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Quando la sostenibilità diventa misurabile

Gianmarco Malgieri

Gianmarco Malgieri

Laureato in Economia Aziendale e specializzazione in Economia, Management e Sostenibilità presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa. In Sef consulting è consulente in sostenibilità e finanza ESG, alla guida di progetti CSRD/ESRS, doppia materialità, carbon & water footprint e strumenti di finanza sostenibile con focus su filiere agroalimentari e vino.
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Perché l’affidabilità del dato ESG è un asset economico

Negli ultimi anni la sostenibilità è entrata stabilmente nel linguaggio delle imprese. Se ne parla nei piani industriali, nei bilanci, nelle presentazioni agli investitori, nei bandi pubblici, nelle richieste delle banche e nelle catene di fornitura. Eppure, proprio perché il tema è diventato così diffuso, il rischio è che venga trattato ancora come un insieme di dichiarazioni di principio: valori condivisibili, obiettivi ambiziosi, impegni comunicati al mercato, ma non sempre supportati da evidenze solide.

Oggi il vero salto di qualità non sta più solo nel dire di essere sostenibili, ma nel dimostrarlo in modo credibile, misurabile e verificabile. La sostenibilità sta infatti uscendo dalla sola dimensione reputazionale per entrare in quella economica, finanziaria e gestionale.

 Il dato ESG non è un semplice numero da inserire in un report: è una leva strategica per prendere decisioni migliori, accedere a risorse finanziarie, dialogare con banche e investitori, partecipare a filiere qualificate e ridurre il rischio di greenwashing.

Dal racconto alla prova

Per molto tempo la sostenibilità aziendale è stata raccontata soprattutto attraverso iniziative come l’installazione di impianti fotovoltaici, riduzione della plastica, welfare interno, certificazioni, progetti sociali, compensazioni ambientali. Tutte azioni potenzialmente utili, ma non sempre sufficienti a rappresentare l’effettiva capacità dell’impresa di generare valore sostenibile.

Oggi il mercato chiede qualcosa in più, non solo cosa è stato fatto, ma quanto ha inciso, come è stato misurato, con quale metodo, su quale perimetro e con quali responsabilità. Un dato ESG affidabile non è semplicemente un dato positivo, è un dato tracciabile, coerente, aggiornabile, confrontabile e collegato a processi reali. Significa sapere da dove proviene l’informazione, chi la produce, con quale frequenza viene raccolta, quali controlli vengono effettuati e come viene utilizzata nelle decisioni aziendali.

Questo vale per le emissioni di CO2, per i consumi energetici, per la gestione dei rifiuti, per la sicurezza sul lavoro, per la composizione della forza lavoro, per la governance e per la catena di fornitura. Senza dati solidi, la sostenibilità resta fragile. Con dati solidi, invece, diventa uno strumento di governo dell’impresa.

Il dato ESG come infrastruttura decisionale

Nelle aziende noto spesso che il tema ESG viene ancora percepito come un adempimento esterno: qualcosa che serve per rispondere a un questionario, compilare una sezione di un bilancio, soddisfare una richiesta di un cliente o partecipare a un bando. In realtà, se ben gestito, il dato ESG può diventare un’infrastruttura decisionale interna.

Un’impresa che misura correttamente i propri consumi energetici non sta solo raccogliendo informazioni per un report: sta individuando inefficienze, sprechi, aree di investimento e possibili risparmi. Un’azienda che monitora la sicurezza sul lavoro non sta solo adempiendo a un obbligo: sta proteggendo continuità operativa, produttività e capitale umano. Una realtà che conosce meglio la propria catena di fornitura non sta solo rispondendo a una richiesta documentale: sta riducendo rischi reputazionali, logistici e regolatori.

La qualità del dato, quindi, non riguarda soltanto la funzione sustainability. Coinvolge amministrazione, finanza, acquisti, produzione, risorse umane, qualità, controllo di gestione e direzione generale. È un tema trasversale perché trasversali sono gli impatti ESG sull’impresa.

Tre ambiti in cui l’affidabilità del dato crea valore

Il primo ambito è l’accesso al credito e al capitale. Banche e istituzioni finanziarie stanno integrando sempre di più i rischi ESG nei propri processi di valutazione. Le linee guida EBA sulla gestione dei rischi ESG, applicabili dall’11 gennaio 2026 per gli intermediari maggiori e dal 2027 per quelli più piccoli e non complessi, rafforzano questa direzione: identificare, misurare, gestire e monitorare tali rischi diventa parte della valutazione della resilienza degli intermediari e, indirettamente, anche delle imprese finanziate.

