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Con Patrick Collison, fondatore di Stripe, l’ex presidente della Bce riunisce imprenditori, economisti, premi Nobel, ex ministri e direttori di grandi giornali per rilanciare la competitività europea. La Commissione è stata colta di sorpresa, l’Est Europa contesta le esclusioni. E il nuovo laboratorio dovrà dimostrare di essere più di un’élite autorevole che parla a se stessa.
Quello che è accaduto appare già come un paradosso. Per rafforzare l’Unione Europea Mario Draghi ha creato un’organizzazione privata, indipendente dalle istituzioni comunitarie, con sede legale in Svizzera. Per ridurre la dipendenza tecnologica del continente il suo sito si appoggia a Webflow, Amazon Web Services e Fastly, tutte società statunitensi. Per rendere più efficace l’azione pubblica il nuovo gruppo discuterà a porte chiuse applicando la Chatham House Rule.
Eppure non sono necessariamente contraddizioni insanabili, ma il segno della difficoltà che il Rhine Group si propone di affrontare: l’Europa possiede ancora capitale, competenze, università, industria e il secondo mercato mondiale, ma fatica a trasformare queste risorse in decisioni rapide, imprese capaci di crescere e tecnologie controllate dal continente.
Il gruppo è stato reso pubblico il 24 agosto 2026. A presiederlo sono Draghi e Patrick Collison, l’imprenditore irlandese che ha fondato Stripe con il fratello John. Il direttore esecutivo è Luis Garicano, economista della London School of Economics ed ex eurodeputato liberale spagnolo. La missione dichiarata è elaborare e promuovere politiche fondate su dati e ricerca per accelerare crescita, competitività e innovazione in Europa. Il punto di partenza è netto: Il declino non è inevitabile ma diventa la traiettoria più probabile se non si interviene con urgenza.
Dal Rapporto Draghi a una rete di pressione
Il Rhine Group nasce due anni dopo The Future of European Competitiveness, il rapporto consegnato da Draghi alla Commissione nel settembre 2024. Quel lavoro conteneva più di 170 proposte generali, poi articolate in centinaia di misure: investimenti comuni, integrazione dei mercati dei capitali, riduzione della frammentazione normativa, energia meno costosa, politica industriale, difesa, ricerca, infrastrutture digitali e sostegno alle imprese innovative.
Bruxelles non lo ha ignorato. La Competitiveness Compass del 2025 riprende i tre assi del rapporto: chiudere il divario nell’innovazione, coniugare decarbonizzazione e competitività, ridurre le dipendenze strategiche. Ma tra assumere una diagnosi come linguaggio ufficiale e tradurla in norme comuni c’è una distanza considerevole. L’aggiornamento di luglio del Draghi Observatory conta 60 raccomandazioni pienamente attuate su 383, il 15,7 per cento. Altre 98 risultano soltanto parzialmente realizzate. In totale quasi sei misure su dieci sono ancora in corso o non attuate.
È in questo scarto fra consenso e realizzazione che si inserisce il Rhine Group. Garicano lo ha detto senza diplomazia a El País: l’agenda delle riforme è “molto paralizzata”. L’organizzazione vuole selezionare le priorità, commissionare studi, distribuire i paper prima degli incontri e trasformare le conclusioni in proposte utilizzabili da Commissione e governi.
Non è dunque un’istituzione e non dispone di poteri legislativi. È più precisamente un luogo di elaborazione e influenza. Alcune testate europee lo definiscono think tank, altre lobby group. La differenza reale dipenderà dalla trasparenza con cui pubblicherà studi, interessi coinvolti e risultati.
Chi siede al tavolo
La pagina ufficiale dei membri presenta 55 nomi, compresi i tre responsabili. Ci sono i premi Nobel per l’Economia Philippe Aghion e Bengt Holmström. Economisti come Beatrice Weder di Mauro, John Van Reenen, Lucrezia Reichlin, Francesco Giavazzi e Jeromin Zettelmeyer. Imprenditori e manager di Mastercard, Klarna, Shopify, Celonis, Bending Spoons, BBVA, Iliad, Helsing e Atomico. Ex ministri come Bruno Le Maire, Jörg Kukies e Vittorio Colao. L’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves.
