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Questa intervista immaginaria si ispira alla tradizione radiofonica delle Interviste impossibili andate in onda su Radio Rai tra il 1974 e il 1975. Curate da Lidia Motta furono uno dei più originali esperimenti radiofonico-letterari. Consistevano in colloqui immaginari tra scrittori e intellettuali contemporanei e grandi personaggi del passato, resi “impossibili” proprio dalla distanza storica.
Il meccanismo era semplice e raffinatissimo: un autore moderno (Italo Calvino, Umberto Eco, Giorgio Manganelli, Alberto Arbasino, Andrea Camilleri, Guido Ceronetti, Luigi Malerba, Edoardo Sanguineti) scriveva o conduceva un’intervista a un fantasma storico, interpretato da grandi attori come Carmelo Bene, Mario Scaccia, Paolo e Lucia Poli, Vittorio Sermonti, Adriana Asti. Ne usciva un colloquio fantastico postumo in cui il passato veniva chiamato a giudicare il presente e il presente veniva costretto a rivelare le proprie ossessioni1.

Considerando le opportunità date dalla tecnologia odierna, e considerando i fortissimi investimenti che l’Europa sta facendo sui gemelli digitali (copie virtuali di oggetti, processi, luoghi o sistemi – nel caso delle persone, ricostruzioni culturali e interpretative basate su fonti, utili a simulare scenari e interrogare modelli senza intervenire sull’originale), noi di Acta abbiamo istruito il modello a nostra disposizione (ChatGPT 5.5, ragionamento esteso) con un profilo documentario e interpretativo per simulare il più possibile il modo di pensare, parlare, giudicare e rispondere di un imprenditore del passato.
Al termine dell’impostazione del profilo abbiamo dialogato col modello ricostruito dell’imprenditore al quale abbiamo chiesto di confrontarsi con il presente.
La scelta è ricaduta su Adriano Olivetti2: industriale, editore, politico, uomo di cultura e interprete di un’idea d’impresa in cui fabbrica, comunità, territorio, bellezza e responsabilità sociale non erano elementi separati.
Intervistatore: Ingegner Olivetti, benvenuto nel presente. La avviso subito: è un presente piuttosto rumoroso. Abbiamo sostituito le macchine da scrivere con l’intelligenza artificiale, gli uffici con le piattaforme digitali, la politica con i social. Il pensiero stesso oggi si veicola, quel poco che resta, mediante post motivazionali su WhatsApp. Ma questa è solo la mia visione critica di un presente in cui vivo. Mi dica lei, ingegnere. È arrivato da pochissimo in questo presente, mi dica cosa vede.
Olivetti: Buongiorno a lei. Le rispondo subito: vedo un Paese ricchissimo di intelligenza ma povero di disegno. Vedo imprese tenaci, lavoratori capaci, artigiani evoluti, tecnici preparati e territori pieni di memoria produttiva, ma anche tanta dispersione. Ogni energia sembra agire da sola: l’impresa da una parte, la scuola da un’altra, la politica altrove, la cultura chiamata a commentare quando le decisioni sono già state prese.
Mi colpisce la quantità di strumenti disponibili e la fragilità degli scopi che avete. Macchine capaci di calcolare, tradurre, scrivere, ordinare, prevedere. Avete reti capaci di collegare uomini lontanissimi con cui potete comunicare istantaneamente in una maniera che fatico a comprendere. Ma non basta collegare gli uomini perché essi diventino comunità. Non basta aumentare la velocità perché una società sappia dove andare. Nemmeno basta produrre dati perché aumenti il giudizio.
Mi pare che il vostro tempo abbia una fede eccessiva nei mezzi, me lo lasci dire. Quando una civiltà parla continuamente di innovazione, bisogna chiederle con discrezione: innovazione per quale uomo? Per quale città? Per quale lavoro? Per quale libertà? Vedo un progresso che procede senza interrogarsi sui fini, e un progresso senza fini è solo movimento.
