall’accordo tra governo e fondazioni di origine bancaria per finanziare la formazione digitale, hanno aperto alle organizzazioni attive in ambito sociale, culturale o ambientale con almeno una sede operativa in Piemonte, Liguria o Valle d’Aosta, e che sarà illustrato oggi alle 11 in un webinar di approfondimento. Le manifestazioni di interesse si presentano entro il 18 dicembre. La cifra è contenuta, divisa a metà tra i due promotori, ma il bando segna un passaggio. Finora le risorse pubbliche e filantropiche destinate all’IA nel terzo settore hanno finanziato soprattutto progetti per spiegarla alle persone. Questo finanzia gli enti perché la integrino nella propria strategia, con regole su dati, sicurezza e controllo umano.

Dalla divulgazione all’organizzazione

Il confronto con l’intervento pubblico più consistente rende chiaro lo spostamento. Il primo stanziamento del Ministero del Lavoro dedicato all’intelligenza artificiale, 7,29 milioni di euro dell’Avviso 3/2024 assegnati a febbraio a 13 enti capofila con 187 partner, sostiene progetti di alfabetizzazione per giovani, famiglie ed educatori su deepfake, disinformazione, privacy e nuove professioni. Il terzo settore vi compare come mediatore tra la tecnologia e le comunità, cioè come soggetto che aiuta gli altri a capire l’IA. Molto meno si è investito per capire come gli enti stessi la usano, e i dati lo riflettono. L’Istat misura ogni anno l’adozione nelle imprese, e nel 2025 il 16,4% di quelle con almeno 10 addetti usava almeno una tecnologia di IA, il doppio rispetto all’8,2% del 2024, contro una media europea del 20% secondo Eurostat. Per le istituzioni non profit una rilevazione ufficiale paragonabile non esiste. L’indicazione più ampia viene dall’indagine Terzo Settore & Digitale di Italia non profit e For Non Profit, condotta tra settembre e novembre 2023 su 459 organizzazioni, in cui l’86,7% degli enti giudicava scarse o molto scarse le proprie competenze in intelligenza artificiale e machine learning.

Competenze scarse non significano però assenza di utilizzo. Gli strumenti di IA generativa sono gratuiti o quasi, e negli enti entrano dal basso, con operatori e progettisti che li usano per scrivere comunicazioni, riassumere documenti, preparare rendicontazioni o rispondere alle richieste. È un’adozione senza strategia e senza regole, che in organizzazioni che trattano dati sanitari, sociali o di minori pone problemi di riservatezza prima ancora che di efficienza. Il bando parte da qui, e prima di finanziare qualsiasi tecnologia chiede agli enti di fotografare la situazione di partenza.

Prima la diagnosi, poi gli strumenti

Il percorso è diviso in due fasi. Nella prima l’ente presenta una manifestazione di interesse su organizzazione, bisogni, motivazioni e visione strategica, e accede comunque a un corso di alfabetizzazione a distanza che comprende gli aspetti etici e normativi. Gli enti selezionati ricevono fino a 20mila euro, di cui al massimo 15mila per il compenso di un coach e 5mila per il personale interno. La seconda fase prevede formazione avanzata in presenza e un lavoro con il coach, obbligatorio, che parte dall’analisi della situazione attuale, individua i casi d’uso e arriva a una roadmap. Gli enti possono cercare fornitori e competenze su Suk, la piattaforma di matchmaking dell’Istituto italiano di intelligenza artificiale per l’industria AI4I, partner scientifico del bando insieme a Factory Plus per la co-progettazione, SocialTechno per la formazione e Digital Pills per la valutazione della maturità su dati e IA. Alla fine l’ente presenta un dossier e può ottenere fino a 120mila euro per realizzare il progetto, con un contributo che copre al massimo il 75% del budget. Il restante 25% resta a suo carico e non può essere coperto valorizzando il lavoro dei volontari. Gli ambiti indicati sono quattro: efficienza organizzativa e automazione, sostenibilità economica e raccolta fondi, gestione dei dati e misurazione dell’impatto, servizi e relazione con beneficiari e comunità.

L’impostazione rovescia la logica di molti bandi per l’innovazione, che finanziano l’acquisto di beni e servizi e lasciano all’ente il compito di capire come usarli. La parte più lunga del percorso è dedicata alla diagnosi, e il denaro per l’implementazione arriva solo dopo che l’ente ha dimostrato di sapere che cosa vuole cambiare. La struttura in due fasi, con un colloquio per la short list, risponde anche a un problema che la stessa intelligenza artificiale sta creando ai finanziatori. Secondo quanto riportato da Valori.it, al bando Act di Fondazione Unipolis le candidature sono passate in un anno da 743 a 1.046, per cinque progetti finanziati, meno dello 0,5% del totale, mentre nel programma europeo Cerv, dedicato a cittadinanza, uguaglianza, diritti e valori, la quota di proposte finanziate è scesa dal 47% del 2022 al 12,5% del 2025. Quando l’IA abbassa il costo di scrivere un progetto, il testo smette di essere un buon indicatore della capacità di realizzarlo. Paolo Pezzana, sociologo e docente all’Università Cattolica di Milano, nella stessa testata propone proprio una valutazione in due tempi, con una prima selezione sui requisiti e un confronto diretto con i proponenti. Il bando della Compagnia di San Paolo va in questa direzione, e potrebbe diventare un modello anche per i finanziatori che con l’IA non hanno nulla a che fare.

