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Brava: imprenditoria femminile o carosello?

Alessandro Canzian

Alessandro Canzian

Editore da sempre impegnato attivamente nel mondo culturale. Consulente e progettista per Sef Consulting
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Brava Innovation Hub è il programma promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e da Invitalia per sostenere startup, micro e piccole imprese a leadership femminile. La questione però è capire se il sistema Paese stia davvero costruendo strumenti adeguati per l’imprenditoria femminile e se sia veramente pronto culturalmente1.

La misura rientra nel Programma Imprenditoria Femminile finanziato con risorse PNRR e prevede tre percorsi di accelerazione nel 2026: Roma, Novara e Salerno. Si può sintetizzare così: vengono selezionate dieci imprese, il percorso dura dodici settimane e offre formazione, mentorship, networking, business matching, incontri con investitori, università, centri di ricerca e partner industriali. A ciascuna impresa viene inoltre riconosciuto un grant di 40.000 euro.

L’impostazione è interessante. Brava Innovation Hub integra il semplice contributo a fondo perduto con un percorso di crescita che prevede rafforzamento del modello di business, competenze manageriali, accesso a reti industriali e finanziarie, presentazione agli investitori. L’obiettivo è affrontare uno dei problemi noti delle startup innovative: diventare credibili, scalabili, finanziabili e industrialmente riconoscibili.

Il limite però è quantitativo

Il limite principale resta quantitativo e ne ridimensiona fortemente la portata. Le imprese beneficiarie saranno trenta in tutto. In Italia però le imprese guidate da donne sono circa 1,3 milioni, pari al 22% del totale. È vero che Brava Innovation Hub non si rivolge all’intero universo dell’imprenditoria femminile ma a startup e nuove imprese innovative, tuttavia la scala dell’intervento resta minima.

La dotazione diretta resta molto contenuta: 1,2 milioni di euro. Se confrontati con i 400 milioni previsti dal PNRR per la creazione di imprese femminili, rappresentano una quota assolutamente marginale. Questo implica un fatto molto semplice ma fondamentale: il programma può produrre casi di successo ma difficilmente può generare un impatto sistemico, una crescita del tessuto imprenditoriale.

Un intervento spot o il segnale di un trend?

Un confronto anche superficiale con altre misure recenti rende il limite ancora più evidente. Si pensi a Donne e Impresa 2026 della Regione Lazio, aperta fino al 10 giugno 2026, che sostiene PMI femminili, lavoratrici autonome, imprese individuali femminili e società con prevalente partecipazione femminile finanziando progetti di sviluppo, ampliamento, ristrutturazione, ammodernamento e digitalizzazione. L’agevolazione consiste in un contributo a fondo perduto in regime de minimis fino a 100.000 euro per singola PMI femminile, con intensità compresa tra il 50% e il 70% dei costi ammissibili.

Oppure NIDI – Nuove Iniziative d’Impresa della Regione Puglia, che sostiene l’avvio di microimprese e studi professionali da parte di soggetti con difficoltà di accesso al lavoro, includendo in modo esplicito le imprese femminili. Per queste ultime NIDI prevede una copertura fino al 100% degli investimenti compresi tra 10.000 e 100.000 euro: il 50% come contributo a fondo perduto, il 25% come prestito a tasso zero e il restante 25% come assistenza rimborsabile, che può essere abbuonata al rispetto degli obblighi previsti.

Una misura invece quantitativamente più vicina a Brava Innovation Hub è stata la Misura 64 del Dipartimento del Tesoro (conclusasi il 31 marzo), che sosteneva startup a conduzione femminile costituite e costituende con contributi fino a 50.000 euro e un percorso di validazione fino a sei mesi. Il suo obiettivo era accompagnare soluzioni (anche embrionali) verso una prova concreta, soprattutto negli ambiti dell’innovazione tecnologica, della cybersicurezza, dell’analisi economico-finanziaria, della gestione documentale e dei processi della Pubblica Amministrazione. Con una dotazione di 700.000 euro il numero teorico dei progetti finanziabili arrivava a 14.

Siamo veramente attenti all’imprenditoria femminile?