In Italia vedo anche una contraddizione dolorosa: un Paese che possiede una cultura straordinaria della forma, del territorio, della manifattura, dell’abitare, che tuttavia si lascia imporre modelli poveri, linguaggi importati, parole che sembrano precise e invece coprono solo una mancanza di pensiero. Dite strategia, roadmap, governance, ecosistema. Sono parole forse utili ma mi lasci dire una cosa: una civiltà non nasce da un lessico aggiornato. Nasce quando gli uomini sanno ordinare mezzi, fini e responsabilità.
Intervistatore: Partiamo allora dalla parola più potente del presente: intelligenza artificiale. Oggi i sistemi di intelligenza artificiale scrivono, traducono, disegnano, analizzano dati, preparano documenti e svolgono molte attività che fino a pochi anni fa sembravano riservate agli esseri umani. Alcune imprese addirittura pensano di aver trovato il dipendente ideale perché lavora sempre, non chiede ferie, non si ammala e non fa sindacato. Lei cosa ne pensa di questa intelligenza artificiale?
Olivetti: Non sono di questo tempo, ma non la guardo con superstizione né con entusiasmo. Non sono contrario alla tecnica, anzi sarebbe assurdo esserlo. La tecnica è una delle grandi avventure dello spirito umano e l’industria moderna nasce proprio dalla capacità di ordinare conoscenza, materia, energia e organizzazione. Una macchina nuova, o un programma come dice lei, non è mai soltanto una macchina o un programma: è una domanda posta all’uomo.
Chi la governa, per quali fini, dentro quali istituzioni, con quale responsabilità. Una macchina potente inserita in un’organizzazione povera di fini non la rende più nobile, soltanto più efficace nel perseguire fini poveri. L’intelligenza artificiale può liberare tempo ma può anche saturarlo. Può distribuire conoscenza ma può anche concentrare potere. Per venire a un esempio a me più vicino l’intelligenza artificiale può aiutare il lavoratore ma può anche trasformarlo in un esecutore sorvegliato da procedure che non comprende.
Non so se la chiamerei davvero intelligenza. So però che la questione decisiva è sempre se l’uomo conserva intelligenza morale nell’uso dello strumento. Che sia una macchina a vapore o un programma presuntamente intelligente. Certo se serve a togliere fatica stupida, a ridurre errori, a far circolare meglio il sapere dentro l’impresa, allora può essere uno strumento di civiltà. Ancor meglio se serve a sostenere il medico, l’insegnante, l’editore. Ma se serve a rendere più opaco il comando, a sostituire il giudizio con una procedura automatica, allora non siamo davanti a una liberazione. È solo una nuova forma di dipendenza.
Il rischio più grande non è che la macchina pensi come l’uomo, ma che l’uomo, delegando troppo alla macchina, smetta di pensare come uomo. E quando dico pensare intendo giudicare, assumere responsabilità, distinguere ciò che è utile da ciò che è giusto, ciò che è efficiente da ciò che è umano.
Intervistatore: Provo a portarla fuori dai massimi sistemi. C’è una piccola impresa italiana: venti dipendenti, contabilità in affanno, gestionale vecchio, clienti che scrivono a ogni ora, export da seguire, bandi da rendicontare, consulenti da pagare, energia cara, banca impaziente. Arriva l’intelligenza artificiale e promette: ti preparo offerte, newsletter, risposte ai clienti, analisi dei costi, documenti per il finanziamento. Che fa l’imprenditore? Prima convoca la Comunità o compra l’abbonamento?
Olivetti: Compra l’abbonamento, se gli serve. Non gli chiederei di trasformare ogni decisione operativa in un congresso filosofico ma gli chiederei di non vendere, assieme all’abbonamento, la propria capacità di giudizio.