Questo significa che le aziende capaci di fornire dati ESG ordinati e credibili possono presentarsi meglio nel dialogo con il sistema bancario. Non perché la sostenibilità sostituisca i fondamentali economico-finanziari, ma perché li integra. Marginalità, solidità patrimoniale e flussi di cassa restano centrali, ma sempre più spesso vengono letti insieme alla capacità dell’impresa di gestire rischi climatici, energetici, sociali e di governance.

Il secondo ambito è la filiera. Molte PMI, anche quando non sono direttamente obbligate alla rendicontazione di sostenibilità, ricevono richieste ESG da clienti più grandi, multinazionali o capofiliera. Il punto non è più soltanto essere conformi, ma essere in grado di rimanere fornitori qualificati in catene del valore sempre più attente alla tracciabilità.

Il terzo ambito, molto vicino alla finanza agevolata, riguarda incentivi, bandi e strumenti pubblici. Sempre più misure richiedono elementi di coerenza ambientale, rispetto del principio DNSH, indicatori di impatto, rendicontazioni tecniche, obiettivi misurabili e documentazione a supporto. In questo contesto, disporre di dati ESG affidabili non è utile solo in fase di candidatura, ma anche nella gestione successiva del progetto: monitoraggio, avanzamento, controlli, audit e mantenimento dei requisiti.

Il dato ESG pesa sul costo del capitale

La qualità del dato ESG produce effetti economici misurabili e non è più soltanto un’ipotesi. Uno studio MSCI del 2024, condotto su oltre 4.300 emittenti lungo un arco di quasi dieci anni, ha evidenziato una correlazione significativa tra resilienza ai rischi di sostenibilità e costo del capitale: le imprese collocate nel quintile migliore hanno sostenuto un costo medio di finanziamento inferiore rispetto a quelle nel quintile più debole. Risultati coerenti emergono anche da ricerche sulle società S&P 500, che collegano punteggi ESG più elevati a un minore costo del debito.

Il dato viene confermato anche dal lato della domanda finanziaria: secondo survey internazionali rivolte agli investitori istituzionali, i fattori ESG sono ormai considerati una componente essenziale delle decisioni di investimento da una quota molto rilevante del mercato. Per le PMI italiane il meccanismo di trasmissione è diretto: un’impresa che dispone di dati strutturati e verificabili si presenta al sistema bancario con un profilo di rischio più leggibile; un’impresa che non ne dispone viene percepita, a parità di fondamentali, come più opaca.

Affidabile non significa perfetto

Uno degli errori più frequenti è pensare che un’azienda debba avere fin da subito un sistema ESG perfetto. Questo approccio rischia di bloccare soprattutto le PMI, che spesso non dispongono di strutture dedicate o software avanzati. Ma l’affidabilità del dato non nasce necessariamente dalla complessità dello strumento; nasce dalla serietà del metodo.

Significa partire da un perimetro chiaro: cosa misuro, perché lo misuro, su quali processi aziendali e con quali responsabilità interne. Significa distinguere i dati stimati da quelli misurati direttamente, documentare le fonti, evitare calcoli improvvisati, aggiornare periodicamente le informazioni e costruire una base dati progressivamente più solida.

In altre parole, il dato ESG affidabile è il risultato di un percorso. All’inizio può essere semplice, ma deve essere coerente. Può non coprire tutto, ma deve essere trasparente. Può migliorare nel tempo, ma non deve essere costruito solo per fare bella figura.

Il rischio del dato debole

Quando i dati ESG sono fragili, incompleti o non verificabili, l’impresa si espone a tre rischi principali. Il primo è reputazionale: dichiarazioni ambientali o sociali non supportate da evidenze possono generare accuse di greenwashing, con effetti negativi sulla credibilità aziendale. In un mercato sempre più attento, la comunicazione sostenibile deve poggiare su basi verificabili.

Il secondo è gestionale. Se i dati sono imprecisi, anche le decisioni lo saranno. Un’impresa che non conosce bene i propri consumi energetici potrebbe investire in interventi non prioritari. Un’azienda che non mappa correttamente i fornitori potrebbe sottovalutare rischi di continuità o conformità. Un’organizzazione che non misura indicatori sociali rilevanti potrebbe non intercettare criticità interne fino a quando diventano problemi operativi.

Il terzo è la perdita di opportunità. Bandi, rating, gare, finanziamenti, partnership e rapporti di filiera richiedono sempre più spesso informazioni strutturate. Chi non è in grado di produrle rapidamente parte svantaggiato, anche quando ha progetti validi.

