|
Preferisci ascoltare? Clicca play!
Getting your Trinity Audio player ready...
|
Il nuovo sistema italiano di controllo sui residui farmacologici negli alimenti di origine animale.
C’è una domanda che ogni consumatore, almeno una volta, si è posto davanti a un banco di macelleria o a un vasetto di miele: come faccio a sapere che questo alimento è davvero sicuro? Che l’animale da cui proviene non è stato trattato con sostanze vietate, o che i farmaci somministrati si sono smaltiti prima della macellazione?
È una domanda legittima. La risposta, fino a qualche settimana fa, era affidata a un sistema normativo che risaliva a una direttiva europea del 1996, rimasta a lungo come ossatura di riferimento anche dopo che il quadro comunitario era profondamente cambiato. Il Consiglio dei Ministri del 10 giugno 2026 ha colmato questo ritardo, approvando in esame preliminare un decreto legislativo che aggiorna l’ordinamento italiano ai regolamenti europei 2022/1644 e 2022/1646 e ridisegna il sistema nazionale di controllo sui residui di sostanze farmacologicamente attive negli animali destinati all’alimentazione umana.
Non è un adempimento burocratico. È una riforma che tocca direttamente la quotidianità delle imprese zootecniche e della trasformazione alimentare.
Che cosa cambia, e perché importa
Il Piano Nazionale Residui diventa lo strumento centrale per la pianificazione, esecuzione e rendicontazione dei controlli ufficiali su tutta la filiera, dai bovini all’acquacoltura, dal latte al miele. Il Piano viene articolato in tre componenti distinte con il piano mirato, basato sull’analisi del rischio e finalizzato a verificare il rispetto della normativa europea e dei limiti di residui consentiti, il piano di sorveglianza fondato su controlli casuali destinati al monitoraggio di un ampio numero di sostanze e, infine, il piano Paesi terzi, dedicato al controllo degli animali e dei prodotti importati, anch’esso programmato secondo criteri di rischio.
La distinzione non è formale. Significa che il sistema smette di funzionare con logiche uniformi su tutto il territorio e inizia a concentrare le risorse di controllo dove il rischio è più alto, calibrando l’intensità dei campionamenti sulla base delle non conformità degli anni precedenti, dei segnali territoriali e dei flussi di importazione. Le attività di monitoraggio e rendicontazione saranno gestite attraverso il sistema informatico NSIS/RaDISAN, garantendo tracciabilità, uniformità dei dati e integrazione delle informazioni a livello nazionale ed europeo.
Un sistema che funziona già: i numeri del Piano
Nel Piano Nazionale Residui sono controllati gli animali e i prodotti di origine animale in tutta la loro varietà: bovini, suini, ovicaprini, equini, pollame, conigli, selvaggina allevata, acquacoltura, latte, uova, miele, budelli. Si tratta di un presidio capillare su praticamente tutto ciò che arriva sulle tavole degli italiani di origine animale.
I risultati dicono che il sistema funziona e funziona bene. Nell’ultimo ciclo di controlli disponibile su 30.237 campioni analizzati per un totale di 473.146 determinazioni analitiche, i campioni irregolari sono stati 19, tutti di provenienza italiana, pari allo 0,07% del totale: una percentuale inferiore alla media europea. Numeri che raccontano, tra le righe, un sistema produttivo nazionale generalmente virtuoso, ma che non possono giustificare un abbassamento della guardia, soprattutto nel momento in cui i flussi di importazione da Paesi terzi crescono.
Cosa significa per le imprese
Per chi opera nel settore zootecnico e della trasformazione alimentare il nuovo decreto non introduce un sistema di controllo ex novo: consolida, aggiorna e rende più efficiente quello esistente. Ci sono, però, almeno tre implicazioni pratiche che vale la pena segnalare.
La prima riguarda la tracciabilità. Il decreto rafforza l’obbligo di documentazione lungo tutta la filiera, dai trattamenti farmacologici in allevamento fino alla macellazione. Il piano di autocontrollo aziendale, che la normativa già prevedeva, viene ora inquadrato in un sistema più ampio di responsabilità condivisa: l’allevatore deve garantire il rispetto dei tempi di sospensione dei farmaci veterinari, mentre il responsabile dello stabilimento di macellazione è tenuto a commercializzare prodotti provenienti da animali non sottoposti a trattamenti illeciti. In pratica, la catena di responsabilità diventa più lunga e più documentata.
La seconda riguarda i controlli sui prodotti importati. Il Piano Paesi Terzi è ora strutturato con criteri di rischio espliciti e integrato nel sistema informatico nazionale: per le imprese che acquistano materie prime dall’estero, questo significa un sistema di verifica più stringente a monte e, potenzialmente, una selezione più severa dei fornitori.
La terza, meno ovvia ma forse più strategica, riguarda la comunicazione. Un sistema di controllo trasparente, aggiornato e digitalmente tracciabile è anche uno strumento di valorizzazione del prodotto. In un mercato in cui il consumatore chiede sempre più certezze sull’origine e sulla qualità di ciò che mangia, poter dimostrare che le proprie produzioni sono inserite in un sistema di sorveglianza rigoroso e integrato a livello europeo è un argomento di fiducia che si può e si deve comunicare.
Il contesto europeo che cambia
Il decreto del 10 giugno non è un fatto isolato, si inserisce in una traiettoria normativa europea precisa. Dal 1° gennaio 2023, con l’abrogazione della direttiva 96/23/CE e l’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei 2022/1644 e 2022/1646, il Piano Nazionale Residui ha modificato la propria struttura, concentrando l’attenzione esclusivamente sulle sostanze farmacologicamente attive vietate, non autorizzate o autorizzate nei medicinali veterinari. L’Italia ha impiegato tre anni per recepire pienamente questo cambio di paradigma a livello nazionale. Il decreto di giugno chiude questo ritardo.
Il segnale che arriva da Bruxelles è chiaro: la sicurezza alimentare non è più solo una questione di soglie e divieti, ma di sistemi integrati, basi dati condivise, controlli modulati sul rischio e tracciabilità digitale. Chi opera nel settore deve capire che il sistema di controllo si sta evolvendo da un modello reattivo, che interviene quando qualcosa non va, a un modello predittivo, che anticipa i rischi sulla base dei dati.
Per le imprese più strutturate, questo è già oggi un vantaggio competitivo da costruire. Per le più piccole, è uno scenario a cui prepararsi con consapevolezza, prima che diventi un obbligo da rincorrere.
