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Maturità 2026 al via: dal toto-tracce agli auguri di Acta

Alessandro Canzian

Alessandro Canzian

Editore da sempre impegnato attivamente nel mondo culturale. Consulente e progettista per Sef Consulting
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Più che un momento un rito, fondamentale non solo per i ragazzi ma per la società. Solo all’interno di questa interpretazione si può spiegare l’enorme attenzione che ogni anno si focalizza sull’Esame di Maturità, che questa settimana centinaia di migliaia di ragazzi di preparano ad affrontare.

Per molti anni l’esame conclusivo della scuola superiore è stato chiamato ufficialmente “Esame di Stato”, denominazione consolidata dalla riforma degli anni Novanta quando la legge del 10 dicembre 1997, n. 425, parlò di “esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore”. Quel nome voleva sottolineare il carattere pubblico, nazionale e certificativo della prova. Un passaggio regolato dallo Stato, con valore legale, all’interno di un preciso quadro normativo.

Da quest’anno la denominazione torna ufficialmente a essere “Esame di Maturità” nella chiara volontà di spostare l’attenzione dalla sola certificazione del percorso alla persona che ha attraversato quel percorso. Dal nome ai fatti, la nuova denominazione accompagna un impianto che valuta, oltre alle conoscenze e competenze, l’autonomia e la responsabilità acquisite.

Come si svolge

La Maturità 2026 partirà giovedì 18 giugno alle 8.30 con la prima prova scritta di italiano. Sarà una prova collettiva nazionale: secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito coinvolgerà 527.607 studenti e 13.989 commissioni distribuite tra licei, istituti tecnici e professionali. Le tracce nazionali saranno sette, uguali per tutti gli indirizzi, e i candidati avranno a disposizione fino a sei ore per completare l’elaborato. La struttura è nota: due analisi del testo, tre testi argomentativi e due temi di attualità. La prima prova resta dunque il luogo più simbolico dell’esame: sei ore davanti a un testo, ma soprattutto davanti alla propria capacità di scegliere una direzione.

La seconda prova, invece, entrerà nel merito dell’indirizzo di studi. Sarà diversa a seconda del percorso frequentato, anche a livello di impegno temporale. La durata è indicata nella traccia ministeriale e varia per indirizzo: nei licei classico, scientifico, linguistico e scienze umane la prova si svolge in una sola giornata, mentre il liceo artistico impegna per diciotto ore distribuite in tre giorni e il musicale e coreutico due giornate. Questa seconda prova servirà a verificare le competenze specifiche che ogni studente ha costruito nel proprio ambito.

La novità più rilevante riguarda però la prova orale. Il colloquio mantiene il punteggio massimo di 20 punti ma modifica la struttura, in linea con il cambio di denominazione: si apre con una breve riflessione del candidato sul proprio percorso scolastico e personale, prosegue con domande e approfondimenti sulle quattro discipline individuate per il colloquio, comprende la formazione scuola-lavoro, le competenze di educazione civica e la discussione delle prove scritte. È un orale più concentrato e meno dispersivo rispetto al passato, dentro una commissione più snella composta da cinque componenti, non più sette, così suddivisi: due commissari esterni, due interni, un presidente esterno che garantisce il presidio istituzionale e la regolarità della prova.

Non solo cosa hai imparato, ma chi sei diventato

C’è un dettaglio fondamentale che aiuta a capire meglio la direzione della nuova Maturità. La griglia dell’orale assegna fino a cinque punti al grado di maturazione personale dello studente. Questo è il cuore simbolico della riforma perché chiede di evolvere la parola maturità da termine a criterio. Essere maturi significa saper ragionare, saper riconoscere un errore, costruire collegamenti, valorizzare il proprio percorso tra fragilità e successi, significa spiegare ciò che si è fatto a scuola e fuori dalla scuola e perché lo si è fatto.

È un passaggio importante anche per l’educazione civica. In un’Italia che spesso ha offerto ai ragazzi esempi contraddittori tra scandali, propagande, clientelismi e scarsa cura del bene comune, si chiede a loro ciò che il mondo adulto non sempre è riuscito a realizzare. È un tentativo che vuole riportare la scuola al suo significato civile, cioè imparare a vivere in una società. L’esame diventa il momento in cui questo apprendimento viene reso visibile o, auspicabilmente, mostrerà le debolezze del percorso. È ancora vivo infatti il ricordo dell’anno scorso quando alcuni ragazzi si rifiutarono di sostenere l’orale, di fatto facendo scena muta, per protestare contro il sistema scolastico1. Proprio per questo è auspicabile che l’Esame di Maturità diventi un percorso di responsabilità e non solo un abbaglio conclusivo.

