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Alla fine degli anni ’90 ci avevamo già provato. Il Decreto Ronchi prima e il Decreto Sirchia poi, con le 3 R – Riduci, Riusa, Ricicla – avevano messo sul tavolo un’idea chiara con meno rifiuti, più riuso, meno monouso. Bottiglie a rendere, dispenser al posto delle bustine, responsabilità per chi produce imballaggi.
Nel 2001 il Decreto Sirchia prova a rilanciare con obblighi per bevande e limiti al monouso, avendo il modello tedesco nel mirino, ma dal 2002 al 2010 il progetto si arena a causa di lobby del packaging, costi per la GDO – Grande distribuzione organizzata – e una scelta europea che preferisce la scorciatoia del riciclo in luogo del ridurre. L’Italia diventa il paese del «tutto monouso, tanto lo ricicliamo».
Oggi il film anni ’90 torna, ma con regole europee direttamente applicabili e scadenze vincolanti. E questa volta non si può rimandare.
Da martedì 12 agosto 2026 è entrato in vigore il PPWR, il Regolamento UE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio. L’obiettivo è tagliare i rifiuti alla fonte con stop alle confezioni inutilmente grandi, alle vaschette di plastica per frutta e verdura, alle minisize monodose in hotel. Dal 2030, il 40% degli imballaggi nel settore Horeca e nell’e-commerce dovrà essere riutilizzabile e ogni scatola, vasetto, busta dovrà riportare in modo chiaro come si ricicla e chi ne è responsabile lungo la filiera.
L’altra stretta arriva con l’EUDR, il Regolamento europeo sulla deforestazione. Le scadenze formali – dicembre 2025 per le grandi imprese e giugno 2026 per le PMI – sono già alle spalle, adesso la norma entra davvero nella sua fase operativa. Il mercato europeo può accogliere solo prodotti legati a sette materie prime, se provengono da terreni non deforestati dopo il 31 dicembre 2020, quali bovini, cacao, caffè, olio di palma, soia, gomma e legno, insieme ai loro derivati. Per commercializzarli servirà una tracciabilità completa con le coordinate GPS del campo di origine e una due diligence documentata.
Due norme, stesso principio. L’Europa vuole controllare l’intera filiera. Il PPWR stabilisce come devono essere progettati, utilizzati e riciclati gli imballaggi. l’EUDR stabilisce cosa può entrare nel mercato europeo e da dove deve provenire.
Per un’azienda alimentare significa ripensare il vasetto di yogurt e, nello stesso tempo, dimostrare che il cacao al suo interno non ha contribuito alla distruzione di foreste. Per chi produce imballaggi vuol dire riconvertire materiali, linee e processi verso soluzioni monomateriale realmente riciclabili e, dove possibile, riutilizzabili. Per chi lavora nella ricerca e nell’innovazione agricola significa sviluppare tecnologie che rendano tracciabile ogni passaggio, dal campo allo scaffale, senza scaricare costi insostenibili sulle PMI.
È, in parte, il ritorno del riuso tentato 25 anni fa, ma con strumenti completamente diversi: regolamenti europei vincolanti, tracciabilità digitale, dati satellitari, obblighi di rendicontazione e sanzioni reali. Questa volta non ci sono scorciatoie: l’Italia dovrà applicare la gerarchia Riduci–Riusa–Ricicla senza poter ripetere il modello del 2002, quando il riciclo finì per sostituire la riduzione. Se dovesse incontrare difficoltà, potrà solo rallentare l’implementazione pratica, ma il PPWR non lascia vie di fuga: la priorità è ridurre, poi riusare, infine riciclare.