Una piccola impresa non deve avvicinarsi alla tecnologia come a un idolo. Deve avvicinarvisi come a uno strumento da mettere al proprio posto. Prima di chiedersi quale software acquistare, dovrebbe chiedersi dove perde intelligenza. Dove si ripetono gli errori? Dove un lavoratore sa qualcosa che l’organizzazione non apprende? Dove il cliente segnala sempre lo stesso problema e nessuno lo trasforma in conoscenza? Dove l’amministrazione divora energie che potrebbero essere dedicate al prodotto, al servizio, alla relazione? Dove un giovane entra in azienda e nessuno gli insegna davvero il mestiere?
L’intelligenza artificiale potrebbe essere preziosa proprio perché molte piccole imprese hanno conoscenza tacita, esperienza, capacità pratica, ma la custodiscono in modo fragile. Il fondatore sa, il tecnico sa, il commerciale sa, ma l’impresa nel suo insieme non sa di sapere.
Se questa macchina, mi perdoni, questo programma, entra in un’organizzazione confusa, amplifica la confusione. Una macchina moderna dentro un’organizzazione vecchia diventa presto un mobile costoso. L’innovazione non è l’acquisto dello strumento ma la trasformazione ordinata di un modo di lavorare. Il disordine costa, solo che spesso non viene messo a bilancio.

Intervistatore: Arriviamo allora al denaro. Oggi un’impresa che non cresce abbastanza viene considerata debole. Se non scala, se non aumenta margini, se non attrae capitali, sembra quasi che non abbia diritto di esistere. Lei dove metterebbe il confine tra profitto necessario e profitto che diventa padrone dell’impresa?
Olivetti: Il profitto è necessario come il respiro, ma nessuno vive per respirare. Un’impresa senza profitto perde autonomia, diventa fragile, dipende da altri e non può innovare, non può proteggere i propri lavoratori, non può investire in ricerca. In poche parole non può durare. Sarebbe falso, e anche ingenuo, contrapporre moralmente profitto e bene comune. Un’impresa povera di mezzi raramente può essere generosa nella sostanza. Il profitto consente all’impresa di non essere serva, di non vivere di elemosine.
Ma il profitto diventa pericoloso quando smette di essere condizione e pretende di diventare fine. In quel momento l’impresa cambia natura: non è più comunità produttiva ma macchina di estrazione. Chiede soltanto quanto può ricavare.
Direi che il profitto è un ottimo servitore e un pessimo sovrano. Deve restare dentro un ordine più grande e servire la continuità dell’impresa, la qualità del prodotto, la dignità del lavoro. Quando invece tutto questo viene sacrificato al profitto immediato, l’impresa può sembrare più efficiente ma in realtà sta vendendo pezzi della propria anima produttiva. E sta perdendo formazione, ricerca, territorio, cultura.
So che la parola anima, accostata all’impresa, può far sorridere. Ma ogni impresa ce l’ha, anche quando la nega. La si vede nel modo in cui tratta il tempo degli uomini, la fatica, l’intelligenza, l’errore. La si vede nel modo in cui decide se un risparmio sia davvero un risparmio o sia soltanto un costo trasferito ad altri.
Se il mercato non premia questa visione allora bisogna domandarsi se il mercato sia l’unico giudice legittimo della vita umana. Non sto proponendo ingenuità, non mi capisca male. So che l’impresa vive nella concorrenza. Ma una civiltà comincia proprio quando non consegna tutte le proprie decisioni al criterio del più forte, del più rapido o del più redditizio. Se il mercato diventa l’unica misura tutto ciò che non ha prezzo sembra non avere valore. E invece le cose decisive come fiducia, dignità, conoscenza, appartenenza, hanno valore proprio perché non possono essere ridotte a prezzo. Sono queste le cose che un’impresa deve imparare a guadagnare.
Intervistatore: Molte piccole imprese oggi vendono su marketplace, comunicano sui social, comprano pubblicità online, usano sistemi di pagamento, recensioni, algoritmi di visibilità. Noi abbiamo imparato a chiamare questo sistema democratizzazione: tutti possono arrivare a tutti. Però Amazon, Google, Meta, TikTok, Booking, Apple, Microsoft sembrano essere diventate le nuove città. Città senza municipio. Lei cosa ne pensa?
