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Ascoltare il dissenso: trasformare le città in dispositivi culturali

Alessandro Canzian

Alessandro Canzian

Editore da sempre impegnato attivamente nel mondo culturale. Consulente e progettista per Sef Consulting
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Dalla Biennale di Venezia a Pordenonelegge, due grandi manifestazioni culturali del Nordest mostrano che arte e letteratura sono anche istituzioni, economie e strumenti di costruzione europea.

Tra Venezia e Pordenone ci sono poco più di cento chilometri. Nell’estate del 2026, tuttavia, le due città sembrano occupare punti differenti di una stessa geografia culturale. A Venezia la Biennale Arte è già aperta e accompagna il pubblico fino all’autunno. A Pordenone si prepara la ventisettesima edizione di Pordenonelegge, annunciata come “Festa del libro e della libertà”. La prima lavora attraverso immagini, corpi, ambienti e installazioni. La seconda attraverso libri, dialoghi, lezioni e incontri. Entrambe cercano una forma capace di attraversare il rumore del presente.

La 61ª Esposizione internazionale d’arte di Venezia porta un titolo musicale: In Minor Keys, nelle tonalità minori. Pordenonelegge sceglie invece il tarassaco, il fiore spontaneo che cresce nelle crepe del cemento e affida i propri semi al vento. Da una parte l’invito ad abbassare la voce e ad ascoltare frequenze normalmente coperte dal frastuono, dall’altra la lettura immaginata come disseminazione, movimento e possibilità di attecchire anche nei terreni più difficili.

Due immagini delicate dietro le quali si muove una questione molto meno pacificata: quale funzione pubblica può esercitare oggi la cultura quando guerre, repressioni, trasformazioni tecnologiche e conflitti geopolitici entrano direttamente nelle istituzioni artistiche e letterarie?

La Biennale nelle tonalità minori

La Biennale Arte 2026, aperta dal 9 maggio al 22 novembre ai Giardini, all’Arsenale e in numerose sedi veneziane, realizza postumamente il progetto ideato da Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025. L’esposizione riunisce 110 partecipanti tra artisti, collettivi e organizzazioni provenienti da contesti geografici differenti. Il progetto procede per risonanze, affinità e priorità sotterranee: la memoria, la processione, il riposo, la meraviglia, la relazione con la terra e la costruzione di istituzioni orientate a un fine sociale.

Il titolo In Minor Keys racchiude il tentativo di sottrarsi al registro dominante della rappresentazione contemporanea. Kouoh chiedeva di rallentare e di prestare attenzione ai segnali persistenti della vita, alle voci basse, alle esperienze marginalizzate, alla malinconia ma anche alla consolazione e alla capacità di riparare ciò che è stato ferito. La mostra nasce dalla convinzione che gli artisti possano interpretare non soltanto la condizione sociale del presente, ma anche quella psichica: paure, memorie, traumi, desideri e forme di sopravvivenza che raramente entrano nel linguaggio ordinario della politica.

Il problema nasce quando il linguaggio della cura, dell’ascolto e della riconnessione diventa a sua volta una convenzione. Anche il tono minore può trasformarsi in uno stile riconoscibile: installazioni immerse nella vegetazione, tessuti, suoni, luci soffuse, oggetti rituali, spazi nei quali fermarsi. In quel momento l’ascolto rischia di diventare scenografia dell’ascolto mentre l’alterità viene resa contemplabile e quindi meno perturbante.

La Biennale è anche una grande macchina economica e organizzativa. Il budget 2026 dell’intera Fondazione, non della sola esposizione d’arte, prevede un valore della produzione di circa 70,3 milioni di euro e costi per 64,9 milioni. Oltre 36,3 milioni dovrebbero derivare dalla vendita di prodotti e servizi, mentre i contributi pubblici ordinari e in conto esercizio superano complessivamente i 32 milioni. A questi si aggiungono circa 1,5 milioni di contributi privati. La Biennale si colloca quindi all’interno di un’economia mista nella quale finanziamento pubblico, biglietteria, servizi, sponsorizzazioni e produzione culturale si sostengono reciprocamente.

