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Quando il patrimonio diventa dato: IA e cultura nel volume di Pierpaolo Forte

Errico Formichella

Errico Formichella

Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Federico II, con oltre vent’anni di esperienza nella consulenza a imprese ed enti pubblici, in ambito finanziario e di internazionalizzazione. Founder e CEO di SEF Consulting e direttore editoriale di Acta Non Verba. Specializzato in strategie aziendali, innovazione organizzativa e trasformazione digitale. Con solida visione strategica e competenze in project management, guida processi complessi di crescita e cambiamento, credendo nel capitale umano come leva di sviluppo competitivo e sostenibile.
Patrimoni culturali e intelligenza artificiale_(1280_x_1024)
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A giudicare dal titolo del volume curato da Pierpaolo Forte1 (Patrimoni culturali e intelligenza artificiale2, Editoriale Scientifica, Napoli, 2026) ci si potrebbe aspettare una ricognizione delle applicazioni dell’IA nei musei, negli archivi e nei laboratori di conservazione. Di catalogazione, restauro, riconoscimento dei falsi, ricostruzioni digitali e accessibilità in effetti si parla, ma questi impieghi sono il punto di partenza per un’indagine molto più ampia e articolata.

Quando un’opera o un archivio entrano nell’ambiente computazionale vengono descritti attraverso metadati e diventano utilizzabili da sistemi automatici, cambiano le possibilità di conoscerli, le condizioni del loro riuso e persino il modo di attribuire loro un valore economico. È su questo intreccio di conseguenze culturali, istituzionali ed economiche che si concentra il libro.

Il volume nasce nell’ambito del PRIN L’intelligenza amministrativa artificiale per l’uguaglianza territoriale. Una ricerca operativa sull’interesse pubblico e sulla tutela delle persone nell’ambito delle evoluzioni nell’era digitale ed è pubblicato in una serie di studi curata da Vera Fanti, Maria Cristina Cavallaro e Pierpaolo Forte. Il legame con la ricerca spiega l’attenzione che, nelle tre parti (Intelligenza artificiale e patrimoni culturali, Impatti territoriali, Rischi e opportunità) viene riservata alla qualità dell’azione amministrativa, alle disuguaglianze territoriali e alle infrastrutture dalle quali dipende l’accesso ai materiali culturali.

I quindici saggi3, preceduti dall’ampia introduzione di Forte, percorrono il tema con sensibilità e strumenti disciplinari differenti. Talvolta si incontrano, talvolta sembrano esaminare le differenze. È proprio in queste distanze, soprattutto quando si discute dello statuto giuridico del digitale, che l’opera brilla e insegna particolarmente.

Patrimoni culturali e intelligenza artificiale, a cura di Pierpaolo Forte (Editoriale Scientifica, Napoli, 2026)

Dal bene al dato

Nell’introduzione Forte propone un’inversione di sguardo che vale la pena seguire: accanto all’IA impiegata per i patrimoni culturali occorre considerare i patrimoni culturali messi a disposizione dell’IA. Sulla catalogazione automatica, sulle connessioni fra documenti o sul riconoscimento dei segnali di degrado si è già accumulata una casistica considerevole. Più difficile è ragionare sugli effetti della trasformazione di opere, fotografie, cataloghi e metadati in materiali utilizzabili dai sistemi di IA. Da quella disponibilità dipenderà, almeno in parte, l’immagine della cultura che tali sistemi saranno in grado di costruire e restituire.

Basta pensare a un archivio di provincia rimasto in gran parte su carta, oppure a una collezione descritta con metadati incompleti. Quella memoria continua a esistere e può conservare un’importanza enorme per chi vive nel territorio, ma nelle ricerche mediate dagli algoritmi avrà meno occasioni di emergere e di essere messa in relazione con altre testimonianze. Si delinea così una marginalità anche computazionale destinata a sovrapporsi a disuguaglianze già ben conosciute. L’uguaglianza sostanziale, richiamata dal progetto di ricerca, assume qui un significato propriamente culturale.