Olivetti: La sua immagine è esatta. Le piattaforme sono città senza municipio che organizzano commercio, linguaggio, pubblicità, reputazione, memoria, informazione. Hanno regole, gerarchie, premi e punizioni. Hanno centri e periferie. Hanno strade principali e vicoli invisibili. Ma non hanno cittadini.
L’utente usa, il cittadino partecipa, ricorda, risponde. Questa differenza è politica non terminologica. Se un artigiano, un commerciante o un piccolo produttore arriva al cliente solo attraverso una piattaforma che decide visibilità, regole, commissioni, reputazione e accesso ai dati, quell’imprenditore è davvero libero? O è affittuario di un mercato che non governa?
Accesso non significa libertà. Una piattaforma può dare a molti la possibilità di entrare in un mercato e nello stesso tempo concentrare il potere di decidere le condizioni di quel mercato. È una condizione antica con strumenti nuovi. Il potere non sempre possiede la fabbrica, a volte possiede la strada che porta alla fabbrica.
Non direi alle imprese di rifiutare le piattaforme. Direi di usarle senza consegnarsi interamente ma continuando a costruire relazioni proprie, memoria propria, comunità propria. L’impresa deve possedere almeno una parte del proprio rapporto con il mondo. Se ogni contatto con il cliente passa attraverso architetture altrui, l’impresa non è moderna, è vulnerabile.
Intervistatore: Restiamo sull’Italia concreta. PMI, PNRR, crediti d’imposta, voucher digitalizzazione, contributi per consulenze, piattaforme regionali, click day, allegati, DURC, CUP, CIG, rendicontazioni che sembrano prove iniziatiche. Lei cosa direbbe a un’impresa che vive ormai dentro questa grammatica di bandi e incentivi?
Olivetti: Direi che un incentivo senza progetto può generare movimento, non sviluppo. Il denaro pubblico è necessario soprattutto quando deve correggere squilibri, sostenere investimenti. Ma il denaro pubblico non pensa. Può costruire o disperdersi. Può aiutare un’impresa a compiere un salto di qualità oppure spingerla a inseguire parole d’ordine, scadenze, moduli e consulenze senza trasformare davvero se stessa.
Mi preoccuperebbe un sistema in cui il progetto nasce dopo la misura, e non prima. Quando un’impresa si domanda anzitutto “quale bando posso prendere?” e solo dopo “che cosa voglio diventare?”, il rapporto tra mezzo e fine si è già capovolto.
Non ho nulla contro la consulenza, sia chiaro. Una buona consulenza può aiutare l’impresa a leggere opportunità, costruire alleanze, ordinare documenti, tradurre un’intuizione in progetto. Ma quando la consulenza sostituisce il pensiero dell’impresa, l’impresa diventa beneficiaria passiva di un linguaggio che non possiede. E un linguaggio non posseduto genera progetti che non lasciano traccia.
La domanda credo dovrebbe essere semplice: dopo questo incentivo, l’impresa sarà più competente? Più capace di innovare? Più legata al territorio? Più giusta verso i lavoratori? Se la risposta è no, forse è stato finanziato soltanto un movimento amministrativo.

Intervistatore: Lei parlava di fabbrica, lavoro, città, case, servizi e biblioteche. Oggi invece parliamo di smart working, burnout, settimana corta, welfare, benefit, lavoro povero, uffici con divani colorati, tavoli da ping-pong. Che cosa resta della fabbrica e che cosa significa, oggi, costruire un lavoro umano?
Olivetti: La fabbrica non è soltanto un edificio. Non lo è mai stato. È il luogo in cui gli uomini cooperano per dare forma a qualcosa che li supera. Può essere un’officina, un laboratorio, una scuola, un centro di ricerca, perfino una comunità di lavoro remoto. Ma deve avere una forma morale. Deve dire: qui non si produce soltanto valore economico, qui si produce anche un certo tipo di uomo.