Cosa evitare: la paura

C’è un rischio da evitare: l’avere paura del cambiamento dell’Esame. In oltre un secolo la Maturità ha cambiato forma molte volte: è stata filtro severissimo, prova nazionale, esame riformato, semplificato durante le emergenze, poi riportato progressivamente alla normalità. La versione davvero più selettiva resta quella nata con la riforma Gentile del 1923: quattro prove scritte, orale sull’intero percorso e commissioni interamente esterne. Fu una maturità costruita come soglia rigida di accesso alla classe dirigente.

Anche i dati aiutano a ridimensionare l’ansia che ogni ragazzo prova di fronte all’Esame. Il vero scoglio non è quasi mai la commissione finale, ma l’ammissione: nel 2025 il 3,5% degli studenti di quinta non è stato ammesso alla Maturità, mentre i bocciati dopo l’esame sono stati appena lo 0,3%. Anche il mito dell’esame come macchina dei voti minimi va corretto: nella scorsa tornata il 4,9% dei diplomati è uscito con 60/100, mentre il 7,1% ha ottenuto 100 e il 2,8% 100 e lode.

L’Esame non è il luogo in cui si viene improvvisamente giudicati da zero ma l’ultimo atto di un cammino già discusso. Per questo l’ammissione conta molto. Da quel momento il compito del candidato non è sopravvivere ma confermare.

La cosa peggiore che può capitare non è non sapere tutto, ma smettere di parlare. Il silenzio assoluto, la resa immediata, il “non lo so” usato come chiusura comunicano più fragilità di una risposta parziale ma ragionata. Uno studente maturo non ha sempre la risposta pronta, ma di fronte a una domanda difficile prova a orientarsi. Può dire: “Non ricordo il dato preciso, ma posso ricostruire il contesto”. Può chiedere di riformulare. Può partire da ciò che sa e arrivare gradualmente al punto. L’orale va oltre la memoria, misura la capacità di relazionarsi a una domanda. Conta come si risponde, come si corregge un errore, come si costruisce un ragionamento. Un secondo di silenzio, se serve a pensare, è il segno di una mente che sta davvero lavorando.

La commissione

La commissione non è mai un tribunale ostile ma nemmeno un pubblico da sedurre con frasi fatte. Va guardata, ascoltata, coinvolta. Vanno evitate le formule difensive del tipo “questo non lo abbiamo fatto“, o “ce l’hanno spiegato male“. Anche quando una parte del programma è stata affrontata meno la responsabilità dell’esame chiede un’altra postura: provare a governare quello che si possiede. La maturità è questo: uscire dalla logica della giustificazione e assumere una parola propria.

Il Curriculum dello Studente, la formazione scuola-lavoro, le esperienze personali e scolastiche saranno l’ancora concreta del colloquio e il mezzo più diretto per dialogare con la Commissione. Raccontare un progetto, un’esperienza, un errore corretto, un interesse nato durante gli anni di scuola significa mostrare che il percorso non è stato solamente un sopravvivere alla scuola. La nuova Maturità chiede restituzione: cosa porto con me da questi anni? Cosa ho imparato di me? In che modo ciò che ho studiato può servirmi per abitare il mondo?

Il colloquio andrà preparato anche a partire dagli scritti. La commissione infatti potrà tornare sui passaggi eventualmente sbagliati di quella prova e la risposta migliore non sarà negare o minimizzare, ma spiegare dove si è sbagliato e perché.

Allo stesso modo le esperienze oltre le lezioni scolastiche non saranno considerate riempitivi. Sport, attività culturali, volontariato, formazione scuola-lavoro saranno per la Commissione materia viva del colloquio, se il candidato saprà raccontarle con onestà e intelligenza. Cosa hanno insegnato quelle esperienze? Responsabilità, relazione, fatica, collaborazione, limite?

Qualche suggerimento di fronte alla prima prova

Davanti alle sette tracce della prima prova il consiglio più sensato è di leggerle tutte prima di scegliere. Tutte, senza eccezioni. La traccia che sembra familiare al primo sguardo può poi rivelarsi più stretta, più insidiosa o meno adatta alle proprie conoscenze. Ogni parola della consegna ha un peso: bisogna capire che cosa viene davvero chiesto, quale posizione si può sostenere, quali argomenti sono disponibili.