Forte ha il merito di non attribuire agli strumenti digitali virtù conoscitive automatiche. L’IA lavora su dati che riflettono squilibri linguistici e geografici e, quando ha davanti la riproduzione di un’opera, incontra qualcosa che conserva soltanto una parte della sua presenza materiale e sensibile. A questo limite se ne aggiunge un altro, più recente, dovuto alla crescente circolazione di contenuti prodotti da sistemi generativi e successivamente riutilizzati da altri sistemi. La maggiore accessibilità del patrimonio, pur preziosa, lascia dunque aperte domande difficili sulla qualità delle fonti e su ciò che della cultura resta fuori dalla rappresentazione digitale.

È da queste considerazioni che nasce la domanda più feconda del libro: quali istituzioni, quali competenze e quali regole possono accompagnare la nuova vita informativa di beni che mantengono, nel frattempo, tutta la propria consistenza materiale e simbolica?

Digitalizzazione del Trionfo di Bacco di Michaelina Wautier (1655-1659), conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna4

Chi governa il patrimonio digitale

Quando Forte parla di “cattura culturale del decisore” si riferisce a una dipendenza molto concreta. Per rendere disponibili e mantenere nel tempo collezioni digitali occorrono infrastrutture, sicurezza informatica, specialisti dei dati e aggiornamenti che molte amministrazioni, specie quelle più piccole, faticano a sostenere con risorse interne. Il ricorso a fornitori esterni diventa così una scelta quasi obbligata in un mercato dove pesano operatori di dimensioni globali, spesso extraeuropei. Anche le decisioni apparentemente tecniche possono finire per condizionare le politiche culturali dell’istituzione.

Chi definisce uno standard descrittivo sviluppa il motore di ricerca di una collezione o fornisce il modello che la interroga contribuisce infatti a determinare quali oggetti saranno facilmente rintracciabili e quali relazioni emergeranno fra di essi. Il “rischio al quadrato” evocato da Forte riguarda la possibilità che gli stessi soggetti partecipino sia alla formazione degli archivi digitali sia alla realizzazione degli strumenti che ne ricavano conoscenza. In questo scenario l’opacità delle cosiddette “black box” è solo uno degli aspetti di una dipendenza che investe la capacità stessa delle istituzioni di orientare le scelte.

La “tragedia dei Big Data” è forse l’esempio più immediato di questa contraddizione. Online abbondano immagini di opere facili da prelevare, spesso accompagnate da descrizioni lacunose o prive di indicazioni attendibili sulla provenienza. Le riproduzioni custodite da musei, archivi e biblioteche possono offrire una documentazione ben più solida ma l’accesso e il riuso talvolta richiedono autorizzazioni o corrispettivi. Un operatore interessato soprattutto alla quantità può quindi preferire il materiale più povero a quello certificato, e una disciplina pensata per proteggere il patrimonio rischia, se mal congegnata, di produrre un risultato contrario alle intenzioni.

La questione riguarda il lavoro quotidiano di digitalizzazione fino ai dettagli che spesso vengono considerati secondari. Una buona immagine serve a poco se non sappiamo da dove provenga, a quale oggetto si riferisca, con quali altre fonti possa essere collegata e a quali condizioni sia utilizzabile. Cataloghi e metadati coerenti diventano perciò parte integrante della responsabilità scientifica degli istituti culturali: chi consulta quei materiali, una persona o un sistema automatico, deve poter risalire a informazioni attendibili.

Il saggio di Daniele Donati, Dal genio al dataset. L’intelligenza artificiale tra creatività, coproduzione e governo del patrimonio culturale digitale, colloca questa responsabilità in una prospettiva più larga. A partire dall’autorialità e dalla creatività Donati ragiona su una valorizzazione che chiama in causa amministrazioni, comunità e imprese, ciascuna con forme diverse di partecipazione. Non è casuale il riferimento alla Convenzione di Faro5: la “comunità patrimoniale” consente di immaginare il rapporto con il patrimonio come una pratica condivisa prima ancora che come una procedura amministrativa.

La riflessione si fa più concreta quando Donati affronta il “text and data mining” che impone agli istituti di occuparsi di credenziali di accesso, sicurezza, conservazione delle copie, tracciabilità e qualità dei dati. Sono competenze organizzative che ormai si intrecciano con la ricerca e con la tutela senza che tutti i soggetti dispongano delle risorse per esercitarle. Su questo terreno occorre tenere distinti i diversi regimi giuridici: l’articolo 3 della direttiva (UE) 2019/790 riguarda l’estrazione di testo e dati per finalità di ricerca scientifica da parte dei soggetti indicati dalla norma, fra cui gli istituti di tutela del patrimonio culturale, mentre l’articolo 4 stabilisce una disciplina più generale nella quale i titolari possono riservare espressamente i diritti. Accesso, analisi automatizzata e riutilizzo successivo vanno quindi valutati nei rispettivi contesti.