So che questa frase può suonare pericolosa. Ma ogni organizzazione, anche quando finge neutralità, forma le persone. Le abitua a obbedire o a pensare, a tacere o a contribuire, a competere ciecamente o a cooperare, a eseguire o a comprendere. La domanda non è se l’impresa formi l’uomo. Lo fa comunque. La domanda è: lo forma consapevolmente o lo deforma per incuria?
Il lavoro buono si riconosce da alcune cose semplici: se aumenta o diminuisce la persona, se distribuisce conoscenza, se permette partecipazione, se lascia tempo alla vita. Lo smart working, per esempio, può essere libertà o isolamento. Può ridurre fatica o estendere il lavoro dentro ogni stanza della casa. Può aiutare una madre, un padre, un pendolare, una persona fragile. Ma può anche sciogliere ogni confine e trasformare l’abitazione in un ufficio senza orario. Ancora una volta: non giudico lo strumento. Giudico l’idea dell’uomo che lo governa.
Per questo la bellezza non era per me decorazione. Una fabbrica luminosa, una mensa dignitosa, una casa ben disegnata, una biblioteca accessibile dicevano al lavoratore che la sua vita non era considerata scarto. Il brutto ha costi che spesso non vengono contabilizzati: tristezza, disattenzione, disamore, incuria.
Intervistatore: Lei ha legato il suo nome a Ivrea, all’idea che industria, architettura e vita sociale dovessero stare insieme. Ma c’è anche Pozzuoli: una fabbrica davanti al mare, nel Mezzogiorno, in un luogo dove l’industria non sembrava dover arrivare con la forza, ma con rispetto. Oggi l’Italia parla ancora di divari territoriali, Sud da rilanciare, aree interne, zone economiche speciali, borghi da valorizzare. Che cosa direbbe a un Paese che continua a trattare il territorio come problema o come prodotto?3
Olivetti: Direi anzitutto di smettere di parlare dei luoghi come se fossero superfici vuote. Un territorio non è una superficie su cui collocare attività economiche. È memoria, paesaggio, relazioni, competenze e tempo. È una forma di intelligenza depositata. Un’impresa che prende energia da un luogo e non restituisce forma a quel luogo vive in debito.
Per questo il Mezzogiorno non va guardato soltanto come mancanza. I divari esistono, sarebbe ingiusto negarli. Ma il modo in cui si nomina un problema decide già una parte della cura. Se il Sud è considerato soltanto un paziente riceverà terapie dall’alto. Se è considerato una comunità di energie riceverà istituzioni, scuole, imprese, infrastrutture, cultura e fiducia.
A Pozzuoli non si trattava solo di aprire uno stabilimento. Si trattava di chiedere: può l’industria entrare in un luogo senza violentarlo? Può portare lavoro senza cancellare paesaggio? Può creare disciplina produttiva senza umiliare la memoria? E ancora: può essere moderna senza essere estranea? Questa domanda vale ancora oggi.
E starei attento anche alla parola “valorizzazione”. Il turismo può educare allo sguardo o consumare i luoghi. Una città non è un fondale, un borgo non è un prodotto, un paesaggio non è un marchio.
Non esiste sviluppo senza delicatezza. Sembra una parola fragile ma non lo è. La delicatezza è la forza che si impone un limite per non distruggere ciò che vuole aiutare. L’industria, la tecnologia, il denaro pubblico: tutti dovrebbero impararla. Anche la politica.
Intervistatore: Oggi molti la citano come esempio di imprenditore illuminato. “Ci vorrebbe un nuovo Olivetti”. Il Ministero della Cultura ha appena istituito il Premio Olivetti4 per l’accessibilità culturale con la seguente giustificazione: “Il Piano Olivetti interpreta la cultura nella sua vocazione sociale. Per questo motivo il Premio intende valorizzare le esperienze che fanno del patrimonio e della creatività strumenti di partecipazione, inclusione e crescita condivisa. Un riconoscimento rivolto alle realtà che rafforzano il legame tra la cultura e le comunità, nel solco della visione di Adriano Olivetti”. C’è anche un laboratorio in più giornate che si tiene a settembre che si intitola: “Settembre Olivettiano”5. Il suo nome consola tutti: imprenditori, politici, intellettuali, forse anche chi non ha nessuna intenzione di cambiare davvero. Le piace essere stato trasformato quasi in un santino?
