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L’Europa dopo l’innocenza: il Rapporto Schuman 2026 e la fine dell’Unione come spazio protetto

Alessandra Carlo

Alessandra Carlo

Laureata in Giurisprudenza all'Università Cattolica del Sacro Cuore con esperienze maturate nell'ambito della professione forense. Fa parte del Centro Studi di Sef Consulting
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Il Rapporto Schuman sull’Europa, Stato dell’Unione 2026, non interessa tanto perché aggiunge un nuovo volume alla già vasta produzione di analisi europee, ma perché fotografa un passaggio di fase. Dall’Europa che si racconta come grande laboratorio normativo, civile e commerciale nato per neutralizzare la guerra attraverso il mercato e il diritto, siamo diventati un’Europa costretta a fare i conti con la propria esposizione: militare, energetica, tecnologica, industriale, monetaria, democratica, culturale.

Il punto centrale del Rapporto va oltre la semplice constatazione che il mondo è diventato più instabile. Questo è già oltremodo evidente. Il punto è più radicale e se vogliamo più crudo: l’Unione europea non può più vivere come se l’instabilità fosse una condizione esterna gestibile attraverso regolamenti, diplomazia economica e cooperazione multilaterale. La crisi attraversa l’Europa stessa. La guerra in Ucraina, le tensioni con la Russia, la competizione con la Cina, il ritorno di un’America meno prevedibile, la pressione sulle rotte marittime ma anche il potere delle grandi piattaforme digitali, la fragilità delle democrazie interne e la crescita delle destre radicali non sono più considerabili come dossier separati. Sono la medesima domanda posta in forme diverse: l’Europa è ancora capace di decidere per sé stessa?

Un aggiornamento recente conferma questa lettura: il Florence Report 2026 dell’European University Institute colloca l’Europa dentro un’economia globale fratturata e impone di ripensarne ruolo, resilienza e capacità di azione. Il vecchio equilibrio europeo (sicurezza garantita dall’esterno, mercati aperti, multilateralismo relativamente stabile) non può più essere assunto come dato naturale.

Il Rapporto Schuman 2026

Il Rapporto Schuman 2026 ruota attorno a questa domanda. La formula che tiene insieme i suoi capitoli è quella della sovranità funzionale: la capacità concreta di proteggere cittadini, infrastrutture, dati, confini, imprese, valori democratici, sistemi energetici. Ma anche catene di approvvigionamento, patrimonio culturale e capacità produttiva. È qui che il Rapporto assume un valore politico: obbliga a uscire dall’idea di un’Europa compiuta e legge l’Europa come una costruzione che entra nella sua fase più difficile, quella in cui deve dimostrare di saper esercitare potere senza rinunciare al diritto.

Il primo grande tema è la sicurezza. Il Rapporto dedica spazio alla sicurezza interna, al ruolo di Europol, alla difesa europea, alle ingerenze straniere, alla strategia marittima. È un ordine di problemi significativo. La sicurezza non è più considerabile soltanto come difesa militare ma deve diventare ecosistema. Comprende polizia, intelligence, cyber, porti, cavi sottomarini, frontiere, informazione, piattaforme digitali, spazio, mare, logistica, approvvigionamenti. L’Europa scopre che la pace non è una condizione naturale ma una infrastruttura da mantenere. E scopre anche che quella infrastruttura costa, divide, obbliga a scelte che non possono più essere rimandate.

L’Europa nata dalla memoria della guerra

Qui emerge il passaggio più delicato: l’Europa nata dalla memoria della guerra si trova oggi a dover parlare il linguaggio della deterrenza. Per decenni l’Unione ha costruito la propria identità sulla promessa implicita che l’integrazione economica avrebbe reso la guerra impensabile. Ora deve ammettere che l’interdipendenza non basta. Anzi, in alcuni casi l’interdipendenza diventa vulnerabilità. La politica europea degli ultimi anni può essere letta come il tentativo, non sempre coerente, di trasformare la dipendenza in autonomia.

Il nodo ucraino è il centro simbolico e strategico di questa trasformazione. Il Rapporto, anche attraverso il contributo dedicato al futuro dell’Europa in Ucraina, presenta la guerra come il luogo in cui si decide la credibilità del progetto europeo. La questione non riguarda soltanto il destino di Kiev ma la struttura dell’ordine continentale: sovranità degli Stati, inviolabilità dei confini, libertà delle alleanze, rifiuto delle sfere di influenza. Se l’Ucraina venisse sacrificata a una logica di stabilizzazione apparente l’Europa accetterebbe di tornare a un ordine gerarchico in cui alcuni Stati hanno piena sovranità e altri una sovranità condizionata. Sarebbe la negazione più profonda della promessa europea.