Responsabile, cioè verificabile

Nel titolo del bando l’uso dell’IA deve essere «responsabile e sicuro», e la formula ha un contenuto preciso. La governance dei dati, la cybersecurity, la gestione dei rischi, la supervisione umana e le policy interne sono temi trasversali a tutti gli ambiti, e nella seconda fase la governance e la gestione dei rischi vengono valutate accanto alla fattibilità e al piano economico. Non si tratta solo di etica. Il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, l’AI Act, classifica ad alto rischio i sistemi usati dalle autorità pubbliche, o per loro conto, per valutare se una persona ha diritto a prestazioni e servizi essenziali di assistenza, compresi quelli sanitari, e per concederli, ridurli o revocarli. Molti enti del terzo settore gestiscono servizi sociali in convenzione o in co-progettazione con i comuni, e un sistema che filtra le richieste di accesso a quei servizi potrebbe rientrare nella definizione. Gli obblighi per l’alto rischio, rinviati dal Digital Omnibus approvato a giugno, si applicheranno dal 2 dicembre 2027, mentre l’obbligo di avvisare chi dialoga con un chatbot che sta parlando con una macchina è già applicabile. Un ente che costruisce oggi la propria roadmap sull’IA ha quindi interesse a farlo con regole che reggano anche fra un anno.

Una soglia che divide il settore

I requisiti di accesso disegnano il profilo del beneficiario. L’ente deve essere costituito prima del 2024, avere nel bilancio 2025 un valore della produzione o proventi di almeno 200mila euro, un patrimonio netto positivo e almeno due figure professionali stabili, qualunque sia il contratto, e non può candidarsi in partenariato. È una scelta coerente, perché una strategia sull’intelligenza artificiale ha bisogno di qualcuno che la segua nel tempo e di un bilancio che regga il cofinanziamento, eppure la soglia esclude la maggior parte del settore. Secondo l’Istat, delle 360.061 istituzioni non profit attive in Italia alla fine del 2022 l’85,2% non aveva dipendenti, mentre il 3,9% con almeno dieci dipendenti concentrava l’87% dell’occupazione retribuita. Anche nel campione dell’indagine di Italia non profit, più orientato verso le organizzazioni strutturate, quasi quattro enti su dieci, il 39,4%, dichiaravano proventi inferiori a 60mila euro.

Il rischio è che l’intelligenza artificiale allarghi una distanza che nel terzo settore esiste già, quella tra cooperative sociali, fondazioni e grandi associazioni con personale e bilanci professionali e la galassia di piccole realtà che vivono di volontariato. Le prime potranno usare l’IA per ridurre i costi amministrativi, rendicontare meglio e presentarsi ai finanziatori con dati sull’impatto più solidi. Le seconde rischiano di restare con gli strumenti gratuiti e senza regole, o di non usarli affatto. Per loro la strada più realistica passa per le reti associative, i consorzi e i centri di servizio per il volontariato, che possono costruire competenze e strumenti da condividere, ma i bandi che finanziano questo tipo di infrastruttura comune sono ancora pochi.

Le altre opportunità

Fuori dal Nord-Ovest le risorse aperte sono meno mirate e chiedono quasi tutte di lavorare con altri. Lo stesso Fondo per la Repubblica Digitale cerca da due a quattro organizzazioni non profit, costituite da almeno due anni, come partner operativi di IdeA, un’iniziativa che formerà sull’intelligenza artificiale circa 2.500 professionisti di cinema, musica e giornalismo. Le risorse per i partner sono 870mila euro, la ripartizione si decide in co-progettazione e le candidature, che devono coprire tutte le venti regioni, si presentano entro il 12 novembre. Il Fondo ha poi aperto la seconda edizione del canale di cofinanziamento, con 9,48 milioni di euro per progetti di formazione digitale e inclusione sociale, esaminati in ordine di arrivo fino al 31 dicembre o all’esaurimento delle risorse. Copre fino alla metà del costo, con un contributo minimo di 100mila euro, e il resto deve arrivare da fondazioni, enti filantropici o imprese private, senza risorse proprie dell’ente attuatore e senza fondi pubblici. Per le organizzazioni culturali c’è il Creative Innovation Lab di Europa Creativa, 7,18 milioni di euro a fondo perduto fino all’80% dei costi per strumenti innovativi, anche basati sull’IA, che uniscano l’audiovisivo ad almeno uno tra musica, libri e musei, con domande entro il 22 aprile 2027. Il canale nazionale è invece fermo. Le domande per l’Avviso 2/2026 del Ministero del Lavoro, 10,5 milioni per progetti di rilevanza nazionale degli enti del terzo settore, si sono chiuse la settimana scorsa.

Letti insieme, questi strumenti dicono che la risorsa davvero scarsa non è il contributo ma la capacità di attivarlo. Il canale di cofinanziamento funziona solo per chi ha già un rapporto con una fondazione o con un’impresa disposta a metterci almeno metà del costo, IdeA chiede una presenza su tutto il territorio nazionale, il bando europeo un progetto intersettoriale con partner del mondo audiovisivo. Per un ente non profit le relazioni con i finanziatori privati e con le imprese, spesso gestite come una voce della raccolta fondi, diventano una condizione per accedere all’innovazione.

Le competenze prima della tecnologia

Le cifre in gioco restano piccole rispetto alle dimensioni del settore. Un milione per tre regioni e poco più di sette milioni a livello nazionale bastano per sperimentare, non per trasformare il modo in cui lavorano centinaia di migliaia di organizzazioni. Il valore di questa stagione di bandi sta piuttosto nel metodo che propone: finanziare il tempo e le competenze necessari a decidere se e come usare l’intelligenza artificiale, chiedere regole sui dati prima degli strumenti, misurare l’impatto sui beneficiari e non solo sull’efficienza interna. Per gli enti che usano già l’IA in modo informale è l’occasione per mettere ordine prima che a imporlo sia un problema. Per gli altri, il primo passo non è tecnologico. È sapere che cosa si vuole migliorare e per chi.

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