La dimensione del pubblico aiuta a comprendere il peso di questa infrastruttura. Nel primo giorno di apertura della Biennale Arte 2026 sono entrati circa 10.000 visitatori, il 10 per cento in più rispetto alla prima giornata del 2024. Nei giorni di preapertura gli accreditati erano stati 27.935, fra i quali 3.733 giornalisti per il 70 per cento provenienti dall’estero. La precedente Biennale Arte aveva superato i 699.000 visitatori. Non si tratta soltanto di ingressi a una mostra: sono pernottamenti, trasporti, ristorazione, lavoro tecnico, comunicazione, allestimenti, assicurazioni, editoria e servizi che si distribuiscono nella città e nelle filiere internazionali dell’arte.

Quando la politica entra nel padiglione

La Biennale del 2026 ha mostrato quanto sia difficile separare l’autonomia culturale dalla situazione geopolitica. Il ritorno del padiglione russo, dopo l’assenza seguita all’invasione dell’Ucraina, ha provocato proteste, dimissioni e un duro confronto con le istituzioni europee.

La Commissione europea ha ritirato un finanziamento di due milioni di euro destinato alla Fondazione Biennale. Le risorse erano legate principalmente a progetti del settore cinematografico, ma la decisione è stata motivata politicamente con il ritorno della rappresentanza ufficiale russa nell’esposizione d’arte. Bruxelles ha sostenuto che il denaro dei contribuenti europei debba finanziare iniziative coerenti con i valori democratici dell’Unione. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha invece definito il provvedimento politico, rivendicando l’autonomia dell’istituzione e la funzione dell’arte come spazio di ricerca e di dialogo. La Fondazione ha annunciato di voler contestare la decisione precisando che il taglio non produrrà conseguenze finanziarie rilevanti.

Il contrasto non può essere liquidato come una controversia amministrativa. Pone una domanda che riguarda l’intero sistema culturale europeo: ospitare la rappresentanza ufficiale di uno Stato aggressore significa proteggere la libertà dell’arte oppure offrire una piattaforma alla sua politica culturale?

L’apertura indiscriminata non coincide necessariamente con il pluralismo. Una voce perseguitata, un artista dissidente e un padiglione controllato da uno Stato non occupano la stessa posizione. La libertà culturale richiede la capacità di distinguere fra espressione artistica, propaganda istituzionale e uso reputazionale della cultura.

Allo stesso tempo il condizionamento economico apre un problema speculare. Quando un finanziatore pubblico ritira risorse a causa di una scelta di programmazione, la difesa dei valori democratici può entrare in tensione con l’autonomia curatoriale. Non è sufficiente invocare la neutralità dell’arte perché le istituzioni culturali non sono mai davvero neutrali, ma non è sufficiente neppure trasformare il finanziamento in uno strumento automatico di conformità politica.

Il conflitto ha investito anche il sistema dei premi. Dopo le dimissioni della giuria internazionale, contraria alla presenza dei padiglioni russo e israeliano, la Biennale ha introdotto una votazione dei visitatori. Circa settanta artisti e quasi quaranta partecipazioni nazionali hanno chiesto di essere esclusi contestando la trasparenza e la responsabilità del nuovo meccanismo e minacciando azioni legali.

La mostra costruita intorno alle frequenze basse è stata così circondata da un rumore politico fortissimo. Non si tratta necessariamente di una contraddizione, forse è la dimostrazione che l’ascolto autentico non produce sempre armonia.

Pordenonelegge: la libertà prende la parola

Pordenonelegge arriverà dal 16 al 20 settembre, mentre la Biennale sarà ancora aperta. La ventisettesima edizione comprende oltre 650 voci internazionali, centinaia di appuntamenti e decine di sedi distribuite fra Pordenone e il Friuli Venezia Giulia. Il festival sarà inaugurato da Salman Rushdie e si concluderà con la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’accostamento possiede un’evidente forza simbolica. Rushdie rappresenta da decenni il prezzo concreto che uno scrittore può pagare per la libertà della propria immaginazione. Mattarella introduce la dimensione istituzionale e repubblicana della lettura come esercizio di cittadinanza. Fra questi due estrem, il festival costruisce un programma nel quale la letteratura non viene presentata soltanto come produzione editoriale ma come spazio pubblico di confronto.

