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ZeroPerCento, la bottega etica al femminile

ZeroPerCento

Grazie al successo ottenuto in numerosi bandi, la bottega milanese offre un’opportunità di crescita per lavoratori svantaggiati che possono diventare risorse preziose per le aziende.

 

di Marianna Iacoviello

 

L’idea iniziale era quella di un punto vendita per prodotti biologici e a km 0 con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento sul territorio per consentire a giovani, disabili e disoccupati da più di sei mesi di acquisire esperienze e competenze per poi ricollocarsi nel mondo del lavoro. Un modello virtuoso che durante il lockdown si è affermato sempre di più con l’apertura di un’altra bottega e la diffusione del canale e-commerce e del servizio B2B personalizzato. Da qui è nata ZeroPerCento, la bottega solidale presente nei quartieri Niguarda e Sarpi che vende cibi sani e genuini. Le due botteghe sono il frutto di un lavoro sinergico di tutto il team che ha fin da subito messo in discussione la propria idea adattandosi al contesto e seguendo percorsi di accompagnamento imprenditoriale, partecipando a bandi e facendosi supportare da diverse Fondazioni, come ci spiega la fondatrice Teresa Scorza, presidentessa della cooperativa sociale Namastè, da cui tutto è nato.

 

Che cosa significa per voi portare avanti un progetto di reinserimento lavorativo in una bottega con prezzi calmierati in questo momento storico così delicato dal punto di vista della sostenibilità economica per gli enti del Terzo settore?

«Sicuramente siamo una piccola realtà con risorse limitate ma ci siamo impegnate riadattando il nostro business in modo da garantire la spesa agevolata a famiglie con bisogni speciali. Abbiamo creato dei progetti ad hoc e cercato di attivare una comunità intorno al tema chiedendo sostegno a fondazioni, imprese e soggetti privati continuando parallelamente con la promozione della bottega di quartiere e la vendita di prodotti genuini a prezzi standard. Le restrizioni ci hanno spinto a differenziare e provare altri canali di vendita come l’online e nuovi servizi soprattutto alle aziende quali il catering e le consegne personalizzate. Tutto questo però senza mai perdere di vista l’obiettivo sociale che è quello di essere una vera e propria “palestra” per soggetti con disabilità intellettiva che riescono a ricollocarsi sul mercato del lavoro grazie all’esperienza diretta di 6, 9 mesi nei nostri punti vendita. Abbiamo creato una rete con centri per l’impiego, agenzie interinali e altre cooperative che ci ha permesso di crescere in termini di impatto sociale».

 

Come avete trovato inizialmente le risorse per avviare il progetto e in che modo ha inciso il percorso di accelerazione con la Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore nella vostra attività?

«Abbiamo iniziato con un crowdfunding che è andato discretamente bene nonostante non avessimo esperienza e ci ha permesso di avere una disponibilità economica per poter avviare la cooperativa. Il nostro principale problema era la sede e quindi abbiamo partecipato a un bando del Comune di Milano per l’assegnazione di uno spazio in comodato d’uso gratuito in zona Niguarda. Grazie a questo abbiamo potuto definire il target e concretizzare la proposta a vari finanziatori. I primi che hanno creduto in noi, e che continuano ancora oggi, sono stati la Fondazione Cattolica Assicurazioni. Abbiamo partecipato a un bando annuale per la raccolta di idee e siamo riusciti a ottenere un finanziamento per l’acquisto di attrezzature e far partire il progetto in un contesto difficile e popolare. Sono stati poi i cittadini a darci fiducia e a far diventare ZeroPerCento una bottega che conta oggi 150 produttori, un’ampia gamma di prodotti anche per la casa e la cosmesi, e che ha raddoppiato le posizioni lavorative grazie a un nuovo punto vendita in zona Sarpi. Il percorso d’incubazione di Get it! con la Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore ci ha permesso di ricevere un investimento e di essere seguiti gratuitamente da diversi mentor che ci hanno aiutato a vedere i problemi e differenziare il modello di business iniziale. Questo ci ha consentito di ampliare l’impatto sociale in quanto, grazie al raddoppio dei servizi, siamo riuscite a raggiungere anche i 30 inserimenti lavorativi all’anno. Abbiamo creato una nuova rete, ci siamo maggiormente concentrate sui numeri e soprattutto abbiamo ricevuto pareri da esperti e professionisti. A seguire c’è stata una reazione a catena e, tramite la Fondazione De Agostini e Restart Italia, abbiamo ricevuto un ulteriore sostegno specifico per le imprese femminili».

 

Avete vinto negli ultimi anni diversi bandi proposti da fondazioni quali “Welfare che impresa!” e “Che impresa per le donne!”, tutti rivolti all’imprenditoria femminile e alle imprese sociali. Quali sono stati secondo voi gli elementi premiali dei vostri progetti e cosa consigliereste a chi vorrebbe approcciarsi a questo tipo di bandi?

«A mio avviso è importante la concretezza del progetto e avere un’idea chiara di cosa si sta facendo. Quando presentiamo la nostra proposta entriamo molto nel dettaglio delle specifiche attività e chiediamo in maniera diretta cercando di illustrare al meglio i risultati che vogliamo raggiungere e l’impatto che vogliamo generare. Per fortuna abbiamo una storia di successi raggiunti in sette anni di attività che adesso ci aiuta nella narrazione e ci dà credibilità. Potrebbe essere utile cercare prima di intraprendere un percorso di accelerazione e farsi aiutare da professionisti per capovolgere la propria idea e non innamorarsi follemente senza concedersi la possibilità di cambiare punto di vista. Oltre alla dedizione e alla passione costante, consiglio di non perdere mai di vista la propria mission ma allo stesso tempo di essere aperti a ricevere consigli da chi è più esperto. Bisogna inoltre cercare di capire al meglio il contesto, progettare in maniera lineare, essere pronti a ricevere dei no e imparare a riflettere sugli stessi continuando a credere fortemente nelle proprie capacità».

 

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