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Federolio, a dialogo con il direttore generale Andrea Marino

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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Chi governa circa la metà del commercio oleario italiano sa che dietro una bottiglia di extravergine c’è molto più di un prodotto alimentare. C’è una filiera complessa, un sistema regolatorio in continua evoluzione, mercati che si aprono e altri che si chiudono. Ne abbiamo parlato con Andrea Marino, direttore generale di Federolio, all’interno della partnership siglata con SEF Consulting.

Direttore Marino, Lei è entrato in Federolio nel 2019 e ne è diventato direttore generale nel 2022, con un percorso che passa per Ferrero in Lussemburgo e per le istituzioni europee. Cosa porta di queste Sue esperienze in Federolio?

«Sicuramente un’attenzione ai mercati di tutto il mondo in primo luogo, al funzionamento delle istituzioni europee ed internazionali e alla forte articolazione dei sistemi regolatori. Va da sé che in Ferrero mi sono occupato di una molteplicità di prodotti, mentre in Federolio il focus è nettamente costituito dall’olio di oliva ed in particolare dall’olio extravergine di oliva. Questo però non ha semplificato il mio lavoro, anche perché qualcuno ha detto che chi è passato dal settore dell’olio di oliva può agevolmente gestire ogni altro comparto dell’agroalimentare. In effetti l’olio di oliva rappresenta circa il 3% dei consumi mondiali di oli e grassi vegetali, ma riceve un’attenzione planetaria sia per le sue inimitabili caratteristiche organolettiche, nutrizionali e salutistiche, sia per le innumerevoli questioni regolatorie che spesso hanno fatto da apripista anche ad altri settori, come ad esempio la normativa sull’origine».

Il 2026 si è aperto con un calo delle esportazioni di olio d’oliva dall’UE di circa 18mila tonnellate nei primi due mesi dell’anno, ancora prima delle tensioni internazionali legate al conflitto in Iran. Cosa racconta questo dato sullo stato di salute del settore?

«Credo che sotto questo aspetto l’olio di oliva risenta, al pari di altri comparti, delle incertezze geopolitiche, anche precedenti al conflitto in Iran, che fatalmente si riflettono sugli andamenti mercantili. Ricordiamo infatti che, ancor prima delle tensioni in Iran, i mercati internazionali sono stati fortemente scossi, ad esempio, dalla svolta impressa dalla nuova presidenza americana. In questo quadro credo di poter affermare che le imprese italiane hanno complessivamente tenuto le posizioni, come emerge anche dagli ultimi dati elaborati dal COI (Consiglio Oleicolo Internazionale) per il periodo ottobre 2025 – marzo 2026, in cui si evidenzia una lieve crescita delle esportazioni dall’UE, pari a circa il 2%, in vari significativi mercati, tra cui spiccano il Brasile e la Cina»

Oggi il 65% dell’export italiano di EVO si concentra in cinque mercati, con gli Stati Uniti che assorbono da soli quasi un terzo del totale. È una concentrazione che vi preoccupa, soprattutto dopo l’introduzione dei dazi USA al 15% sull’olio europeo?

«Come già anticipato, le scelte protezionistiche adottate dalla presidenza USA hanno sicuramente inciso significativamente sui volumi commercializzati. Questo, ovviamente preoccupa gli operatori che negli anni sono riusciti ad emergere in un mercato estremamente competitivo come quello statunitense e che si trovano oggi a dover fronteggiare un sistema che porta il consumatore americano a sostenere dei prezzi estremamente alti per il prodotto. Ciò in un quadro che comprensibilmente preoccupa molto gli stessi importatori americani. Nondimeno, i consumi di olio EVO crescono a livello mondiale in maniera ormai costante da decenni, il che dimostra quanto l’olio extravergine di oliva riesca ad essere apprezzato a qualsiasi latitudine e riesca a conquistare nuovi consumatori anche fuori dai mercati tradizionali».

Lei ha seguito da vicino il percorso di Federolio verso la certificazione Made Green in Italy. Con il nuovo decreto legislativo sul green washing appena entrato in vigore, quanto questa certificazione diventa uno strumento competitivo concreto, e quanto resta ancora un costo che solo le imprese più grandi possono permettersi?

«La trasparenza nella comunicazione dei modelli produttivi sostenibili non è solo un obbligo normativo, ma una leva strategica per valorizzare il prodotto e rafforzare la fiducia del consumatore. Per questo motivo, le certificazioni ambientali possono diventare uno strumento fondamentale per valorizzare il prodotto e creare un’importante segmentazione a scaffale. La sostenibilità, infatti, non è solo un’etichetta, ma un percorso misurabile, verificabile e comunicabile in modo responsabile.

Proprio per questo motivo lo schema Made Green in Italy è un’opportunità concreta per le imprese della filiera olivicolo-olearia in quanto rappresenta l’unico schema di certificazione che unisce sostenibilità ambientale e made in Italy, basato sul metodo PEF (Product Environmental Footprint) e pienamente in linea con la nuova normativa sul greenwashing. Con specifico riferimento ai costi, ritengo che questi possano essere senza dubbio sostenuti dalle imprese di ogni dimensione, anche grazie alle varie possibilità di accedere a sostegni finanziari erogati dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica».

In un settore frammentato e attraversato da tensioni sui prezzi di scaffale, che ruolo possono giocare davvero le associazioni di categoria nel dialogo con la politica industriale europea e quanto, invece, rischiano di restare spettatrici?

«Partiamo dal presupposto che i prezzi a scaffale non sono solo il risultato di politiche industriali, ma anche di politiche agricole e distributive. Comprensibilmente i prezzi stessi risentono dei differenti costi di produzione dei vari Paesi, nonché della pressione promozionale sistematicamente attuata dalla distribuzione organizzata.

In questo quadro, le associazioni di categoria, e in particolare Federolio, si confrontano sulla materia in tutti i tavoli istituzionali nazionali, europei e internazionali, con l’obiettivo fondamentale di creare le basi per un superamento di alcune disfunzioni, coerentemente agli obiettivi perseguiti dalle disposizioni europee e nazionali in materia di pratiche commerciali leali nella filiera agroalimentare. Un ulteriore obiettivo deve essere però, nel rispetto delle norme sulla concorrenza, quello di riuscire a mettere da parte posizioni di pregiudiziale preclusione e avviare un confronto di filiera che porti a soluzioni innovative in grado di riconoscere il giusto valore e la giusta remunerazione ad ogni fase della filiera stessa».  

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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