Una buona prima prova nasce prima della scrittura. Serve prima la lettura della consegna, la scaletta, la scelta di una tesi, l’ordine degli argomenti. È necessario far sì che chi legge possa seguire il pensiero senza perdersi. La rilettura finale è infine fondamentale perché errori, ripetizioni, frasi sospese e passaggi confusi si vedono. Curare la forma è rispetto per chi legge.

Il toto-tracce

Nessuno conosce le tracce prima dell’apertura ufficiale. Ogni pronostico va quindi trattato per quello che è, una mappa di probabilità. Tuttavia la rassegna stampa recente permette di individuare alcuni nuclei forti sulla base di ricorrenze e orientamenti più plausibili.

La prima cosa da considerare è ciò che difficilmente verrà ripetuto. Gli autori e i temi proposti alla Maturità 2025 hanno minori probabilità di tornare a distanza di un solo anno: Pasolini, Tomasi di Lampedusa, gli anni Trenta, il rispetto come parola dell’anno, l’Antropocene, Borsellino, l’indignazione nel mondo social.

La seconda cosa da cosiderare è lo storico delle previsioni. Nelle rilevazioni di Skuola.net riprese da Orizzonte Scuola, ad aprile D’Annunzio era ancora in testa tra i prosatori dell’Ottocento con il 29% delle attese degli studenti, seguito da Verga al 28%. Pascoli guidava la poesia ottocentesca al 20% mentre D’Annunzio era al 17%. Già allora gli 80 anni della Repubblica erano il primo anniversario storico indicato dagli studenti, al 33%. San Francesco era al 15%, Deledda al 12%, mentre il rapporto tra giovani, social e intelligenza artificiale raccoglieva il 19%, a cui si aggiungeva un altro 12% legato alle nuove frontiere dell’IA.

Tra maggio e giugno il quadro si è spostato confermando che il toto-tracce misura soprattutto il clima della vigilia. A maggio Verga è salito al 31% e ha superato D’Annunzio, sceso al 25%. Pascoli è rimasto davanti nella poesia ottocentesca, Pirandello ha mantenuto una posizione forte nel Novecento mentre Repubblica, Maxiprocesso, Chernobyl, San Francesco e Deledda sono rimasti tra le ricorrenze più osservate. Nella rilevazione più recente D’Annunzio è tornato a dominare le aspettative con il 38% tra gli autori di prosa dell’Ottocento, Pascoli è rimasto alto nella poesia, Pirandello ha raggiunto il 26% nel Novecento e gli 80 anni della Repubblica sono saliti al 50%. L’intelligenza artificiale resta il grande tema di attualità, quasi uno studente su due si aspetta una traccia collegata alla rivoluzione digitale.

Accanto al toto-tracce degli studenti va considerato anche il punto di vista dei docenti. Le rilevazioni più recenti mostrano l’oscillazione delle attese (prima D’Annunzio, poi Verga e Pascoli, poi di nuovo D’Annunzio) ma gli insegnanti tendono a ragionare con un criterio diverso guardando agli autori presenti nei programmi, con testi adatti all’analisi capaci di aprire collegamenti con la storia, la filosofia, l’educazione civica e l’attualità.

Per questo, accanto ai nomi più discussi restano da non trascurare Ungaretti, Montale, Quasimodo, Svevo, Calvino e Leopardi. Ungaretti consente di parlare di guerra, parola essenziale, ricerca di senso. Montale porta al male di vivere, alla crisi del Novecento, alla difficoltà di trovare una verità stabile. Quasimodo apre al dopoguerra e alla responsabilità della poesia dopo la Storia. Svevo dialoga con psicoanalisi, inettitudine e modernità. Calvino permette di ragionare su realtà, immaginazione, leggerezza e complessità. Leopardi resta sempre spendibile perché parla della condizione umana, del desiderio, della natura e della società.

Alcuni cenni sulle tracce possibili: gli ottant’anni della Repubblica e il voto alle donne

Il primo grande nucleo resta tra i più accreditati: gli ottant’anni della Repubblica e il voto alle donne. Il 2 giugno 1946 è uno snodo in cui convergono più passaggi decisivi della storia italiana: la scelta referendaria che avrebbe portato alla fine della monarchia e alla nascita della Repubblica, il suffragio universale maschile e femminile, la partecipazione delle donne alla prima grande consultazione politica nazionale, l’elezione dell’Assemblea Costituente e l’avvio del percorso che avrebbe condotto alla Costituzione del 1948. In una sola giornata l’Italia uscita dal fascismo e dalla guerra fu chiamata a scegliere la propria forma istituzionale e, insieme, a inaugurare una nuova idea di cittadinanza.