Al tavolo siedono anche figure di primo piano dell’informazione: Roula Khalaf direttrice del Financial Times, Zanny Minton Beddoes direttrice dell’Economist, Louis Dreyfus amministratore delegato ed editore del gruppo Le Monde. È una scelta che amplia la capacità del gruppo di incidere sulla conversazione pubblica ma rende ancora più necessaria una distinzione chiara tra partecipazione personale, attività del Rhine Group e copertura giornalistica.
La presenza italiana è consistente: oltre a Draghi figurano Andrea Pignataro di ION Group, Francesco Decarolis e Francesco Giavazzi della Bocconi, Luca Ferrari di Bending Spoons, Lucrezia Reichlin e Vittorio Colao. Francia e Germania sono tuttavia i bacini più rappresentati con dodici membri ciascuna.
La composizione mostra già una possibile direzione politica. In un’intervista al Foglio Garicano ha criticato l’idea dell’Europa come “superpotenza regolatoria” e ha sostenuto che i costi fissi di conformità (citando il Gdpr) pesano molto più su una piccola impresa europea che su Google. Il problema, a suo giudizio, non è soltanto il numero delle norme, ma la sovrapposizione fra disciplina europea e livelli nazionali che ricrea ventisette mercati. Sul commercio la linea indicata è apertura accompagnata da reciprocità, tanto verso i dazi americani quanto contro la sovracapacità produttiva cinese.
La cosa da sottolineare è che la “competitività” non è una politica neutra. Può significare più investimenti comuni, ricerca e infrastrutture, ma anche deregolamentazione, maggiore concentrazione industriale e una revisione delle tutele. Il Rhine Group dovrà chiarire come intende tenere insieme crescita, lavoro, ambiente, concorrenza e modello sociale europeo, evitando che l’urgenza diventi una scorciatoia retorica.
Bruxelles sorpresa, l’Est Europa protesta
La reazione più politicamente significativa è arrivata dalla Commissione. Secondo Politico Europe, ripreso in Italia da Agenzia Nova, diversi funzionari comunitari non erano stati informati della nascita del gruppo. Alcuni hanno letto l’iniziativa come una presa di distanza di Draghi da Ursula von der Leyen, altri ritengono invece che la sua autorevolezza possa aiutare la Commissione a vincere le resistenze dei governi nazionali.
La risposta ufficiale è stata prudente. La portavoce Arianna Podestà ha ricordato che servono investimenti privati e regole più semplici e che “le iniziative del settore privato sono fondamentali”. Nicolas Petit, giurista dell’Istituto universitario europeo e membro del Rhine Group, ha però prospettato anche una strada più politica: far procedere assieme gruppi di Paesi disponibili senza aspettare ogni volta l’unanimità dei Ventisette. Se questa impostazione diventasse operativa il Rhine Group potrebbe contribuire non soltanto alle politiche economiche, ma alla costruzione di un’Europa a più velocità.
La critica più esplicita è giunta dalla Polonia. Jan Szyszko, politico ed economista polacco, ha giudicato assurdo che i tredici Paesi entrati nell’Unione dal 2004 in poi abbiano, di fatto, un solo rappresentante riconoscibile, Ilves. L’economista Marcin Piątkowski ha lanciato l’appello #InvitePoland ricordando che il dibattito europeo dovrebbe imparare anche dai percorsi di convergenza riusciti nell’Est. Garicano ha risposto che i polacchi arriveranno. La promessa, tuttavia, conferma il problema: un gruppo che vuole parlare per il futuro dell’Europa non può apparire come l’autorappresentazione delle reti economiche dell’Europa occidentale.
