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Tra Trump e Bruxelles

Errico Formichella

Errico Formichella

Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Federico II, con oltre vent’anni di esperienza nella consulenza a imprese ed enti pubblici, in ambito finanziario e di internazionalizzazione. Founder e CEO di SEF Consulting e direttore editoriale di Acta Non Verba. Specializzato in strategie aziendali, innovazione organizzativa e trasformazione digitale. Con solida visione strategica e competenze in project management, guida processi complessi di crescita e cambiamento, credendo nel capitale umano come leva di sviluppo competitivo e sostenibile.
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La sostenibilità d’impresa alla prova della divergenza transatlantica e semantica.

L’America smonta l’architettura ESG, l’Europa la semplifica con l’Omnibus. Ma in entrambi i casi la forma cambia più della sostanza. Per il decisore d’impresa italiano, capire dove sta andando ciascuno dei due mondi è la condizione per scegliere come posizionarsi.

Pochi giorni prima dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, BlackRock si è ritirata silenziosamente dalla Net Zero Asset Managers Initiative, la coalizione climatica promossa dalle Nazioni Unite a cui aveva aderito quattro anni prima. Nessun comunicato, nessuna spiegazione: solo una pagina rimossa dal sito. La mossa chiudeva un percorso iniziato pubblicamente nel giugno 2023, quando ad Aspen Larry Fink – fino a quel momento il più influente paladino dell’investimento sostenibile a Wall Street – aveva dichiarato di «vergognarsi» di partecipare al dibattito su ESG, ormai diventato, a suo dire, troppo «weaponized» per essere usato come categoria di analisi finanziaria.

L’episodio non è isolato. Dal 2021 sono stati introdotti 482 disegni di legge anti-ESG in 42 Stati americani, ventuno Stati ne hanno trasformati cinquantadue in legge. Solo nel 2025, in dieci Stati a guida repubblicana sono stati promulgati undici nuovi provvedimenti che limitano la possibilità per i fondi pensione pubblici di considerare fattori ambientali e sociali nelle decisioni di investimento. Sul piano giudiziario, a novembre 2024 il procuratore generale del Texas Ken Paxton, insieme ad altri dieci Stati, ha citato in giudizio BlackRock, Vanguard e State Street accusandoli di aver formato un cartello per truccare il mercato del carbone attraverso le adesioni alle coalizioni climatiche. Il caso, sopravvissuto in agosto 2025 alla mozione di archiviazione, è oggi sostenuto dal Dipartimento di Giustizia e dalla Federal Trade Commission dell’amministrazione Trump.

Sarebbe sbagliato, però, leggere tutto questo come una storia americana. Il pacchetto Omnibus approvato dall’Unione Europea tra dicembre 2025 e febbraio 2026 ha portato fuori dal perimetro della Corporate Sustainability Reporting Directive circa l’ottanta per cento delle imprese inizialmente coinvolte, ha cancellato l’obbligo di adottare un piano di transizione climatica previsto dalla Corporate Sustainability Due Diligence Directive e ha alleggerito sostanzialmente l’effetto a cascata sui fornitori. La pressione anti-ESG ha attraversato l’Atlantico non con la stessa retorica, non con la stessa intensità, ma con effetti concreti che i decisori d’impresa italiani devono capire prima di interpretare.

Cosa c’è di vero nelle critiche

Liquidare il movimento anti-ESG come una manovra di lobby fossile o come folclore della guerra culturale americana sarebbe un errore di analisi. Tre critiche meritano di essere prese sul serio.

La prima riguarda l’incoerenza dei rating ESG. Lo studio del MIT Sloan firmato da Berg, Kölbel e Rigobon ha documentato che la stessa azienda riceve giudizi radicalmente divergenti da agenzie diverse: la correlazione media tra fornitori si attesta a 0,54 contro valori superiori a 0,99 dei rating creditizi tradizionali. Significa che un investitore istituzionale che voglia costruire un portafoglio sostenibile ottiene risultati molto diversi a seconda del fornitore di dati che sceglie, e che un’impresa virtuosa secondo un metro può apparire mediocre secondo un altro. L’accusa anti-ESG di arbitrarietà metodologica ha fondamento.

