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L’assistente sociale entra in azienda: il welfare incontra la vita reale

Alessandra Carlo

Alessandra Carlo

Laureata in Giurisprudenza all'Università Cattolica del Sacro Cuore con esperienze maturate nell'ambito della professione forense. Fa parte del Centro Studi di Sef Consulting
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Nel Nordest prende forma un servizio che porta professionisti del sociale nei luoghi di lavoro. Un’esperienza che riapre il confronto sul rapporto tra impresa, bisogni personali e servizi territoriali.

Le difficoltà personali accompagnano inevitabilmente le persone anche sul posto di lavoro. La cura di un genitore anziano, i problemi scolastici di un figlio, una separazione, una situazione debitoria, una pratica per il riconoscimento dell’invalidità o la necessità di orientarsi tra prestazioni pubbliche e servizi sociosanitari incidono sulla concentrazione, sulla disponibilità di tempo e sulla continuità lavorativa.

Da questa consapevolezza nasce il servizio di Consulenza Sociale Aziendale promosso da UNIS&F, la società di servizi e formazione del sistema Confindustria attiva nelle province di Treviso e Pordenone. Dopo una prima sperimentazione in due imprese del territorio, il servizio è stato esteso alle aziende del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia e affidato ad assistenti sociali iscritti all’Albo professionale.

L’iniziativa introduce nei luoghi di lavoro una figura capace di ascoltare le persone, leggere situazioni spesso complesse e costruire un collegamento con il sistema dei servizi pubblici, previdenziali, sanitari e del terzo settore. In questo modo il welfare aziendale si avvicina maggiormente ai bisogni concreti dei lavoratori e delle loro famiglie.

Un punto di accesso ai servizi

L’assistente sociale d’azienda interviene quando una persona incontra difficoltà che richiedono competenze professionali e una conoscenza approfondita delle risorse disponibili sul territorio.

Il colloquio può riguardare la gestione di un familiare non autosufficiente, l’accesso alle misure previste per i caregiver, una richiesta di invalidità civile oppure una pratica collegata alla Legge 104. In altri casi il lavoratore può avere bisogno di comprendere meglio il funzionamento dell’ISEE, delle prestazioni familiari, dei servizi comunali o delle procedure relative al soggiorno e al ricongiungimento familiare.

Il valore del servizio risiede soprattutto nella capacità di ricomporre un sistema spesso frammentato. Comuni, aziende sanitarie, INPS, INAIL, cooperative sociali, associazioni e fondazioni mettono a disposizione numerosi interventi che restano però difficili da individuare e utilizzare. La complessità delle procedure, la dispersione delle informazioni e i tempi amministrativi possono scoraggiare anche chi avrebbe diritto a ricevere un sostegno.

L’assistente sociale aiuta la persona a comprendere la propria situazione, a individuare le prestazioni disponibili e a organizzare un percorso praticabile. La sua presenza riduce la distanza tra il bisogno e il servizio che può affrontarlo.

Una delle imprese coinvolte nella sperimentazione è Cadorin Group di Possagno. L’azienda ha previsto la presenza mensile di professionisti disponibili per colloqui individuali, orientamento e supporto nella gestione delle pratiche burocratiche. L’accesso avviene su base volontaria e riguarda questioni personali e familiari che il lavoratore sceglie liberamente di sottoporre al consulente.

Una figura con radici nella storia industriale

L’ingresso dell’assistente sociale in azienda richiama esperienze che appartengono alla storia del welfare industriale italiano. Già nella prima metà del Novecento alcune grandi imprese avevano istituito servizi dedicati ai lavoratori e alle loro famiglie. I casi di Fiat e Olivetti sono tra i più conosciuti, anche per la capacità di collegare organizzazione produttiva, servizi sociali e sviluppo del territorio.

Nel corso del tempo queste esperienze hanno assunto forme diverse. A Torino l’Unione Industriali ha mantenuto attivo un sistema di consulenza sociale rivolto alle imprese, poi sviluppato anche all’interno di grandi realtà produttive. UNIS&F ha utilizzato proprio il modello torinese come riferimento per costruire il servizio destinato al Nordest.

Il contesto attuale è profondamente cambiato. L’assistente sociale opera come professionista autonomo, sottoposto al segreto professionale e a un preciso codice deontologico. Il rapporto con il lavoratore richiede riservatezza, libertà di accesso e separazione dalle funzioni di controllo, valutazione e gestione del personale.