Digitalizzazione del manoscritto medievale TCD MS 88 presso la Biblioteca del Trinity College di Dublino (Irlanda)6

C’è poi una difficoltà economica che Forte affronta a partire da un modello conosciuto da molte istituzioni: il pagamento per la riproduzione di una singola immagine. Nell’ambiente digitale lo stesso file può essere impiegato e fatto circolare ripetutamente. Può accadere perfino che le procedure amministrative necessarie a riscuotere piccoli importi costino più degli introiti. Il richiamo al “morbo di Baumol” illumina bene la fatica con cui le organizzazioni pubbliche adattano tempi, personale e costi a modalità di fruizione già profondamente cambiate.

Da qui l’ipotesi di un valore che si forma attraverso l’uso dei patrimoni. Le ricerche dei visitatori, i loro percorsi, le interazioni con le immagini e le connessioni fra contenuti producono informazioni che possono essere raccolte e aggregate restituendo indicazioni sui comportamenti, sugli interessi e sulle preferenze degli utenti. Forte aveva già affrontato questa prospettiva nel saggio Il Terzo Valore pubblicato su “Aedon” nel 20237, richiamando il concetto di “capitale sintattico” elaborato dal filosofo Maurizio Ferraris8. In questa prospettiva le interazioni con il patrimonio diventano esse stesse produttrici di valore, indipendentemente dagli eventuali introiti derivanti dall’accesso ai contenuti. L’intuizione apre una prospettiva interessante per le politiche culturali, anche se rimane da comprendere attraverso quali strumenti le istituzioni pubbliche possano effettivamente riconoscere, misurare e valorizzare questa nuova fonte di ricchezza.

Immagine presente in A manifesto for Social Well-Being, Maurizio Ferraris, 23.05.2023

La difficoltà aumenta quando la digitalizzazione è finanziata con risorse pubbliche e le informazioni generate dall’uso delle raccolte restano nelle mani delle piattaforme che forniscono i servizi. Il libro discute licenze differenziate, spazi comuni di dati, infrastrutture pubbliche e condizioni specifiche per il riuso commerciale, evitando opportunamente di presentare queste ipotesi come ricette. Del resto, anche la direttiva (UE) 2019/1024 sul riutilizzo dell’informazione del settore pubblico dedica disposizioni particolari a musei, biblioteche e archivi. Fra la necessità di far circolare conoscenza e quella di assicurare una giusta distribuzione dei benefici economici si apre uno spazio che il solo principio dell’accessibilità non riesce a governare.

La questione del resto era già presente nella riflessione di Forte del 2023 dove il rischio di un’appropriazione privata del valore generato dai dati culturali veniva posto in relazione alle possibilità di una sua redistribuzione. Il volume riprende questo problema e lo colloca in un quadro più ampio nel quale resta da chiarire come le istituzioni possano acquisire una reale capacità di governo delle informazioni prodotte attraverso i loro patrimoni. Servirebbero strumenti per misurarne il valore, condizioni negoziali che consentano di condividerne i benefici e competenze amministrative adeguate a gestire rapporti spesso molto asimmetrici con gli operatori tecnologici.

Territori, istituzioni, competenze

Il discorso si fa particolarmente coinvolgente quando esce dai grandi musei e raggiunge i territori meno attrezzati. Vincenzo Casamassima inquadra la diseguaglianza territoriale come questione costituzionale e ricorda che, nelle aree fragili, il patrimonio può avere un valore identitario, educativo e sociale decisivo anche in assenza di grandi flussi turistici. Misurarlo esclusivamente attraverso gli ingressi o i ricavi significherebbe trascurare proprio alcuni dei legami che lo rendono importante per una comunità.

Francesco Rota segue un’altra conseguenza della stessa disuguaglianza, quella che riguarda la visibilità. Negli ambienti digitali fotografie, recensioni e ricerche precedenti tendono a rafforzare la notorietà dei luoghi già frequentati, mentre i patrimoni meno conosciuti continuano a faticare per essere intercettati. L’altro estremo è la concentrazione dei flussi turistici su poche destinazioni fino ai fenomeni di overtourism. Pubblicare online una collezione si prospetta dunque essere solo l’inizio: il modo in cui viene indicizzata e proposta agli utenti può accrescere o attenuare queste asimmetrie.