Per questo il tema non dovrebbe essere affrontato come una celebrazione generica della Repubblica. Il rischio, davanti a una traccia del genere, è scrivere un testo corretto ma prevedibile: la Repubblica è importante, votare è un diritto, la Costituzione va rispettata. Una buona prima prova dovrebbe mostrare che la Repubblica nasce dopo una dittatura, dopo una guerra, dopo una frattura morale e materiale del Paese. Nasce dal bisogno di ricostruire non soltanto le istituzioni ma la fiducia nella vita pubblica. La Repubblica italiana è una risposta storica alla violenza, all’autoritarismo, alla guerra civile, alla distruzione del legame democratico.

Il voto del 2 giugno 1946 fu il momento in cui milioni di cittadini e cittadine entrarono pienamente nella vita politica del Paese. Per le donne, in particolare, fu il primo voto politico nazionale. È vero che alcune donne avevano già votato nelle amministrative della primavera del 1946, ma il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente ebbero un significato diverso: portarono la cittadinanza femminile nel cuore della decisione pubblica nazionale. Le donne non furono più soltanto madri, mogli, lavoratrici, staffette, vittime o figure di cura: divennero elettrici, candidate, rappresentanti e soggetti politici. Questo passaggio è essenziale. Il suffragio femminile è una condizione fondativa. Una democrazia che esclude metà della popolazione è una democrazia incompiuta. Il voto alle donne segnò l’allargamento reale del concetto di cittadinanza.

Un maturando potrebbe sviluppare questo tema partendo da una domanda semplice: che cosa significa votare? Tra le risposte possibili: significa riconoscersi parte di una comunità politica, accettare che la propria scelta individuale abbia un valore collettivo, significa partecipare alla costruzione di una direzione comune sapendo che nessuna democrazia vive senza cittadini che la esercitino. Il voto è un diritto ed è una forma di responsabilità.

Qui il collegamento con l’oggi è immediato. Ogni generazione eredita l’Italia democratica e, in qualche modo, la deve rifondare. La democrazia può consumarsi senza essere formalmente abolita. Può indebolirsi per disinteresse, astensionismo, disinformazione, sfiducia. Può diventare un’abitudine e quando la democrazia diventa abitudine perde parte della sua forza morale. Per questo una traccia sugli ottant’anni della Repubblica dovrebbe chiedere non solo che cosa accadde nel 1946, ma che cosa ne facciamo oggi di quell’eredità.

Il riferimento alla Costituzione permette poi di rendere il tema più solido. L’articolo 1 afferma che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. L’articolo 3 stabilisce l’uguaglianza formale davanti alla legge e impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Questo passaggio è fondamentale perché consente di distinguere tra uguaglianza dichiarata e uguaglianza reale. Dire che tutti sono uguali non basta se poi condizioni economiche, sociali, culturali o territoriali impediscono a molti di esercitare davvero i propri diritti.

Il voto alle donne può essere letto proprio attraverso questa distanza tra principio e realtà. Nel 1946 le donne ottennero piena cittadinanza politica ma la parità sostanziale sarebbe rimasta, e resta ancora oggi, un processo incompiuto. Partecipare al voto non significò automaticamente avere parità nel lavoro, nella famiglia, nella rappresentanza politica, nell’accesso alle carriere, nel riconoscimento sociale. Le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente (le cosiddette madri costituenti) furono una minoranza dentro un’assemblea ancora largamente maschile. Questo dato permette di evitare ogni trionfalismo: il 1946 fu un inizio, non un punto d’arrivo.

Da qui si può aprire un collegamento attualissimo con la partecipazione femminile alla vita pubblica. Quanto è compiuta oggi la cittadinanza delle donne? La parità formale è sufficiente? Quali ostacoli restano nel lavoro, nella rappresentanza politica, nella distribuzione del lavoro di cura, nella libertà personale, nella sicurezza, nella possibilità di scegliere il proprio futuro? Una traccia sul voto alle donne dovrebbe diventare una riflessione sulla qualità della democrazia contemporanea.