Questi elementi segnano la distanza rispetto alle forme più paternalistiche del welfare industriale del passato. Il lavoratore viene considerato una persona titolare di diritti, inserita in una rete familiare e sociale che può attraversare momenti di fragilità.

Le esperienze già avviate in Italia

L’esperienza promossa da UNIS&F si inserisce in un percorso già avviato da alcune imprese italiane.

Nel 2018 Socomec, nello stabilimento di Isola Vicentina, coinvolse un’assistente sociale per comprendere le ragioni della limitata partecipazione dei dipendenti alle misure di welfare già disponibili. Il progetto nacque dalla collaborazione tra azienda, cooperazione sociale, amministrazioni comunali e rappresentanze sindacali.

I colloqui individuali permisero di far emergere bisogni che i tradizionali questionari aziendali non erano riusciti a rilevare pienamente. Il problema riguardava in parte la conoscenza degli strumenti disponibili e in parte la loro effettiva corrispondenza alle esigenze delle persone. Il progetto mostrò quanto sia importante costruire il welfare a partire dall’ascolto della popolazione aziendale.

Un’esperienza analoga è stata sviluppata da Reale Mutua nelle sedi di Torino e Milano. Il servizio, inizialmente introdotto in forma sperimentale, è stato successivamente consolidato e integrato con modalità di consulenza a distanza. I dipendenti possono rivolgersi a un professionista per affrontare difficoltà familiari, assistenziali e amministrative.

Anche ATM Milano ha costruito negli anni un sistema articolato di welfare dedicato alla persona, alla famiglia e ai caregiver. Gli interventi accompagnano i lavoratori nelle diverse fasi della vita professionale e affrontano temi come la conciliazione, la capacità lavorativa, il benessere psicofisico e la gestione delle responsabilità di cura.

Il tratto più interessante del progetto UNIS&F riguarda la possibilità di estendere questo tipo di servizio alle piccole e medie imprese. Una singola PMI difficilmente potrebbe inserire stabilmente un assistente sociale nella propria organizzazione. Un servizio territoriale condiviso consente invece di distribuire costi, competenze e modalità di accesso.

Il peso crescente delle responsabilità di cura

Il ritorno dell’assistente sociale nei luoghi di lavoro è legato anche alla trasformazione demografica e familiare dell’Europa.

Secondo Eurofound una parte molto ampia della popolazione europea svolge attività di cura non retribuita. Molti caregiver lavorano e dedicano contemporaneamente numerose ore all’assistenza di persone anziane, malate o con disabilità. La sovrapposizione tra lavoro e cura produce pressione emotiva, difficoltà organizzative e una progressiva riduzione del tempo disponibile.

In Italia l’invecchiamento della popolazione rende il fenomeno particolarmente evidente. Cresce il numero delle persone anziane mentre le famiglie diventano più piccole e spesso vivono lontane dai luoghi di origine. Di conseguenza la responsabilità della cura tende a concentrarsi su pochi familiari, frequentemente donne, che devono conciliare assistenza, lavoro e gestione domestica.

Queste condizioni possono determinare assenze, richieste di part-time, rinunce professionali e, nei casi più critici, l’uscita dal mercato del lavoro. L’impatto riguarda quindi sia la persona sia l’organizzazione che si trova ad affrontare problemi di continuità, produttività e retention.

La disponibilità di un professionista capace di orientare il lavoratore può ridurre almeno una parte del carico organizzativo. Conoscere i servizi domiciliari presenti nel proprio Comune, comprendere come attivare un sostegno economico o individuare una struttura adeguata consente di affrontare le difficoltà con maggiore consapevolezza.

I limiti del welfare standardizzato

Negli ultimi anni il welfare aziendale italiano è cresciuto soprattutto attraverso piattaforme digitali, voucher, rimborsi e fringe benefit. Questi strumenti hanno contribuito a sostenere il reddito dei lavoratori e sono diventati particolarmente rilevanti durante le fasi di aumento del costo della vita.

La loro efficacia dipende tuttavia dalla capacità delle persone di conoscerli, comprenderli e utilizzarli. Numerose analisi mostrano che una quota significativa dei lavoratori non conosce pienamente il proprio pacchetto welfare oppure non utilizza tutte le risorse disponibili.

