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L’Europa tra pandemia, debito e Recovery Plan

Sapelli

Con l’emergenza Covid l’Unione Europea ha cambiato atteggiamento verso la crisi economica ricorrendo a misure di solidarietà e di sostegno finanziario. Ma bisogna stare attenti, gran parte di quei soldi sono a debito. E dovranno dunque essere spesi con grande saggezza. Intervista a Giulio Sapelli.

di Alessandro Battaglia Parodi

Sembra che in Europa grazie al Recovery Plan siano stati finalmente messi da parte gli egoismi nazionali e sedati i vecchi rancori. Sembra. Sì, perché il Piano nazionale di ripresa e resilienza messo a punto da Bruxelles porterà importanti aiuti economici ma anche un maggior controllo sulle performance della nostra economia, con una serie di condizionalità che a tutt’oggi non sono state chiarite a sufficienza. 
Ne parliamo con Giulio Sapelli, docente di Storia Economica presso l’Università degli Studi di Milano, ricercatore associato della Fondazione Eni Enrico Mattei, consulente di prestigiose aziende e istituti bancari, nonché candidato premier nel 2018 durante la formazione del primo Governo della XVIII legislatura.


Professore, che cosa la impressiona di più di questo lungo dibattito sul Recovery Plan?

«È sicuramente una misura utile, perché necessitata da una grande emergenza, che è quella della pandemia. Stiamo parlando di un evento totalmente esogeno alla vita economica, ma che vi si ripercuote molto duramente. Colpisce però come l’Unione Europea non abbia fatto riferimento agli articoli 122 e 123 del Trattato di Lisbona i quali definiscono che, in presenza di eventi catastrofici, venga meno qualsivoglia condizionalità. È comunque già un passo avanti che, viste le perduranti gravi difficoltà per la crisi finanziaria del 2008 e per la deflazione secolare, si sia presa la strada della mutualizzazione del debito. Una strada che a molti sembrava impossibile fino a poco tempo fa, e che si è tradotta nel Next Generation Eu. Non varare questa misura avrebbe significato interrompere tutte le catene produttive della circolazione capitalistica, in Europa e nel mondo».


Ma si celano dei pericoli nel Recovery Plan?

«Una parte di questi prestiti saranno ovviamente esigibili e, non essendo stati attivati gli articoli 122 e 123 suddetti, si dovrà sottostare poi a quelle operazioni richieste a tutti coloro che hanno ricevuto gli aiuti. Va da sé che anche noi saremo sottoposti alla cosiddetta ristrutturazione del debito. Che sarà fatta dalla famosa Troika. Ma credo che ormai tutti ne siano consapevoli».


Pensa che i politici ne siano consapevoli?

«Consapevoli ma anche incoscienti. Comunque non si può chiedere consapevolezza e responsabilità a partiti che non hanno più basi territoriali. Forse un po’ la Lega, che è peraltro il partito più antico in questo momento storico. Ma stiamo parlando sostanzialmente di compagini partitiche che sono legate solo a clan imprenditoriali o affaristici a livello nazionale o territoriale. Oppure, come è noto, sono esponenti della diplomazia internazionale, come dimostra bene ad esempio il caso Renzi o i 5 Stelle spaccati tra filocinesi e atlantici, o ancora il Pd che ha in pancia la componente filotedesca alla Gualtieri o l’ala filofrancese. Insomma, siamo tornati un po’ al caos dell’Italia preunitaria. Diciamo che lo Stato c’è ma non c’è più la nazione».


Ma davvero le parti politiche capiscono le tecnicalità di tutta la faccenda? Insomma, la materia la dominano o no?

«La sensazione è che i politici non capiscano affatto il rischio che si sta correndo. Il punto è che se non si useranno saggiamente questi soldi, che sono per la maggioranza a debito, per creare un livello di crescita che sia superiore al tasso di indebitamento, si dovrà poi subire la ristrutturazione imposta dal meccanismo europeo per molti e molti anni. Se non li sfrutteremo bene per far crescere l’economia, saranno guai per tutti. Bisogna quindi smettere le polemiche e remare tutti insieme per favorire un tasso di crescita superiore a quello di indebitamento. Cosa che mi sembra non si faccia assolutamente».


Perché dice questo?