La democrazia è un esercizio. Vive nella libertà di informarsi, nella qualità dell’informazione, nel rispetto del dissenso, nel rifiuto della violenza, nella capacità di distinguere un’opinione da un fatto, nella disponibilità a riconoscere i diritti degli altri anche quando non coincidono con i propri interessi. Gli ottant’anni della Repubblica sono una domanda rivolta al presente: siamo ancora capaci di sentirci parte di un destino comune? Sappiamo ancora considerare il voto come una forma di presenza?

L’intelligenza artificiale

Il secondo grande nucleo è l’intelligenza artificiale. Le ipotesi più recenti ruotano attorno a IA, deepfake, manipolazione della realtà, disinformazione digitale, responsabilità delle piattaforme, scuola, competenze critiche, salute mentale e rapporto tra vita digitale e vita reale. Anche il monitoraggio tra gli studenti mostra che “giovani, social e IA” è diventato uno dei temi d’attualità più gettonati.

Una buona traccia potrebbe chiedere il rapporto tra uomo e programma, la differenza tra informazione e conoscenza, il plagio, la creatività, la responsabilità etica, la trasformazione della scuola, il modo in cui i deepfake possono incrinare il rapporto tra verità e democrazia. La domanda decisiva potrebbe essere questa: l’intelligenza artificiale ci aiuta a pensare meglio o ci offre l’alibi per pensare meno?

L’IA può essere usata in due modi opposti. Può diventare delega: io non penso, non verifico, non scrivo, soprattutto non scelgo ma chiedo al programma di farlo al posto mio. In questo caso non amplia l’intelligenza ma la sostituisce, la indebolisce, perché abitua a ricevere risposte senza attraversare il lavoro della domanda. Oppure l’IA può diventare uno strumento di ampliamento: può aiutare a confrontare ipotesi, a ordinare materiali, a verificare passaggi, a vedere un problema da più punti di vista, a superare un blocco iniziale. La differenza non sta nel programma ma nel soggetto che lo usa e in chi sta veramente guidando il rapporto. Un conto è usare l’IA per non pensare, un conto è usarla per pensare meglio, per produrre una propria intelligenza.

C’è poi un secondo livello, più inquietante: l’IA come strumento di manipolazione della realtà. Fake news, video falsi, immagini generate, voci sintetiche, deepfake, notizie costruite per sembrare vere. La realtà, nell’ambiente digitale, può essere contraffatta con una qualità sempre più alta e una velocità sempre più pericolosa. Questo riguarda direttamente la democrazia. Se non siamo più capaci di distinguere un fatto da una simulazione, una testimonianza da una messinscena, un documento da un artefatto, allora la libertà di giudizio si indebolisce. E quando si indebolisce la libertà di giudizio si indebolisce anche la possibilità di scelta.

Un altro importante rischio riguarda l’ambiente complessivo in cui formiamo le opinioni. Il pericolo è cominciare ad abitare uno spazio in cui diventa sempre più difficile distinguere ciò che nasce da esperienza umana, ciò che è prodotto per interesse commerciale, ciò che è generato automaticamente, ciò che è vero o ciò che il programma consegna in maniera errata (le allucinazioni). Questo è particolarmente importante: l’IA spesso sbaglia in modo elegante producendo risposte fluide, convincenti, che sembrano vere proprio perché scritte bene. Per questo la competenza decisiva non è soltanto “saper usare l’IA” ma saperla verificare. La Maturità, in questo senso, diventa una prova di resistenza alla verosimiglianza, un’aderenza a sé e alla realtà.

Per questo il tema dell’IA è ormai anche un tema di cittadinanza. È necessario che il maturando capisca la domanda di fondo: chi risponde quando una macchina sbaglia o viene usata per ingannare? Chi protegge le persone quando la tecnologia diventa opaca? Chi garantisce che l’innovazione non schiacci i diritti? Sono domande giuridiche che implicano una profonda riflessione civile.

Esiste una terza questione, meno discussa ma importante: la proprietà dell’intelligenza artificiale. Molti degli strumenti che stanno entrando nella scuola, nel lavoro, nella comunicazione e nella vita quotidiana appartengono a poche grandi realtà private, nate e cresciute dentro logiche commerciali. Lo Stanford AI Index 2026 segnala che nel 2025 oltre il 90% dei principali modelli di frontiera è stato prodotto dall’industria. Questo dato, letto culturalmente, apre una domanda civile: che cosa accade se una tecnologia destinata a incidere sul modo in cui pensiamo, scriviamo, impariamo, votiamo, lavoriamo e comunichiamo resta concentrata nelle mani di pochi soggetti economici? Chi decide le regole?