I dati sui bandi dichiaratamente rivolti all’imprenditoria femminile, ad oggi, mostrano un quadro molto più debole di quanto la comunicazione pubblica lasci intendere. Le misure rilevanti sono poche e, considerando solo le dotazioni chiaramente quantificabili e riservate, si arriva a poco più di 4,2 milioni di euro, una cifra molto ridotta rispetto alla dimensione del fenomeno. In Italia, come si è detto, le imprese femminili sono circa 1,3 milioni, pari al 22% del totale. Calcolatrice alla mano le risorse valgono poco più di 3 euro per impresa femminile.

Un altro semplice confronto, questa volta con le misure generaliste, rende il divario ancora più evidente: il solo pacchetto nazionale per l’autoimpiego vale 800 milioni di euro. Se il 22% delle imprese italiane è femminile, una quota proporzionale teorica equivarrebbe a circa 176 milioni. Le risorse femminili oggi esplicitamente aperte e quantificabili rappresentano invece circa il 2,4% di quella quota teorica, oppure appena lo 0,5% del pacchetto nazionale da 800 milioni.

Più che una politica industriale femminile il sistema sembra offrire una somma di interventi selettivi e territoriali, ma nettamente insufficienti a riequilibrare il divario di accesso a capitale, investimenti e crescita2.

Eppure è una storia che viene da lontano

La nota che stona, rispetto ai dati appena richiamati, è che l’imprenditoria femminile esiste da secoli, anche quando non veniva riconosciuta come tale. Si pensi a Vittoria Farnese3, duchessa di Urbino nel Cinquecento, figura proto-imprenditoriale capace di agire dentro un sistema produttivo complesso sostenendo e valorizzando quella filiera di botteghe, maestranze e manifatture artistiche che rese celebri le maioliche del Ducato di Urbino. La sua azione significò orientamento del gusto, costruzione di una reputazione territoriale, promozione di un sapere artigiano destinato a diventare valore economico.

Da Vittoria Farnese in poi la storia italiana mostra molte donne capaci di trasformare intuizione, patrimonio, competenza e visione in impresa. Luisa Spagnoli4, nata a Perugia nel 1877 e scomparsa nel 1935, contribuì nel settore alimentare alla crescita della Perugina e legò il proprio nome all’invenzione del Bacio. Fu un esempio di recupero produttivo: intuì che l’utilizzo dei frammenti di nocciole e cioccolato poteva dare vita a un nuovo prodotto. Ma la sua visione non si fermò all’alimentare: negli anni successivi avviò un’impresa nel campo della moda partendo dall’allevamento dei conigli d’angora e dalla lavorazione del loro pelo, trasformando un materiale naturale in maglieria di pregio. Alla capacità di prodotto unì una forte attenzione sociale: asili per i figli delle operaie, forme di assistenza, cura delle condizioni di lavoro.

O ancora Wanda Miletti5, poi Ferragamo, nata nel 1921 e scomparsa nel 2018, che dopo la morte di Salvatore Ferragamo nel 1960 assunse la guida dell’azienda. Fu capace di trasformare l’eredità del marito in una maison internazionale consolidando l’identità del marchio, allargando progressivamente l’offerta oltre la calzatura e aprendo al prêt-à-porter, agli accessori, alla seta e al total look.

Miuccia Bianchi, poi Prada

Altro esempio eccellente è Miuccia Bianchi6, poi Prada, nata nel 1949. Seppe trasformare l’azienda fondata dal nonno Mario nel 1913 in una delle più influenti case di moda del mondo. La sua formazione, lontana dall’idea tradizionale della stilista (laurea in Scienze politiche, esperienza teatrale al Piccolo Teatro, forte impronta intellettuale) entra direttamente nel linguaggio del marchio ridefinendo l’estetica del lusso. La svolta arriva con l’uso del nylon tecnico, materiale povero rispetto ai codici classici della pelletteria, trasformato con lo zainetto Vela in oggetto di desiderio globale. Poi il prêt-à-porter, i negozi internazionali, il dialogo con l’arte e l’architettura, la Fondazione Prada, fino alla quotazione del gruppo in Borsa nel 2011. La sua grande intuizione imprenditoriale è stata rendere il pensiero una forma di lusso.