L’idea di una “IA distributiva”, avanzata da Forte, va letta all’interno di questo perimetro. Sistemi capaci di offrire accesso a fonti affidabili potrebbero aiutare a colmare distanze che oggi penalizzano soprattutto i territori più fragili. E tuttavia una connessione e un motore di ricerca non garantiscono da soli la possibilità di orientarsi fra le informazioni: saper porre una domanda, valutare una fonte, leggere criticamente un’immagine e riconoscere un errore richiede un’educazione del giudizio che le politiche di accessibilità dovrebbero assumere come parte del proprio compito.

Lo si capisce pensando a un piccolo museo che riesca finalmente a rendere consultabile il proprio catalogo. Dopo la pubblicazione sopravvengono la manutenzione dei dati, l’adeguamento degli standard, la sicurezza, il controllo delle condizioni d’uso. Ciascuna di queste attività ha un costo che si ripresenta nel tempo. Il rischio è che la digitalizzazione renda il museo più visibile senza rafforzarne davvero l’autonomia nei confronti dei fornitori. Sarebbe difficile parlare di riduzione delle disuguaglianze se mancassero investimenti stabili nelle competenze e nella capacità di negoziare i servizi.

Nella lettura di Giovanni Martini e Rosanna Romano questa dimensione organizzativa acquista contorni precisi. Martini ricostruisce il quadro delle legislazioni regionali mostrando quanto differenti siano gli approcci alla digitalizzazione dei servizi culturali. Romano racconta la costruzione dell’Ecosistema digitale per la cultura della Regione Campania nato dall’incontro di diversi progetti finanziati attraverso il POR FESR 2014-2020. La distanza fra gli indirizzi politici e l’infrastruttura effettivamente funzionante emerge bene in entrambi i saggi, assieme alla quantità di decisioni amministrative necessarie per colmarla.

Marcello Minuti porta l’attenzione sulle persone chiamate a lavorare in queste istituzioni. Il settore culturale ha bisogno di competenze tecniche crescenti e proprio per questo diventano preziosi il pensiero critico, la sensibilità etica e la capacità di muoversi fra saperi differenti. Nella formazione continua, suggerisce il suo contributo, le cosiddette “soft skill” dovranno avere un ruolo meno ornamentale e più vicino alle responsabilità concrete delle professioni culturali.

Forte spinge la riflessione sulla formazione fino al rapporto fra STEM e STEAM insistendo in particolare sulla comprensione delle immagini. È un punto che merita molto di uscire dai confini della discussione specialistica: fotografie sintetiche, ricostruzioni immersive e video generati circolano già negli spazi dell’informazione e della vita quotidiana. Leggerli criticamente significa saper riconoscere l’intervento della macchina, ricostruire per quanto possibile la provenienza dei materiali e capire quale distanza separi un documento dalla sua interpretazione.

C’è infine un passaggio dell’introduzione che appare estremamente utile anche per evitare qualche automatismo nel dibattito sull’IA. La “riserva di umanità”, secondo Forte, non dovrebbe trasformarsi nella presunzione che una decisione presa da una persona sia per questo immune da errori o pregiudizi. Gli algoritmi incorporano limiti e scelte ma anche il giudizio umano è condizionato da appartenenze, interessi e abitudini. Il problema della responsabilità riemerge allora con maggiore nettezza: occorre sapere chi ha definito gli obiettivi del sistema, con quali criteri esso opera e chi dovrà rispondere delle conseguenze.

Ciro Castelli, maestro restauratore del legno, al lavoro con un giovane collega presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, durante il restauro dell’Ultima Cena (1546) di Giorgio Vasari, gravemente danneggiata dall’alluvione del 1966. Fotografia di Frank Carlson, PBS NewsHour, 20159

Antonio Cassatella riprende il tema dal versante del diritto amministrativo e propone di affiancare al “fact checking” un “algorithm-checking”. Se l’IA interviene nella preparazione di una decisione pubblica la possibilità di controllarla in giudizio dipende dalla conoscibilità dello strumento, dei dati utilizzati e delle alternative prese in considerazione. Cassatella arriva a ipotizzare un confronto “avversariale” fra sistemi differenti: una proposta che può apparire insolita ma che rende evidente quanto sia delicato il rapporto fra l’autonomia dell’amministrazione e il potere, spesso poco visibile, del fornitore tecnologico.