Si tratta di un problema democratico che era già sorto con i Social Media. Uno strumento che orienta conoscenza e informazione non è neutro solo perché appare comodo. Se è privato, commerciale, può incidere sulla libertà personale e collettiva. Non è un caso che anche la prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, sia dedicata proprio alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Pirandello

Il terzo grande nucleo è l’identità, e qui il nome più naturale è Pirandello. Il doppio anniversario (novant’anni dalla morte e cento anni dalla pubblicazione di Uno, nessuno e centomila) continua a renderlo appetibile. Anche se Pirandello è già apparso di recente alla Maturità, le ultime rilevazioni lo mantengono molto alto tra le attese degli studenti.

Pirandello è utile non solo come autore ma come chiave di lettura del presente. La maschera, lo sguardo degli altri, la frantumazione dell’io, la distanza tra ciò che siamo e ciò che sembriamo, tutto questo parla direttamente al nostro tempo. Nell’epoca dei social l’identità è spesso una costruzione pubblica misurata da immagini, approvazioni e aspettative. Pirandello permette di dire che il problema non nasce con Instagram o TikTok perché da sempre la società produce maschere. Il digitale, semmai, le ha moltiplicate e rese permanenti.

Oggi però questa crisi dell’identità entra in una fase ulteriore. In Pirandello l’io va in crisi perché incontra lo sguardo degli altri, con l’intelligenza artificiale il rapporto si complica perché di fatto l’altro può essere anche un programma che risponde, corregge, anticipa. L’alterità diventa artificiale ma non per questo meno incisiva.

Qui Pirandello torna a parlarci con forza. Se la nostra identità si costruisce anche nello sguardo che riceviamo, che cosa accade quando quello sguardo è mediato da algoritmi? Che cosa accade quando un sistema ci suggerisce chi siamo, cosa desideriamo, come dobbiamo apparire? L’IA crea nuovi specchi, ma non tutti gli specchi restituiscono verità.

Luigi Pirandello

San Francesco

San Francesco è tra le ricorrenze forti del 2026, per gli ottocento anni dalla sua morte (avvenuta nel 1226). Francesco è una figura che obbliga a interrogarsi sul modo in cui l’uomo abita il mondo, tratta gli altri, misura i propri desideri, costruisce o distrugge legami. Parla di natura ma anche di povertà, potere, pace, fragilità, fraternità. Per questo il suo messaggio può essere letto anche come una grande domanda civile: che tipo di società vogliamo costruire?

Il primo livello può essere quello ambientale. Il Cantico delle creature fonda una visione del mondo in cui la natura è una presenza con cui entrare in relazione. Sole, acqua, vento, terra, fuoco sono elementi di una fraternità cosmica. Nel linguaggio di oggi questo significa che se continuiamo a pensare il mondo come un deposito da consumare, nessuna regola basterà davvero.

Il messaggio francescano serve proprio perché sposta la questione dall’efficienza alla relazione. Una società può anche produrre regolamenti ambientali, ma se non cambia il modo in cui guarda la terra, l’acqua, gli animali, i territori, i beni comuni, quei regolamenti rischiano di essere inutili. Francesco dice, con la forza semplice delle immagini, che il mondo ci è affidato. Il possesso autorizza lo sfruttamento, l’affidamento implica responsabilità.

C’è poi un paradosso che una traccia potrebbe affrontare con molta forza. Il mondo parla di ambiente ma continua a sostenere guerre, e la guerra è una catastrofe anche ambientale. Devasta terreni, acque, ecosistemi, catene alimentari, memoria dei luoghi. Ogni guerra smentisce in modo brutale il linguaggio della sostenibilità. Qui San Francesco diventa una guida di disarmo interiore e collettivo. Indica una volontà di pace priva di sentimentalismo, rinuncia alla logica del dominio, della ricchezza come misura assoluta, della forza come linguaggio.

A questo si lega un altro nucleo decisivo: la minorità. Francesco propone un modo diverso di stare nel mondo, non come padroni ma come fratelli. La minorità è una critica radicale all’idea che valga solo chi possiede. In una società competitiva, narcisistica e ossessionata dalla prestazione Francesco ricorda che la grandezza può passare anche dalla capacità di farsi piccoli, di servire, di non occupare tutto, di lasciare spazio agli altri. Per questo il suo messaggio deve essere letto anche civilmente. Chi non crede può riconoscere che conviene vivere come se la fraternità fosse vera, come se la pace fosse necessaria, come se la cura del mondo fosse un dovere condiviso. Una società non ha bisogno che tutti condividano la stessa fede ma ha bisogno che molti condividano alcune pratiche di bene.