Olivetti: Lei mi fa sorridere. Un santino è comodo perché non fa domande, e per questo motivo ciò che mi ha detto mi inquieta.
Il culto dell’uomo eccezionale può diventare una scusa per non costruire istituzioni normali. Non vi serve un nuovo Olivetti: vi servono scuole capaci di formare, imprese capaci di responsabilità, banche capaci di pazienza, amministrazioni capaci di progetto, territori capaci di cooperare.
Un uomo può accendere una lampada ma una città non si illumina con una lampada sola. Se una civiltà ha bisogno di attendere sempre l’imprenditore illuminato significa che non ha saputo costruire le condizioni perché la responsabilità diventi ordinaria.
Non bisogna chiedersi come imitare un uomo del passato. Bisogna chiedersi quali domande quel passato ha lasciato al presente. L’impresa è ancora capace di essere istituzione civile? La tecnica è ancora posta al servizio dell’uomo? Il territorio è ancora considerato una comunità vivente? La cultura è ancora parte del progetto produttivo?
Se il mio nome serve a evitare queste domande, allora è meglio dimenticarlo.
Intervistatore: Ultima domanda: che consiglio darebbe a un imprenditore italiano? A un imprenditore normale con fatture, dipendenti, clienti, ansie e un commercialista che lo richiama.
Olivetti: Gli direi anzitutto di conoscere la propria impresa non solo nei numeri ma nelle conoscenze. Ogni impresa custodisce un patrimonio invisibile fatto di esperienza, relazioni, tentativi, errori, intuizioni. Se questo patrimonio resta disperso l’impresa è più fragile di quanto il bilancio dica.
Gli direi di fare del territorio un alleato, non uno sfondo. Scuole, fornitori, amministrazioni, biblioteche, università, associazioni: una piccola impresa isolata è fragile, una piccola impresa dentro una comunità competente può diventare grande senza diventare disumana.
Infine gli ripeterei di misurare anche ciò che il bilancio non vede subito: fiducia, salute, reputazione, qualità delle relazioni, capacità di innovare senza distruggere.
A un giovane che vuole fondare una startup direi: non innamorarti dell’idea di essere fondatore. Innamorati del problema che vuoi servire. Non cercare soltanto investitori ma cerca maestri, tecnici, critici, persone capaci di contraddirti. Non chiamare comunità il tuo pubblico: una comunità non applaude soltanto, corregge. E soprattutto non costruire un’impresa da cui tu stesso, come uomo, usciresti peggiorato.


- Per approfondire le Interviste impossibili si guardi:
Lo scrittore Alberto Arbasino intervista l’imperatore romano Nerone (37-68), interpretato dall’attore e regista Mario Missiroli. Regia di Vittorio Sermonti: https://youtu.be/-xXFJDR3IRY?list=PLjG1b-gdN65rhzlx60O3I5CgIL3CD91va
Lo scrittore Alberto Arbasino intervista il poeta e drammaturgo Gabriele d’Annunzio (1863-1938), interpretato dall’attore Gianni Santuccio. Regia di Mario Missiroli: https://youtu.be/whcVyTDMIb0?list=PLjG1b-gdN65rhzlx60O3I5CgIL3CD91va
Lo scrittore Alberto Arbasino intervista il musicista Giacomo Puccini (1858- 1924), interpretato dall’attore Alfredo Bianchini. Regia di Mario Missiroli: https://youtu.be/09kt2c-SHPQ?list=PLjG1b-gdN65rhzlx60O3I5CgIL3CD91va
Lo scrittore Alberto Arbasino intervista il poeta Giovanni Pascoli (1855-1912), interpretato dall’attore Quinto Parmeggiani. La regia è di Mario Missiroli: https://youtu.be/Eyf9vkNtiF0?list=PLjG1b-gdN65rhzlx60O3I5CgIL3CD91va