Nel frattempo il diritto europeo ha cominciato a precisare alcuni obblighi. Dal 2 agosto 2026 si applicano, fra l’altro, le disposizioni sulla trasparenza dell’articolo 50 dell’AI Act riferite a determinate interazioni e a specifici contenuti generati o manipolati con l’IA. Per i fornitori di modelli di IA per finalità generali gli obblighi risalgono al 2 agosto 2025. Il successivo 2 agosto 2026 segna invece l’avvio dei relativi poteri di vigilanza e sanzione della Commissione. Il quadro è cambiato rispetto a pochi anni fa, anche se molte domande poste dal volume (sulla qualità delle fonti culturali, sulla loro provenienza e sui limiti del riuso) richiedono ancora risposte più specifiche.

Luigi Ferrara guarda alle infrastrutture I.PaC e D.PaC e al “Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale” soffermandosi su un aspetto decisivo per qualunque amministrazione: che cosa succede dopo l’avvio di un progetto? Manutenzione, aggiornamenti, eventuali cambi di fornitore e adattamento delle procedure costituiscono una parte meno visibile dell’innovazione, ma ne determinano la durata. Il saggio mostra quanto possa essere ampio lo scarto fra la rapidità con cui vengono annunciati nuovi servizi e i tempi necessari per organizzarne una gestione solida.

Anna Maria Marras, muovendo dal paradigma MAB (Musei, Archivi, Biblioteche), ricorre a esperienze già in corso: la catalogazione semantica automatizzata della Deutsche Nationalbibliothek, le interrogazioni in linguaggio naturale di AMA Gramsci, le didascalie della Galleria Sabauda semplificate con strumenti LLM e poi sottoposte agli esperti. Proprio quest’ultimo esempio fa capire quanto conti conservare visibile il lavoro di verifica. Marras invita a diffidare della “naturalizzazione” dell’IA, cioè dell’abitudine a ricevere una risposta come fosse un’informazione nata senza mediazioni, dimenticando le operazioni e le scelte attraverso le quali è stata prodotta.

Prospettive a confronto

La varietà degli orientamenti emerge con chiarezza nei contributi che si interrogano sullo statuto giuridico del patrimonio digitale. Paolo Carpentieri, richiamando Popper, suggerisce prudenza verso la tentazione di far corrispondere a ogni trasformazione tecnologica una nuova categoria del diritto. La riproduzione digitale può avere una propria rilevanza giuridica e restare, nella sua lettura, distinta dal bene culturale originale. È una posizione che costringe a misurare l’effettiva novità delle questioni, oltre l’impressione di rottura prodotta dagli strumenti.

Giuseppe Tropea pone la questione dell’autonomia del bene culturale digitale in termini differenti e discute la tesi di Forte sull’“iscrizione” alla luce del Codice dei beni culturali. Il contrasto fra queste letture è uno dei luoghi in cui il volume conserva meglio il carattere di un confronto scientifico: il lettore vi trova argomenti e problemi ancora controversi senza che venga anticipata una soluzione solo apparentemente pacificante.

Gennaro Terracciano prende in esame il disordine informativo nelle sue diverse forme, dalla disinformazione alla misinformazione e alla malinformazione, fino al rischio di un’“algocrazia” favorita dalla concentrazione del potere computazionale. La proposta di estendere il diritto alla spiegazione oltre il perimetro della pubblica amministrazione appare oltremodo utile. Una trasparenza ridotta all’indicazione dell’origine automatica di un contenuto avrebbe infatti un’utilità modesta per chi non possiede gli strumenti per comprenderlo e valutarlo.

Nei saggi di Loredana Giani e Matthias Theodor Vogt il problema assume accenti ancora diversi. Giani ragiona sull’“inclusive design” e chiede che le persone vulnerabili partecipino alla progettazione dei servizi che le riguardano. Vogt, attraverso una prospettiva storico-politica e la categoria del cyberspazio, interroga le condizioni della dipendenza e dell’autodeterminazione. Sono percorsi lontani per metodo e lessico che finiscono per sollecitare la medesima domanda sulla possibilità concreta di intervenire nelle tecnologie che orientano la nostra esperienza.