San Francesco suggerisce, con l’esempio della sua vita, che nessuno si compie da solo, che il bene non è un fatto puramente privato, che la fraternità è una forma possibile di organizzazione del mondo. Oggi Francesco ricorda che l’umano si compie nella relazione. E la relazione riguarda il lavoro, la politica, l’ambiente, l’economia, la città, la scuola, il modo in cui si parla e si convive. L’altro non è un nemico, ma qualcuno con cui condividiamo la stessa vulnerabilità e la medesima casa.

San Francesco che predica agli uccelli, Giotto di Bondone, 1297/1299

Le altre ipotesi

La rassegna indica tra i nomi possibili anche D’Annunzio, Verga e Pascoli. D’Annunzio resta uno dei nomi da conoscere bene: estetismo, superuomo, panismo, Il piacere, Alcyone, La pioggia nel pineto, rapporto tra arte e vita, costruzione pubblica dell’immagine. Verga rimane centrale per leggere i vinti, il progresso che promette emancipazione ma lascia indietro i più deboli, le dinamiche sociali che schiacciano chi nasce ai margini. Pascoli consente un’altra traiettoria: il nido, la fragilità, l’infanzia, la paura del mondo, la ricerca di protezione. Tre autori molto diversi, ma accomunati da una domanda ancora viva: che cosa fa l’uomo davanti alla modernità? La domina, la subisce, la trasfigura o se ne difende?

Un’altra possibilità molto solida è Grazia Deledda. Il centenario del Nobel per la Letteratura ricevuto nel 1926 la rende una candidatura non dominante ma significativa. Deledda permette di parlare della periferia che diventa centro, della colpa, del destino, della comunità ma anche della presenza femminile nel canone letterario. Sarebbe una traccia preziosa perché chiederebbe agli studenti non soltanto di riconoscere un’autrice, ma di interrogarsi su chi entra nella storia della letteratura e chi ne resta ai margini.

La rassegna degli ultimi giorni aggiunge anche due piste secondarie, da non caricare di troppa importanza ma da tenere sullo sfondo. Carlo Collodi, per i duecento anni dalla nascita, può essere collegato al romanzo di formazione, alla fatica di diventare adulti, alla disobbedienza, alla povertà e all’educazione. È un riferimento che dialoga bene con il senso stesso della Maturità: crescere significa imparare a rispondere delle proprie scelte. Anche il tema delle donne nelle STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), con Margherita Hack come figura simbolica, può aprire collegamenti tra scienza, parità, accesso alla conoscenza, superamento degli stereotipi e cittadinanza piena.

Restano poi Chernobyl, il Maxiprocesso, l’11 settembre, il giornalismo e le fake news. Chernobyl può diventare il simbolo del rapporto ambiguo tra progresso tecnico e responsabilità politica. La tecnologia non è il male, lo diventa quando perde trasparenza, limite, controllo democratico. Il Maxiprocesso di Palermo può portare alla legalità, allo Stato, al coraggio civile, alla giustizia come lavoro collettivo. L’11 settembre può aprire una riflessione sul terrorismo, sulla sicurezza, sulla paura e sull’ordine internazionale.

Il giornalismo e la libertà di informazione, anche se non sempre compaiono come titolo autonomo nei pronostici, attraversano molti dei temi più probabili: l’intelligenza artificiale, i deepfake, la democrazia, i social, la cittadinanza digitale. Una società libera vive se ciascuno impara anche a verificare, distinguere, argomentare. Informarsi è chiedersi da dove venga una notizia, chi la diffonda, con quali prove, con quali interessi.

L’augurio di Acta ai maturandi

Cosa deve fare, allora, un maturando in questi ultimi giorni prima dell’esame? Non inseguire tutte le previsioni, sarebbe il modo più sicuro per arrivare stanco e confuso. Meglio costruire quattro serbatoi di idee: democrazia, tecnologia, identità e responsabilità.

Dentro la democrazia stanno Repubblica, voto alle donne, Costituzione, legalità, Maxiprocesso. Dentro la tecnologia stanno intelligenza artificiale, deepfake, scuola, scienza, Chernobyl. Dentro l’identità stanno Pirandello, social, adolescenza, maschere, fragilità. Dentro la responsabilità stanno ambiente, pace, informazione, cittadinanza.

