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Politiche attive del lavoro: a che punto siamo?

Il Pnrr sembra non cogliere le criticità di tenuta sociale che incombono sul nostro Paese, mentre da più parti si auspica una profonda riforma dell’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, ormai ritenuta inadatta al compito richiesto. Ne parliamo con Lucia Valente, giuslavorista e grande conoscitrice delle dinamiche del lavoro.

#FUORI DALLA CRISI#

di Alessandro Battaglia Parodi

 

In un momento così delicato per il mondo del lavoro si torna a parlare di riforma dell’Anpal e dei Centri per l’impiego. Si lamenta da più parti un grave scollamento tra l’Inps, con la sua importante attività di erogazione di ammortizzatori sociali, e l’Anpal, che dovrebbe parallelamente sostenere le politiche attive del lavoro, vale a dire promuovere l’incontro fra domanda e offerta di lavoro e accorciare drasticamente i periodi di disoccupazione.
Ne parliamo con Lucia Valente, docente ordinario di Diritto del Lavoro dell’Università La Sapienza di Roma, avvocato ed ex assessore al Lavoro della Regione Lazio.

 

Che cosa ha prodotto questo iato tra Anpal e Inps, e come si può intervenire per ridurlo?
«La distanza tra Anpal e Inps non è giustificata. Certo da un punto di vista formale si può dire che l’Inps ha la competenza sulle politiche passive e l’Anpal su quelle attive. Ma questa non è una risposta appagante: anche perché la condizionalità dei trattamenti di previdenza o assistenza senza l’Inps non può funzionare. Aggiungo che è assurdo che Inps e Anpal viaggino su binari paralleli che non s’incontrano mai, anche perché l’Inps ha personale e mezzi informatici che Anpal non ha. Questa separazione è dannosa soprattutto se teniamo conto che parliamo di enti vigilati dal ministro del Lavoro che potrebbe dare degli indirizzi specifici volti a fare in modo che le politiche attive funzionino per davvero».

 

In un mondo ormai digitalizzato e automatizzato stona un po’ l’atmosfera burocratica e pachidermica che si respira nelle stanze dei Centri per l’impiego. E dal momento che i cambiamenti si attivano sempre partendo da casi concreti, ci sono esempi nel panorama europeo che potremmo mutuare anche da noi?
«È bene tenere a mente che dal mese di giugno 2018, eccezion fatta per la Lombardia, i CpI sono di competenza regionale. Perciò se non funzionano è perché manca la volontà politica di mettere a sistema una macchina amministrativa territoriale efficiente. Per far questo è necessario che la politica (leggi l’assessorato al lavoro) dia obiettivi di performance chiari e misurabili al direttore del dipartimento che gestisce i CpI e che siano finalmente informatizzati tutti i passaggi amministrativi con conseguente alleggerimento del carico del front e del back office. Inoltre è necessario dotarsi di sedi efficienti e facilmente raggiungibili dai cittadini che non sono in grado di usare i servizi telematici. Un esperimento in tal senso lo sta facendo la città metropolitana di Milano, con Afol, che potrebbe diventare il modello benchmark dei CpI regionali».

 

Il prolungamento del blocco dei licenziamenti viene in questi giorni auspicato da più parti. È un tema spinoso e delicatissimo. Alcuni però pensano che mantenere artificialmente in vita le imprese destinate comunque a morire allontani i lavoratori dalla possibilità di trovare altre possibilità d’impiego. E soprattutto che li si incoraggi a non muoversi. Come se ne esce?
«Con coraggio e determinazione. E soprattutto facendo in modo che le parti sociali siano protagoniste di una nuova stagione di politiche attive che devono essere proposte a chi rischia di perdere il lavoro mentre il lavoratore è ancora in azienda. Penso per esempio al Fondo nuove competenze o all’Assegno di ricollocazione per i percettori di Cassa integrazione guadagni straordinaria. L’accesso al mercato del lavoro per chi è stato per molti anni in un’azienda è difficilissimo: occorre avere competenze nuove ed essere informati su chi cerca lavoro. Il sindacato può svolgere un ruolo molto importante nell’accompagnamento al lavoro anche perché conosce i lavoratori e le imprese».

 

Le misure contenute nel Pnrr possono, a suo parere, incidere benevolmente sulle politiche attive del lavoro come anche sulla formazione?

«Rispondo dicendo che il Pnrr è assai timido con le politiche attive: è un lavoro di copia incolla di politiche già esistenti che non hanno ancora avuto attuazione, se non in parte. Si capisce che chi lo ha compilato ha letto le raccomandazioni del Consiglio europeo e ha scritto le misure necessarie, a suo parere, a darvi seguito. La politica non ha governato la stesura del programma della Missione 5 del Pnrr (Inclusione e coesione, ndr.) che, a dire il vero, rappresenta l’amara denuncia del basso livello in cui ci troviamo. Quando si leggono le parole “rafforzamento”, “promozione”, “potenziamento” si capisce che si lavora sull’esistente. Dico di più: nel Pnnr ci sono poche politiche per il lavoro e molte politiche sociali a riprova dello scadimento del ruolo del ministero del Lavoro sulle politiche del lavoro, ormai quasi esclusivo appannaggio delle Regioni».

 

Pensa che una maggiore cooperazione tra servizi pubblici e privati nell’assistenza intensiva a chi cerca un’occupazione, come nel caso dei Contratti di ricollocazione, potrà mai decollare? E quanto tempo occorrerà?
«Sicuramente la cooperazione pubblico-privato aiuta a migliorare i servizi, ma anche in questo caso bisogna sciogliere un nodo politico: a chi facciamo fare le politiche attive? Ai Centri per l’impiego o alle Agenzie per il lavoro? L’esperienza del passato ha dato prova che il sistema cooperativo può funzionare ma bisogna avere le idee chiare su chi fa cosa e come. Quanto al tempo necessario per vedere anche in Italia un sistema rodato di politiche attive, io penso che se il ministro del Lavoro non indica con precisione i livelli essenziali delle prestazioni da rendere ai cittadini (Lep, ndr) che devono essere continuamente aggiornati, e se non cambia la governance dell’Anpal e il ruolo delle Regioni che in essa devono essere rappresentate, saremo condannati a rimanere così ancora per molto tempo».

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