Esplorazione tattile di un rilievo scultoreo presso il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, ospitato nella Mole Vanvitelliana10

Il volume si chiude con Andrea Marco Colarusso e con una domanda che riporta al “terzo valore” di Forte: quali forme di appropriazione possono prodursi quando i sistemi generativi impiegano grandi quantità di materiali culturali? Colarusso considera diverse soluzioni possibili, dalle banche dati certificate al “text and data mining” svolto dalle istituzioni pubbliche fino a corrispettivi per determinati riusi e a ipotesi di titolarità collettiva o pubblica. Proposte che andrebbero valutate singolarmente sul piano degli effetti e che riportano la discussione sulla creatività artificiale al rapporto fra chi mette a disposizione i materiali e chi ricava valore dal loro impiego.

Quasi di passaggio nelle ultime pagine dell’introduzione Forte si sofferma anche sulla social AI: sistemi conversazionali che entrano nella quotidianità assumendo talvolta il ruolo di consiglieri o di interlocutori abituali. La digressione è meno lontana dal tema del libro di quanto sembri. Se una parte crescente dell’esperienza delle persone è mediata da queste conversazioni le fonti culturali che alimentano i modelli contribuiscono alla costruzione delle rappresentazioni con cui interpretiamo il mondo. È un motivo ulteriore per prendere sul serio la qualità e la pluralità dei patrimoni digitalizzati.

Dalla ricerca alla Carta di Benevento

Il progetto di ricerca ha già avuto un seguito nella Carta di Benevento (di cui ci siamo già occupati nell’articolo “Pierpaolo Forte e la Carta di Benevento: l’intelligenza artificiale nei patrimoni culturali”10), presentata pubblicamente nella primavera del 2026 e discussa nuovamente durante le Giornate Europee del Patrimonio nella tavola rotonda del 26 settembre 202611. Molti temi del volume vi ritornano sotto forma di principi: l’attendibilità e la provenienza dei dati, la riconoscibilità dei contenuti generati dalle macchine, l’attribuzione del lavoro umano e la responsabilità nelle decisioni che riguardano i beni culturali, con particolare attenzione all’accessibilità e al pluralismo.

Presentazione della Carta di Benevento, 8 aprile 2026, Università degli Studi del Sannio12

La Carta è una dichiarazione di principi aperta ad aggiornamenti affidati a un gruppo di lavoro dedicato. Molto dipenderà dalla capacità di tradurre quelle indicazioni in procedure sostenibili anche fuori dalle grandi istituzioni dove la cura dei dati e il controllo degli strumenti tecnologici si scontrano spesso con una persistente scarsità di personale e risorse.

Un primo risultato in questa direzione è stato descritto da Forte nel succitato articolo pubblicato da Acta non verba. Il gruppo ha avviato una sperimentazione in ambiente controllato (sandbox) per capire se i principi della Carta possano dare luogo a metodi di sorveglianza, verifica e attestazione dei prodotti e dei servizi culturali che utilizzano l’IA. Si tratta per ora di una sperimentazione che potrà precisare le modalità di verifica della provenienza dei dati e della trasparenza dei processi.

Una questione destinata a restare

Terminata la lettura di Patrimoni culturali e intelligenza artificiale rimane l’impressione di un messaggio di fondo molto chiaro e incisivo: la politica culturale deve imparare a occuparsi con maggiore consapevolezza dei dati. Le scelte compiute oggi nella digitalizzazione decideranno in parte quali archivi, quali opere e quali memorie potranno essere trovati e messi in relazione dalle persone e dai sistemi automatici.

Il lessico proposto da Forte (“serbatoio digitale a base culturale”, “popolamento digitale”, “capitale cognitivo”, “terzo valore”) cerca di dare un nome a trasformazioni che vediamo già all’opera. Il problema per il futuro sarà conservare nei nuovi ambienti di conoscenza qualcosa della densità storica, materiale e linguistica di ciò che digitalizziamo, assicurando nel contempo a chi custodisce i patrimoni le risorse e l’autorevolezza necessarie per governarne la circolazione.