I servizi più semplici, come i buoni spesa, i buoni pasto e i rimborsi, registrano generalmente una partecipazione elevata. Le misure rivolte alla cura, alla genitorialità e all’assistenza richiedono invece una maggiore capacità di orientamento e una progettazione più aderente alle situazioni familiari.

La presenza dell’assistente sociale introduce una componente relazionale. Il punto di partenza diventa il vissuto della persona con le sue priorità, i suoi vincoli e le risorse già disponibili. Il welfare assume così una forma più vicina alle differenze che attraversano la popolazione aziendale.

Fiducia e riservatezza

L’efficacia del servizio dipende in larga misura dalla fiducia. Un lavoratore deve poter raccontare una situazione familiare, sanitaria o economica senza temere conseguenze sul proprio percorso professionale.

La riservatezza deve essere garantita attraverso regole chiare. Le informazioni personali raccolte durante i colloqui non possono essere trasmesse alla direzione aziendale o utilizzate nelle decisioni che riguardano incarichi, valutazioni e progressioni di carriera.

L’azienda può ricevere dati aggregati e anonimi, utili per comprendere quali bisogni stanno emergendo tra i dipendenti. Se aumenta, per esempio, il numero delle persone impegnate nella cura di familiari anziani, l’organizzazione può valutare interventi dedicati, convenzioni o forme di flessibilità più coerenti con il contesto.

Anche il coinvolgimento delle rappresentanze dei lavoratori può rafforzare la credibilità del servizio. La partecipazione sindacale alla definizione delle regole di accesso e delle garanzie di riservatezza contribuisce a ridurre il rischio che l’iniziativa venga percepita come uno strumento di controllo.

Il servizio deve inoltre mantenere un legame costante con il territorio. L’impresa può facilitare l’accesso alle risorse disponibili mentre la responsabilità generale delle politiche sociali resta affidata alle istituzioni pubbliche e alla rete dei servizi.

Un welfare che rischia di aumentare le distanze

La crescita del welfare aziendale apre anche un problema di equità. I lavoratori occupati nelle imprese più strutturate possono accedere a servizi articolati e personalizzati, mentre chi lavora in aziende più piccole, in contesti precari o in settori meno organizzati dispone spesso di opportunità molto più limitate.

Il rischio è la formazione di un welfare differenziato in base al datore di lavoro. La tutela sociale dipenderebbe così, almeno in parte, dalla capacità economica e organizzativa dell’impresa.

I servizi territoriali e interaziendali possono contenere questa tendenza. Associazioni imprenditoriali, enti locali, organizzazioni sindacali, fondazioni e terzo settore possono costruire strumenti condivisi, accessibili anche alle organizzazioni di dimensioni ridotte.

Il modello promosso da UNIS&F si muove in questa direzione. La struttura modulare del servizio permette alle imprese di adattarlo alle proprie caratteristiche e prevede la possibilità di utilizzare strumenti di finanziamento come Fondimpresa. La diffusione effettiva dipenderà tuttavia dalla capacità di coinvolgere le PMI e di integrare l’intervento con la rete pubblica e sociale del territorio.

L’impresa davanti ai nuovi bisogni sociali

Il rapporto tra impresa e lavoratore viene oggi ridefinito da trasformazioni che superano la dimensione salariale e contrattuale. L’invecchiamento, la fragilità economica, la salute mentale, le migrazioni e le responsabilità familiari incidono direttamente sulla vita lavorativa.

Lasciare queste condizioni fuori dalle politiche aziendali non impedisce che influenzino l’organizzazione. Le difficoltà personali entrano nei luoghi di lavoro attraverso assenze, stress, riduzione della disponibilità e perdita di motivazione.

L’assistente sociale d’impresa può contribuire a rendere questi bisogni leggibili e affrontabili. Il suo ruolo consiste nel collegare le persone alle risorse disponibili, accompagnarle nei passaggi più complessi e restituire all’organizzazione una conoscenza aggregata dei cambiamenti che attraversano la propria comunità lavorativa.

Il servizio non sostituisce il welfare pubblico e non può compensarne le carenze strutturali. Può però rafforzare il rapporto tra cittadini e servizi soprattutto quando opera in una prospettiva territoriale.

L’esperienza avviata nel Nordest merita quindi attenzione per la capacità di riportare il welfare aziendale dentro la vita quotidiana delle persone. La qualità del lavoro dipende anche dalla possibilità di affrontare una difficoltà familiare, amministrativa o assistenziale senza essere lasciati soli davanti a un sistema complesso.

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