La novità più significativa è la Dissensio Arena destinata agli autori censurati, perseguitati o costretti all’esilio. Fra i protagonisti annunciati figurano voci provenienti da Russia, Iran, Afghanistan, Algeria, Cina e Ucraina. Sarà presente anche Vera Politkovskaja, a vent’anni dall’assassinio della madre Anna, la giornalista russa uccisa a Mosca nel 2006.

Il dissenso, in questo contesto, acquista nomi, biografie, lingue, esili e conseguenze. La scelta è rilevante perché sottrae la parola “libertà” alla vaghezza della comunicazione culturale. Libertà significa poter scrivere, pubblicare, criticare un governo, raccontare una guerra e costruire una memoria che il potere vorrebbe cancellare.

Anche per pordenonelegge la dimensione culturale possiede un riscontro economico misurabile. Secondo i dati diffusi dalla Fondazione in occasione dell’approvazione del bilancio 2025 per ogni euro pubblico investito nelle sue attività la ricaduta territoriale è stata stimata in 11,27 euro. Dal 2023 le iniziative curate dalla Fondazione hanno totalizzato oltre 600.000 presenze. Il valore equivalente della visibilità mediatica prodotta nel 2025, il cosiddetto Advertising Value Equivalency, è stato quantificato in 86,8 milioni di euro. Quest’ultimo dato non rappresenta denaro incassato né fatturato ma una stima del costo che avrebbe avuto acquistare sul mercato gli stessi spazi ottenuti attraverso la copertura giornalistica.

La distinzione è importante. La cultura non deve essere giustificata soltanto attraverso la capacità di generare consumi, turismo o visibilità. Quei numeri mostrano tuttavia che un festival non è un’interruzione effimera della vita economica della città. Attiva pernottamenti, ristorazione, trasporti, servizi tecnici, librerie, comunicazione, collaborazioni professionali e reti istituzionali. Soprattutto costruisce nel tempo una reputazione territoriale che può continuare a produrre effetti oltre i cinque giorni della manifestazione.

Dal festival al catalogo: l’Europa della Poesia

Pordenonelegge compie inoltre un passaggio che merita particolare attenzione: non si limita a presentare i libri prodotti altrove ma partecipa direttamente alla loro costruzione.

La collaborazione editoriale con Samuele Editore, sviluppata nella collana La Gialla, trasforma una parte della programmazione poetica in un catalogo destinato a restare oltre la durata del festival.

Nel 2026 questa funzione editoriale assume una dimensione esplicitamente europea con il progetto Europa della Poesia, ideato da Fondazione Pordenonelegge e inserito nel dossier di Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027. Il progetto prevede sette antologie dedicate alle voci poetiche contemporanee della Croazia, dell’Ungheria, della Polonia, della Repubblica Ceca, della Slovacchia, della Slovenia e della Serbia.

La prima tappa editoriale, dedicata alla nuova poesia croata, è stata presentata il 16 maggio 2026 al Salone del Libro di Torino. Nel settembre 2026 Pordenonelegge ospiterà gli incontri dedicati alle antologie slovena, ungherese e polacca. Il progetto è promosso in collaborazione con Sapienza Università di Roma, l’Università degli Studi di Bergamo, l’Università di Varsavia e il gruppo di ricerca sulla poesia europea Sinalefe. Sarà inoltre ospitato da festival mitteleuropei e presentato negli Istituti italiani di cultura dei Paesi coinvolti. Un accordo quinquennale prevede infine che Varsavia accolga ogni anno un poeta italiano e che Pordenonelegge ospiti, nelle prossime cinque edizioni, un poeta europeo coinvolto nel progetto.

Due città trasformate in dispositivi culturali

Biennale e Pordenonelegge non si svolgono semplicemente dentro Venezia e Pordenone. Utilizzano le città come parte del proprio linguaggio.