Un po’ di ansia è normale, significa che l’esame conta. Il problema nasce quando l’ansia occupa tutto lo spazio e impedisce di vedere il percorso fatto. La Maturità non dice tutto di una persona, non coincide con il suo valore assoluto. Ma può mostrare la capacità di attraversare una prova con serietà, metodo e fiducia.

Dopo la Maturità alcuni ragazzi si fermeranno, altri continueranno gli studi, altri ancora lavoreranno per un periodo e poi riprenderanno a studiare. Alcuni cambieranno idea, altri scopriranno tardi ciò che desiderano, e non sarà una sconfitta. Il futuro è presente, comincia adesso nelle scelte, nelle abitudini, nel modo in cui si attraversano le giornate. Ma non è un appuntamento impellente che pretende una risposta definitiva a diciotto o diciannove anni.

Il primo augurio che facciamo ai maturandi è proprio questo: non avere paura di cambiare. A diciotto anni si pensa spesso che una scelta sia definitiva, che una strada presa chiuda tutte le altre, che un errore dica per sempre chi siamo. Non è mai così. Si cambia. Cambiano i desideri, gli strumenti, le priorità, perfino le idee che oggi sembrano più salde. Crescere significa imparare a diffidare delle proprie certezze. Una persona matura non è quella che non dubita mai ma quella che sa usare il dubbio senza farsene paralizzare. Questo vale anche per gli errori. Nessuno arriva alla Maturità senza aver sbagliato e nessuno entrerà nella vita adulta senza sbagliare ancora. Ma l’errore non definisce interamente una persona. La definisce il modo in cui torna su quell’errore.

Non misuratevi solo con il risultato. Il voto conta perché conclude un percorso, perché può aprire possibilità, perché ogni prova seria merita rispetto, ma non coincide con il vostro valore assoluto. Questo emergerà in ciò che saprete comprendere, in ciò che saprete correggere, nel modo in cui userete quello che avete imparato. Questo è forse il significato più concreto di maturità: chiedersi perché accadano le cose, quali parti della realtà siano state lasciate fuori, cosa si può fare.

Per questo la responsabilità che attende i maturandi non deve nascere dal dovere ma prima di tutto dalla volontà. Il dovere può imporre una regola, la volontà indica una direzione. Il dovere può dire cosa evitare, la volontà decide cosa costruire.

A chi esce dalla scuola vogliamo dire: non abbiate fretta, e non abbiate paura dei momenti di smarrimento. Temete di più il lasciarsi portare dalle correnti facili, il vivere senza chiedersi mai chi si vuole essere. La scuola vi ha potuto formare, vi ha dato strumenti o almeno ci ha provato. Ma ora le decisioni appartengono a voi.

Buon esame, dunque. Sarà un momento non privo di fatica ma la fatica, spesso, è proprio il modo in cui si diventa più presenti a sé stessi. E ricordate che la scuola finisce ma la maturità, se è davvero maturità, comincia adesso.

E, forse la cosa più importante di tutte, non dimenticate mai come stavate a scuola. Siete entrati con storie diverse, talenti, fragilità e voti differenti, ma vi siete seduti gli uni accanto agli altri, alla pari. Avete stretto amicizie senza chiedervi quanto l’altro potesse esservi utile, quanto guadagnassero i suoi genitori, o che voto avesse. Eravate compagni prima di essere risultati. Non dimenticatelo mai e trattenetelo nonostante il tempo, il lavoro, la società e le incoerenze che le generazioni adulte vi consegneranno. Non dimenticate mai la capacità di sedervi accanto agli altri, a prescindere, alla pari.

  1. Il primo caso diventato nazionale fu quello di Gianmaria Favaretto, studente del liceo scientifico Fermi di Padova. Si presentò all’orale dichiarando di non voler sostenere il colloquio e uscì. La notizia fu pubblicata il 7 luglio 2025 e fece discutere perché lo studente ottenne comunque il diploma grazie ai crediti e ai punteggi già accumulati. Nei giorni successivi ci furono altri casi, sempre in Veneto: una studentessa di Belluno, segnalata il 10 luglio 2025, e un terzo caso a Treviso, riportato l’11 luglio 2025. La reazione politica arrivò il 10 luglio 2025 quando Valditara annunciò l’intenzione di introdurre la bocciatura per chi rifiuta volontariamente l’orale o fa scena muta come forma di boicottaggio. ↩︎

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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