Greenwashing: il rischio diventa giuridico

Il greenwashing non è più solo un rischio comunicativo, ma un’esposizione concreta anche sul piano giuridico. Il D.Lgs. 30/2026, che recepisce la Direttiva (UE) 2024/825, rafforza il perimetro delle pratiche commerciali sleali legate alla sostenibilità, infatti, dal 27 settembre 2026 le dichiarazioni ambientali generiche, non dimostrate o costruite su evidenze parziali potranno generare conseguenze sanzionatorie rilevanti, fino a 10 milioni di euro o al 4% del fatturato annuo nei casi più gravi.

Il segnale è chiaro anche dalle prime iniziative delle autorità e dal comportamento dei consumatori: claim ambientali poco fondati vengono contestati con crescente attenzione, mentre la fiducia verso la comunicazione green delle imprese è sempre più selettiva. Per questo, il dato debole non è più soltanto un problema di reporting: può diventare causa di contestazioni, perdita di reputazione, esclusione da opportunità commerciali e difficoltà nel rapporto con banche e clienti.

A questo si aggiunge il principio DNSH, Do No Significant Harm, vincolante per gli interventi finanziati dal PNRR e collegato ai sei obiettivi ambientali della Tassonomia europea. In termini operativi, rispettare il DNSH significa disporre di documentazione in fase di candidatura, monitoraggio in esecuzione e verifiche in fase di audit. Anche qui, il dato ESG non è un allegato formale: è ciò che consente di presidiare l’intero ciclo di vita del progetto finanziato.

Dalla compliance al vantaggio competitivo

Il quadro normativo europeo resta in evoluzione. Il Pacchetto Omnibus I, presentato dalla Commissione europea il 26 febbraio 2025, e la successiva Direttiva (UE) 2025/794 hanno rinviato di due anni alcuni obblighi CSRD per le grandi imprese non ancora soggette e per le PMI quotate. In Italia, la Legge 118/2025 ha recepito questo slittamento: le grandi imprese interessate avvieranno la rendicontazione dall’esercizio 2027, mentre le PMI quotate dal 2028.

Tuttavia, sarebbe un errore leggere il rinvio come una sospensione del tema ESG. Mentre la rendicontazione viene differita per alcune categorie di imprese, la pressione creditizia e di mercato accelera. Le banche sono chiamate a integrare i rischi ESG nell’istruttoria creditizia, valutando la capacità dell’impresa di adattarsi alla transizione ecologica, la solidità dei piani di transizione e l’esposizione a rischi fisici, di filiera e di governance.

Per le PMI non quotate, lo standard volontario VSME elaborato da EFRAG rappresenta un riferimento pratico per costruire un set minimo di indicatori ESG utilizzabile nel dialogo con banche, clienti e capofiliera. Per questo motivo, le imprese più lungimiranti non dovrebbero chiedersi soltanto se sono obbligate a rendicontare, ma quali dati servono per essere più competitive, credibili e finanziabili. La compliance guarda al minimo necessario; il vantaggio competitivo guarda alla capacità di usare il dato per orientare scelte industriali, investimenti, innovazione e posizionamento.

Una nuova cultura del dato ESG

Rendere la sostenibilità misurabile richiede anche un cambiamento culturale. Non basta acquistare una piattaforma o compilare un questionario. Serve costruire una governance del dato: responsabilità chiare, processi interni, controlli, formazione e dialogo tra funzioni aziendali.

Il dato ESG non può essere raccolto all’ultimo momento, magari in modo frettoloso quando arriva una richiesta esterna. Deve diventare parte della normale gestione d’impresa, come accade per i dati economici, produttivi e commerciali. Questo non significa burocratizzare l’azienda, ma renderla più consapevole: una buona misurazione aiuta a capire dove intervenire, quali investimenti hanno ritorni concreti, quali rischi stanno aumentando e quali opportunità possono essere colte.

Misurare per generare fiducia

La sostenibilità non può più vivere solo di intenzioni. Le intenzioni restano importanti, perché indicano una direzione, ma il mercato oggi chiede prove. E le prove passano dai dati.

Un dato ESG affidabile genera fiducia perché rende l’impresa più trasparente verso l’esterno e più lucida al proprio interno. Aiuta a dialogare con banche, clienti, investitori e istituzioni. Supporta l’accesso alla finanza agevolata. Riduce il rischio di comunicazioni deboli o non dimostrabili. Permette di trasformare la sostenibilità da costo percepito a leva di efficienza, innovazione e competitività.

In fondo, misurare la sostenibilità non significa ridurla a un esercizio numerico. Significa darle sostanza. Significa passare da una sostenibilità raccontata a una sostenibilità governata. Ed è proprio qui che si gioca la differenza tra chi subirà l’evoluzione ESG come un ulteriore adempimento e chi saprà trasformarla in un asset economico: nella capacità di costruire dati affidabili, leggerli con intelligenza e usarli per prendere decisioni migliori.

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