Tra le reazioni favorevoli Jörg Kukies, già ministro tedesco delle Finanze e oggi manager di Morgan Stanley, ha spiegato la propria adesione indicando proprio nel collegamento fra impresa, università e politica il metodo necessario. In Italia Stefano da Empoli, presidente dell’Istituto per la Competitività, ha definito il Rhine Group una scommessa necessaria e ha ricordato che molti blocchi non nascono dalla sola burocrazia di Bruxelles, ma dai governi. Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente alla Bocconi, vi vede invece una possibile “fase due” di Davos: non più soltanto osservare i cambiamenti globali ma trasformare una rete di élite in proposte operative.
Le prime ombre
Le critiche non riguardano soltanto la geografia. Il legal notice di Rhine Group lo identifica come associazione regolata dal diritto svizzero, domiciliata presso una società fiduciaria di Ginevra. Al momento della pubblicazione non sono indicati sul sito finanziatori, budget, criteri di nomina, organi di controllo o regole sui possibili conflitti d’interesse. La Chatham House Rule favorisce discussioni libere ma riduce la possibilità di sapere quali interessi abbiano sostenuto una determinata proposta.
Anche l’uso di infrastrutture digitali americane è stato evidenziato dalla stampa critica. Non dimostra da solo incoerenza: costruire immediatamente un’infrastruttura autonoma non è il compito di un sito appena nato. È però un’istantanea efficace del problema che il gruppo denuncia: persino un’iniziativa dedicata alla sovranità europea trova più semplice acquistare servizi tecnologici dagli Stati Uniti.
Ha suscitato attenzione anche la presenza del ventiquattrenne Leopold Aschenbrenner, ex ricercatore di OpenAI e fondatore del fondo Situational Awareness. Nel luglio 2026 il fondo, dopo rendimenti eccezionali amplificati dal debito, ha subito un crollo del 67 per cento e ha dovuto cedere gran parte delle posizioni pubbliche a Citadel. La Sec ha poi chiesto informazioni alle banche finanziatrici. Non è stata formulata alcuna accusa di illecito. La vicenda, tuttavia, rende legittimo chiedere quali modelli di rischio e innovazione il Rhine Group intenda proporre all’Europa.
Il vero banco di prova
La stampa italiana ha accolto l’iniziativa soprattutto con interesse, insistendo sulla forza dei nomi e sul ritorno di Draghi nel dibattito europeo. Quella internazionale è stata più differenziata: la copertura irlandese ha messo al centro Collison, quella spagnola Garicano e il passaggio all’attuazione, la stampa specializzata di Bruxelles ha osservato la sorpresa della Commissione, l’assenza dell’Est e le incoerenze simboliche del progetto.
Il Rhine Group parte quindi con un vantaggio e un rischio. Il vantaggio è riunire competenze che raramente lavorano nello stesso luogo: economisti capaci di misurare i problemi, imprenditori che incontrano ogni giorno gli ostacoli del mercato europeo, ex decisori che conoscono i meccanismi dell’attuazione. Il rischio è costruire una camera di compensazione fra élite occidentali, autorevole ma poco rappresentativa, nella quale la parola “evidenza” mascheri scelte che restano inevitabilmente politiche.
Draghi ha già posto la questione della diagnosi: quasi nessuno nega più il ritardo europeo in produttività, capitali e tecnologie. Ora si concentra su quella dell’esecuzione portando la pressione fuori da Bruxelles. Per riuscirci però il Rhine Group dovrà misurarsi con gli stessi criteri che reclama per l’Unione: obiettivi verificabili, tempi dichiarati, pluralità delle voci e risultati pubblici.
Non conterà quanti paper produrrà ma quante delle sue idee attraverseranno il Reno e arriveranno davvero nei parlamenti, nei bilanci, nei laboratori e nelle imprese europee.
Foto: World Economic Forum / swiss-image.ch – Remy Steinegger, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons. Immagine ritagliata/adattata – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mario_Draghi_World_Economic_Forum_2013.jpg