Veduta storica della Tribuna degli Uffizi a Firenze, con l’allestimento di dipinti e sculture13
  1. Pierpaolo Forte è professore ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università degli Studi del Sannio dove svolge attività di ricerca con particolare attenzione al governo delle istituzioni pubbliche, al patrimonio culturale e ai rapporti tra diritto, cultura e innovazione. Nel 2026 ha presieduto il comitato tecnico-scientifico della candidatura di Pozzuoli a Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2028 (vedi: https://actanonverba.it/pozzuoli-una-candidatura-costruita-per-andare-oltre-il-titolo/), con il progetto “La città delle fragilità creative”, giunto tra i quattro finalisti e incentrato sul rapporto tra vulnerabilità territoriale, arte contemporanea e rigenerazione culturale. Forte è inoltre nel Comitato e tra i protagonisti della XXI edizione di Ravello Lab (22/24 ottobre 2026) dedicata al tema “Memoria e contemporaneità. Attraversare l’arte” nella quale tra le altre cose coordinerà il panel “Lo sguardo avanti: promozione del contemporaneo tra autori, mercato, istituzioni” (vedi: https://univeur.org/wp-content/uploads/2026/10/Ravello-Lab-Programma-2026-web.pdf). ↩︎
  2. Il volume è liberamente scaricabile qui: https://editorialescientifica.it/wp-content/uploads/2026/04/Forte-interno-e-copertina.pdf ↩︎
  3. Gli autori dei saggi: Giuseppe Tropea, Antonio Cassatella, Daniele Donati, Luigi Ferrara, Anna Maria Marras, Paolo Carpentieri, Vincenzo Casamassima, Francesco Rota, Giovanni Martini, Marcello Minuti, Rosanna Romano, Gennaro Terracciano, Loredana Giani, Matthias Theodor Vogt, Andrea Marco Colarusso. Saggio introduttivo di Pierpaolo Forte. ↩︎
  4. Fonte: https://www.haltadefinizione.com/en/news-and-media/news/ars-electronica-2025-haltadefinizione-returns-to-linz-with-two-innovative-projects-bridging-art-and-technology/ ↩︎
  5. Vedi: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/vediMenuHTML?atto.codiceRedazionale=20G00152&atto.dataPubblicazioneGazzetta=2020-10-23&tipoSerie=serie_generale&tipoVigenza=originario ↩︎
  6. Fonte: https://www.tcd.ie/library/research-collections/projects/medieval/ ↩︎
  7. Vedi: Pierpaolo Forte, “Il Terzo Valore” in “Aedon” n. 2, 2023: https://aedon.mulino.it/archivio/2023/2/forte.htm. ↩︎
  8. Per Maurizio Ferraris il “capitale sintattico” è il valore generato dalle tracce digitali che lasciamo attraverso le nostre attività online: ricerche, consultazioni, interazioni e comportamenti. Questi dati, registrati e aggregati dalle piattaforme, costituiscono una risorsa economicamente sfruttabile. Il concetto solleva anche la questione di chi si appropri di tale ricchezza e di come possa essere redistribuita. Vedi: https://www.cst.uni-bonn.de/en/research/media-files/ferraris_webfare_eng.pdf/@@download/file/Ferraris_Webfare_ENG.pdf ↩︎
  9. Fonte: https://www.pbs.org/newshour/arts/photos-behind-scenes-worlds-largest-art-restoration-center ↩︎
  10. Fonte: https://www.rivieradelconero.info/en/item/toccare-l-arte-in-tutti-i-sensi.php ↩︎
  11. Vedi: https://actanonverba.it/pierpaolo-forte-e-la-carta-di-benevento-lintelligenza-artificiale-nei-patrimoni-culturali/ ↩︎
  12. Vedi: https://cultura.gov.it/evento/intelligenza-artificiale-e-patrimoni-culturali-principi-per-il-futuro ↩︎
  13. Fonte: https://www.ottopagine.it/bn/attualita/423942/nasce-la-carta-di-benevento-uso-etico-dell-ia-nei-beni-culturali.shtml ↩︎
  14. L’immagine appartiene al Regio Archivio Fotografico degli Uffizi istituito nel 1903 e comprendente oltre 45.000 fotografie storiche digitalizzate e rese accessibili online nel 2023. Fonte: https://www.uffizi.it/news/il-regio-archivio-fotografico-e-online ↩︎

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