«Perché vedo una grande dispersione in mille rivoli clientelari. E manca una visione strategica. Per tornare nuovamente all’esempio dell’Unità di Italia, allora il grande problema era stato quello di unificare il debito pubblico del Lombardo Veneto e quello dell’ex Regno di Napoli. Questo ce lo racconta la Storia. Il debito napoletano era stato creato soprattutto per alimentare un consenso sociale perlopiù sterile e improduttivo. Il debito pubblico che si sviluppava nella ex Lombardia austriaca e nel Piemonte era invece composto in larga misura da provvedimenti volti alla costruzione di infrastrutture e per il reperimento di finanziamenti utili a far crescere l’industria nascente, o ancora per lanciare opere pubbliche necessarie in agricoltura. Ecco, dobbiamo evitare che si ripetano certe inefficienze».


Ma lei è spietato!

«No, il mio non è un pregiudizio o una posizione contro il Sud. Tutt’altro. La storia va però letta sempre con grande attenzione per non ricadere nei medesimi errori del passato. Il punto è sempre lo stesso: occorre evitare di generare un debito che non sia assolutamente virtuoso, cioè un debito in grado di creare le condizioni ideali per quella crescita che dicevamo poc’anzi. È un obbligo che abbiamo verso coloro che verranno dopo di noi».


Molti commentatori prevedono che a causa delle condizionalità imposte da Bruxelles ci sarà una patrimoniale o un aumento dell’Imu, o addirittura un’Imu per la prima casa. Sono cose credibili?

«È una visione allarmistica di chi non fa vera politica o economia, ma fa solo propaganda. Il tema sollevato è comunque degno di nota e dice sostanzialmente questo: “attenzione, perché il debito continuerà a crescere”. Ci saranno problemi nell’estrazione fiscale, questo sì. Perché la massa fiscale che si potrà estrarre da un Paese sempre più impoverito, con una deflazione secolare, con le aziende che chiudono e la conseguente disoccupazione, sarà sempre minore. Quindi non illudiamoci, i problemi del debito pubblico aumenteranno senz’altro».


In questo momento difficile c’è una fame tremenda di buone notizie, ma anche di notizie buone, cioè valide. Secondo lei la stampa ne capisce di Recovery Plan o sta facendo un po’ di confusione?

«La stampa in Italia non esiste, perché parla di cose che non conosce. I giornalisti non sono formati in materia di economia e seguono le vicende day to day con scarsa professionalità. L’unica salvezza per informarsi bene è la stampa internazionale. I giornali italiani io non li leggo mai, se non per capire come stanno distruggendo l’opinione pubblica e il sapere in generale».


Molti osservatori nei mesi scorsi hanno parlato di “momento hamiltoniano” per sintetizzare la grande occasione del Next Generation Eu, e quindi della possibilità di creare una Confederazione di Stati Europei sulla base di un comune progetto di mutualizzazione del debito. Lei cosa ne pensa di questa metafora hamiltoniana?

«Mah! Il riferimento ad Alexander Hamilton mi sembra veramente da ignoranti. Lo dico perché Hamilton era un federalista convinto e, proprio sulla base del federalismo, fu uno dei maggiori artefici della Costituzione Americana. L’Europa non ha ancora una Costituzione, e coloro che si ispirano a Hamilton dovrebbero essere conseguenti e dire anche che la mutualizzazione del debito dovrebbe rappresentare un percorso verso la Costituzione Europea, e non un’Europa fondata su un insieme di trattati. Noto invece che, paradossalmente, coloro che citano Hamilton sono molto liberisti in economia. E, dal momento che la storia dei Padri fondatori non la sanno, dimenticano che Hamilton era anche favorevole a una banca pubblica. Quindi è meglio che stiano zitti e che Hamilton lo lascino stare».


Che cosa manca dunque a quest’Europa così frantumata e litigiosa?

«Manca proprio una Costituzione. Non si può continuare a governare mezzo milione di abitanti senza essere in uno stato di diritto. In Europa non c’è il Diritto, non c’è la Legge, che è la prima cosa da redigere per arginare e armonizzare i poteri. Anche il sistema fiscale rappresenta soltanto una derivazione, un succedaneo della Costituzione. Mentre invece ci ritroviamo in una tecnocrazia più simile a quella dell’ex Unione Sovietica. Solo controllo, sanzioni e punizione. Bisogna porre rimedio a quest’anomalia».

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