Sarebbero da citare anche molte altre imprendtrici (ad esempio Diana Bracco7), ma il quadro confermerebbe solo la medesima osservazione: le donne italiane hanno sempre prodotto valore economico, innovazione e organizzazione, ma troppo spesso la loro azione è stata semplificata in abilità privata, intuito, cura, eredità familiare o semplice capacità amministrativa.

E quindi siamo a Brava, ma brava perché?

Tornando all’oggetto di questo articolo, la misura Brava Innovation Hub c’è un ulteriore elemento critico che fa sorridere (amaramente) e insieme riflettere: il nome. Nelle intenzioni vuole sicuramente evocare competenza, merito, capacità. Tuttavia, per chi ha ormai qualche anno sulle spalle, evoca lo storico jingle degli anni Settanta del lievito Bertolini8, approdata in televisione con Carosello9, che aveva appunto come ritornello: “Brava brava Mariarosa, ogni cosa sai far tu”. Senza dimenticare la pubblicità dei sofficini Findus10 con il ritornello “brava” alla casalinga modello. O la pubblicità di Oviesse11 anni ’80 con lo scontrino parlante che diceva “brava” ad ogni acquisto della mamma e moglie di turno. O il tormentone fine anni ’90 “Brava Giovanna, brava” della pubblicità Fernovus-Saratoga12, da cui un dimenticabilissimo sequel13.

La questione è che non dovremmo più essere una società che dà l’approvazione (il “brava”) alla donna perché assume il ruolo che ci si aspetta. Sia esso la pasticcera bambina che dice cosa dovrà fare da grande, o la casalinga che cucina, o la mamma e moglie che compra i vestiti, o la figura sessualizzata che dipinge un’inferriata.

L’aggettivo “brava” oggi conserva un’ambiguità che rischia di ricondurre l’imprenditoria femminile dentro una grammatica premiale, paternalistica e anacronistica.

Le imprenditrici non devono essere chiamate “brave”, devono essere riconosciute come soggetti economici pienamente titolati ad accedere a credito, investimenti, reti e politiche industriali.

E la storia insegna, come abbiamo visto, che questa non è solo una bella frase.

  1. Nasce una nuova rubrica in Acta non verba: La domenica di Acta. A cura di Alessandro Canzian (con Miriam Masone e Marco Bartolelli) sarà uno spazio settimanale dedicato alla lettura del contemporaneo attraverso la cultura: opinioni, libri, percorsi di lettura, voci, questioni e attraversamenti. Nasce per osservare l’attualità da una prospettiva più ampia, meno immediata e più interpretativa, per provare a capire non solo che cosa accade ma anche da dove viene, in che contesto succede, che cosa significa. ↩︎
  2. Per un approfondimento ulteriore si legga Imprenditoria femminile: Il problema di fondo delle linee di credito di Roberta Morosini, su Acta non Verba. Morosini cura la rubrica, su Acta, Carta Rosa, specifica per il settore. ↩︎
  3. Vittoria Farnese, la prima donna “imprenditrice” italiana, su Huffington Post ↩︎
  4. Luisa Spagnoli, una storia di successo, su Perugina ↩︎
  5. La storia di Wanda Ferragamo, la donna che si è immaginata manager negli anni ‘60, su Elle ↩︎
  6. Miuccia Prada: la signora della moda, su Life and People Magazine ↩︎
  7. Diana Bracco, una vita per l’innovazione, l’arte, i diritti: “La cultura? È lo strumento più potente per promuovere la pace e la tolleranza”, su Artuu.it ↩︎
  8. Spot – LIEVITO BERTOLINI “Brava Brava MariaRosa” – 1977 ↩︎
  9. Carosello, da Wikipedia ↩︎
  10. Spot – Findus – Sofficini – Fantasia nel secondo (1979) ↩︎
  11. OVIESSE (OVS) (1985) Spot Anni 80 ↩︎
  12. Spot – Fernovus SARATOGA “Brava GIOVANNA, Brava” – 2005 ↩︎
  13. Brava Giovanna: il sequel ↩︎

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