Lo scrittore Alberto Arbasino intervista lo scrittore e poeta irlandese Oscar Wilde (1854-1900), interpretato dall’attore Carmelo Bene. Regia di Mario Missiroli: https://youtu.be/BA-XORPFSEA?list=PLjG1b-gdN65rhzlx60O3I5CgIL3CD91va
Intervista impossibile allo storico romano Publio Cornelio Tacito(56-117), interpretato dall’attore Romolo Valli, con la partecipazione dello scrittore e sceneggiatore Raffaele La Capria nel ruolo dell’intervistatore. Regia di Andrea Camilleri: https://youtu.be/K2uSv99QOCI?list=PLjG1b-gdN65rhzlx60O3I5CgIL3CD91va
Altre interviste impossibili qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLjG1b-gdN65rhzlx60O3I5CgIL3CD91va
↩︎ - Adriano Olivetti (Ivrea, 1901 – Aigle, Svizzera, 1960) è stato un imprenditore, editore, politico e intellettuale italiano. Figlio di Camillo Olivetti, fondatore dell’omonima azienda, trasformò la Olivetti in una delle imprese industriali più innovative del Novecento, capace di competere a livello internazionale nel settore delle macchine per scrivere, del calcolo e dell’elettronica nascente.
La sua originalità non fu solo industriale: Olivetti concepì l’impresa come istituzione civile, legata al territorio, alla cultura, al welfare, all’architettura e alla qualità della vita dei lavoratori. A Ivrea sviluppò un articolato sistema di fabbrica, servizi sociali, biblioteche, case, mense, asili e spazi di lavoro; a Pozzuoli sperimentò un insediamento industriale pensato in rapporto alla dignità del lavoro e al paesaggio.
Fu anche fondatore delle Edizioni di Comunità e del Movimento Comunità, attraverso cui elaborò una visione politica fondata sulla partecipazione, sulle autonomie locali e sul rapporto tra tecnica, cultura e giustizia sociale. Tra i suoi libri più importanti ci sono L’ordine politico delle Comunità, Società Stato Comunità e Città dell’uomo. Oggi è ricordato come uno dei più grandi esempi italiani di imprenditore umanista.
Altre informazioni su Olivetti:
Ritratti Contemporanei: Adriano Olivetti, RaiPlay, girato nel febbraio 1960, 28 minuti. Emilio Garroni incontra Adriano Olivetti a Ivrea nel febbraio 1960, pochi giorni prima della sua morte: https://www.raiplay.it/video/2026/04/Ritratti-Contemporanei-Adriano-Olivetti-8b8d1349-80c8-459f-a93e-dc7db29a3e68.html
Pagina programma RaiPlay. Ritratti Contemporanei: Adriano Olivetti: https://www.raiplay.it/programmi/ritratticontemporaneiadrianoolivetti
Rai Teche: scheda Ritratti contemporanei: Adriano Olivetti: https://www.teche.rai.it/2026/04/ritratti-contemporanei-1961-adriano-olivetti/
RaiPlay: Memorie – Fatti e persone da ricordare. Adriano Olivetti, imprenditore visionario: https://www.raiplay.it/video/2011/11/Adriano-Olivetti-cc8b8c14-8c12-469a-9543-a14ab125e77f.html
In copertina Adriano Olivetti seduto a un tavolo in un bar. Venezia, 1957 – fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AAdriano_Olivetti_1957.jpg
↩︎ - Per approfondire il tema del rapporto tra cultura, territori e piccoli comuni si veda: Piccoli comuni, grande Novecento: la cultura come ritorno: https://actanonverba.it/piccoli-comuni-grande-novecento-la-cultura-come-ritorno/
↩︎ - https://cultura.gov.it/comunicato/29121
↩︎ - https://actanonverba.it/settembre-olivettiano-quando-eredita-diventa-futuro/
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