A Venezia l’esperienza si distribuisce fra Giardini, Arsenale, palazzi, chiese, fondazioni private e luoghi raggiunti attraversando ponti, calli e campi. Il visitatore non incontra una mostra compatta ma una costellazione dispersa. Il tragitto, le attese, le deviazioni e perfino la stanchezza diventano parte della visita.

Pordenonelegge costruisce un dispositivo analogo attraverso strumenti differenti. Teatri, piazze, biblioteche, auditorium, librerie e sedi temporanee trasformano per alcuni giorni lo spazio urbano in una mappa di conversazioni. Il programma si estende anche ad altri comuni del Friuli Venezia Giulia contrastando almeno in parte la concentrazione culturale nei soli grandi centri.

La città diventa così un mezzo di comunicazione. Non contiene semplicemente gli eventi, ne modifica il significato. Un incontro sulla libertà di espressione collocato in una piazza produce un’esperienza diversa rispetto allo stesso discorso seguito individualmente su uno schermo. Un’opera sull’esilio osservata in una città costruita sugli scambi, sulle partenze e sugli arrivi acquisisce risonanze che il museo tradizionale non potrebbe interamente prevedere.

La cultura come infrastruttura

Biennale e Pordenonelegge presentano scale, storie e linguaggi molto differenti. La loro vicinanza geografica e temporale consente però di riconoscere una funzione comune: entrambe operano come infrastrutture.

Un’infrastruttura culturale è una struttura stabile di competenze, finanziamenti, lavoro, relazioni internazionali, produzione editoriale, comunicazione e formazione del pubblico. Organizza le condizioni affinché alcune domande possano essere poste, alcune esperienze possano diventare visibili e alcune voci possano essere ascoltate.

I dati economici rendono evidente questa dimensione. Da una parte vi è una Fondazione, la Biennale, con un valore della produzione annuale superiore ai 70 milioni di euro, capace di attrarre centinaia di migliaia di visitatori e di attivare una filiera internazionale. Dall’altra un festival che stima una ricaduta territoriale superiore a undici euro per ogni euro pubblico investito e che ha trasformato la propria attività in un’agenzia culturale permanente capace di produrre eventi, formazione, libri e relazioni europee.

In entrambi i casi il finanziamento contribuisce a costruire capitale culturale, competenze professionali, reti editoriali, reputazione internazionale e occasioni di partecipazione. Ma non tutto ciò che una manifestazione culturale genera può essere tradotto in un moltiplicatore. Non è immediatamente monetizzabile l’incontro con una lingua sconosciuta, la scoperta di un autore, la disponibilità ad ascoltare una posizione avversa o la formazione di un giovane volontario. Questi effetti appartengono però alla stessa infrastruttura che produce pernottamenti, biglietti, libri e servizi.

La Biennale del 2026 mostra quanto questa funzione sia esposta alle contraddizioni. Il progetto curatoriale invita al raccoglimento mentre l’istituzione viene attraversata da proteste, tagli finanziari, dimissioni e accuse politiche. Pordenonelegge sceglie programmaticamente la libertà e il dissenso e accompagna questa scelta con un investimento editoriale che prova a trasformare l’evento in una relazione durevole fra le culture europee.

Nessuna manifestazione culturale è esterna al potere. Dipende da finanziamenti, istituzioni, sponsor, visibilità mediatica, reti editoriali e processi di selezione. Proprio per questo la cultura non deve fingere neutralità. Deve rendere leggibili i criteri con cui sceglie, include, esclude, pubblica e attribuisce legittimità.

Venezia chiede di ascoltare le tonalità minori. Pordenone prepara uno spazio per il dissenso e costruisce, attraverso i libri, una nuova geografia della letteratura europea. Le due indicazioni si completano: il dissenso senza ascolto diventa rumore, l’ascolto senza possibilità di dissentire diventa acquiescenza.

Fra l’una e l’altra si apre il compito più difficile delle istituzioni culturali: costruire luoghi nei quali la libertà non sia soltanto dichiarata, l’arte non sia soltanto contemplata e la parola non sia soltanto consumata.

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