La seconda critica investe i costi di compliance, in particolare per le mid-cap. La versione originale della CSRD imponeva oltre mille datapoint potenziali, processi di doppia materialità complessi, assurance esterna obbligatoria, value-chain reporting con effetto a cascata sui fornitori. Per un’impresa da cinquecento dipendenti il conto, tra consulenti esterni e ore interne, poteva superare facilmente le centinaia di migliaia di euro all’anno nei primi cicli. La Commissione stessa, nel motivare l’Omnibus, ha riconosciuto che il rapporto tra costi di adempimento e valore informativo prodotto era diventato, per una fascia significativa di imprese, sfavorevole.

Il terzo bersaglio è la retorica vuota. Negli anni della grande espansione il marchio ESG è stato applicato a prodotti finanziari, dichiarazioni aziendali e strategie di marketing che spesso non avevano alcun ancoraggio sostantivo. Le indagini delle autorità di vigilanza sui fondi etichettati come Article 9 hanno portato, tra il 2022 e il 2024, a una raffica di declassamenti volontari da parte degli stessi gestori, che hanno preferito ridiscendere la classificazione piuttosto che affrontare contestazioni di greenwashing. La sproporzione tra promesse e sostanza ha alimentato un riflusso di credibilità che il movimento anti-ESG ha sfruttato, ma non inventato.

Riconoscere questi tre punti è la condizione per capire dove finisce la critica fondata e dove inizia altro.

Perché la conclusione non regge

Concedere i bersagli legittimi non significa accettare la conclusione che il movimento ne ricava. Smontare l’architettura della rendicontazione di sostenibilità ignora tre forze materiali che operano indipendentemente dalla retorica regolatoria, su entrambi i lati dell’Atlantico.

La prima è il rischio climatico. Le perdite assicurate da eventi climatici estremi hanno superato per sei volte negli ultimi sette anni la soglia dei cento miliardi di dollari l’anno che nel 2024 hanno toccato i 145 miliardi. I principali riassicuratori hanno alzato i premi su scala globale per cinque anni consecutivi, e in alcuni mercati statunitensi le compagnie hanno smesso di sottoscrivere nuove polizze residenziali. Una governance d’impresa che non misuri l’esposizione fisica ai rischi climatici opera alla cieca, qualunque sia il colore politico dell’amministrazione in carica.

La seconda forza è la geografia del capitale. Il mercato globale dei capitali non è americano, è transatlantico e asiatico. I grandi investitori istituzionali europei e asiatici continuano a chiedere disclosure ambientali e sociali come condizione di ingresso nei portafogli. Per un’impresa italiana che cerca capitale al di fuori dei confini domestici, l’assenza di rendicontazione strutturata si traduce in un costo del capitale più alto o in un’esclusione netta dal mercato delle obbligazioni sostenibili.

La terza forza è la domanda dei mercati finali. Le grandi committenze industriali europee – automotive tedesco, retail francese, farmaceutico svizzero – hanno integrato richieste di dati ambientali nei propri capitolati ben prima di CSRD, e continueranno a farlo dopo l’Omnibus, perché rispondono a logiche di rischio reputazionale e di pressione del consumatore finale. Per una PMI italiana esportatrice, perdere la capacità di rispondere significa perdere ordini.

È a questo livello che il riflusso, americano ed europeo, mostra la propria natura. Negli Stati Uniti BlackRock cancella la parola ESG ma continua a investire in transizione energetica sotto altri nomi: resilience, transition finance, energy pragmatism. In Europa l’Omnibus restringe il perimetro CSRD ma preserva l’architettura della doppia materialità per chi resta in scope, e non tocca le richieste di mercato per chi ne esce. È una doppia divergenza: transatlantica nella forma, semantica nella sostanza.

L’Omnibus europeo: cosa cambia davvero

Il 26 febbraio 2025 la Commissione europea ha presentato il pacchetto Omnibus I, motivandolo con la necessità di alleggerire il carico amministrativo e rilanciare la competitività. La direttiva è entrata in vigore il 18 marzo 2026, gli Stati membri hanno dodici mesi per la trasposizione e la prima applicazione della CSRD rivista decorre dagli esercizi finanziari aperti dal primo gennaio 2027.

Il cambiamento sostanziale è nelle soglie. La CSRD si applica ora alle sole imprese con più di mille dipendenti e oltre quattrocentocinquanta milioni di euro di fatturato netto. La CSDDD sale a cinquemila dipendenti e un miliardo e mezzo di fatturato. Cade l’obbligo di adottare un piano di transizione climatica allineato all’Accordo di Parigi, per le imprese in scope rimane solo il dovere di disclosure se un piano esiste. Le PMI nelle catene del valore acquistano un diritto statutario a rifiutare richieste informative oltre lo standard volontario VSME.

L’effetto pratico è netto. Secondo le stime ricorrenti circa l’80% delle imprese inizialmente in scope esce dal perimetro CSRD. La motivazione ufficiale parla di semplificazione, non di marcia indietro ideologica. È una distinzione importante: l’architettura della doppia materialità è preservata, la revisione settoriale degli ESRS continua, la direzione di marcia europea, pur rallentata, non è invertita.

La lente d’impresa: vincoli, opportunità, errori

I vincoli che restano. Anche fuori dallo scope CSRD, le imprese italiane medio-grandi continuano a fare i conti con tre obblighi sostanziali: il rischio climatico che si traduce in premi assicurativi crescenti e stress sui finanziamenti bancari, dove l’EBA chiede comunque alle banche di valutare l’esposizione climatica del portafoglio crediti. Le richieste di dati delle grandi committenze europee che restano sui capitolati indipendentemente dall’Omnibus, le condizioni di accesso al capitale estero dove i grandi investitori istituzionali continuano a chiedere disclosure strutturata.

Le opportunità. La rendicontazione volontaria sullo standard VSME, pensato per le PMI, diventa uno strumento di posizionamento commerciale presso le grandi imprese clienti, a costi sostenibili. La distanza tra chi mantiene l’infrastruttura ESG e chi la smonta diventa, nei prossimi 2/3 anni, un fattore di differenziazione competitiva. La sostenibilità d’impresa, smettendo di essere un obbligo universale, ridiventa un investimento selettivo con un ritorno calcolabile.

Gli errori da evitare. Il primo è il via libera al disimpegno: smantellare le funzioni ESG interne, le strutture di raccolta dati, le competenze acquisite. Significa rinunciare a un asset che il mercato del capitale e la committenza torneranno a chiedere. Il secondo è il «tutto come prima»: continuare a rendicontare con la stessa intensità del 2024, sostenendo costi che non hanno più una giustificazione regolatoria proporzionata. La via realistica è la calibrazione consapevole ovvero mantenere l’architettura dei dati e la disciplina della doppia materialità, ridimensionare l’intensità di disclosure in linea con le nuove soglie, leggere la divergenza transatlantica come opportunità per chi opera in entrambi i mercati.

Per trent’anni le grandi superpotenze regolatorie hanno camminato in direzioni convergenti sul perimetro normativo del capitalismo. Oggi divergono nelle parole. Convergono, però, in un punto che vale la pena cogliere: nessuno dei due lati dell’Atlantico sta davvero smontando la sostanza della transizione. Gli americani cambiano il lessico mantenendo l’investimento, gli europei restringono la rendicontazione obbligatoria mantenendo l’architettura. Per le imprese italiane – abituate a navigare la complessità europea ma esposte alle filiere globali – riconoscere questa doppia ipocrisia produttiva non è un esercizio retorico, è la condizione per scegliere come posizionarsi.

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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