Negli stessi giorni il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha sostenuto la necessità di integrare l’Ucraina nella futura unione europea della difesa. È un passaggio politico rilevante: Kiev viene intesa come parte della capacità militare, industriale e strategica europea. Il rinnovo per dodici mesi delle sanzioni economiche contro la Russia conferma la medesima logica: commercio, finanza, energia, tecnologie e contrasto all’elusione diventano leve di sicurezza.

La centralità della difesa

Il Rapporto costringe anche a vedere l’ambiguità di questa svolta. Rafforzare la difesa europea può significare maggiore autonomia dagli Stati Uniti, maggiore capacità industriale, maggiore protezione dei cittadini e maggiore credibilità geopolitica. Ma può anche significare normalizzazione del riarmo, spostamento di risorse pubbliche, subordinazione della ricerca al dual use, compressione di altre priorità sociali e culturali. Il tema non va liquidato né con entusiasmo militarista né con rifiuto astratto. La questione vera è quale difesa, con quale controllo democratico, con quali limiti, con quali finalità e con quale rapporto con la politica estera.

Lo mostra anche il caso KNDS, il grande gruppo franco-tedesco dei carri Leopard 2 e Leclerc, avviato verso la quotazione tra Parigi e Francoforte. La difesa europea sta diventando mercato di capitali, controllo pubblico, industria strategica e governance.

La competitività

Il secondo grande tema è la competitività. Il Rapporto parla di politica monetaria, stabilità finanziaria, mercato europeo dell’energia, politica di coesione, intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione, processo decisionale europeo, ventottesimo regime societario. È un blocco solo apparentemente economico ma in realtà profondamente politico. L’Europa teme di perdere capacità di crescita, attrazione di capitali, velocità innovativa, potenza industriale. Il confronto con Stati Uniti e Cina è ormai un confronto tra modelli di potere. Gli Stati Uniti hanno profondità finanziaria, grandi piattaforme, capacità militare e cultura del rischio. La Cina ha scala, direzione statale, manifattura, controllo delle filiere e proiezione tecnologica. L’Europa ha mercato, regole, welfare, competenze, ricerca, ma fatica a trasformare questi elementi in potenza.

Da qui nasce la nuova ossessione per la competitività. Il termine è ovunque, e non sempre in modo rassicurante. Competitività può voler dire semplificazione, innovazione, meno frammentazione, energia meno costosa, mercato dei capitali più integrato, imprese capaci di crescere. Ma può anche diventare la parola con cui si giustifica l’arretramento delle tutele, la riduzione del controllo ambientale, l’alleggerimento delle responsabilità sociali, la compressione del diritto del lavoro. Il Rapporto pone indirettamente questo bivio: l’Europa deve diventare più competitiva per salvare il proprio modello o finirà per sacrificare il proprio modello in nome della competitività?

Anche la discussione sul nuovo Horizon Europe 2028-2034 mostra questo spostamento. Ricerca e innovazione vengono sempre più collegate a resilienza, autonomia strategica, tecnologie profonde e capacità dual use. È un cambio di postura: la scienza europea da produzione di conoscenza diventa infrastruttura della competitività e della sicurezza.

Deregolazione senza deregulation

Il tema della deregolazione senza deregulation è probabilmente uno dei nodi più intelligenti del momento europeo. L’Unione ha capito che l’eccesso burocratico può diventare un nemico politico. Troppi adempimenti, troppa lentezza decisionale, troppe sovrapposizioni scoraggiano imprese, enti pubblici, ricerca e investitori. Ma la risposta non può essere lo smantellamento del quadro regolatorio. La sfida è semplificare senza disarmare il diritto. Rendere più agevole l’azione pubblica e privata senza consegnare il mercato ai più forti.

In questo spazio si collocano la revisione degli obblighi ESG, la discussione sul ventottesimo regime per le imprese innovative, il tentativo di accelerare l’adozione delle tecnologie strategiche, la ricerca di un equilibrio tra compliance e crescita.

Le decisioni europee dell’ultima settimana confermano questa linea. La Commissione ha presentato nuovi pacchetti omnibus di semplificazione stimando, assieme alle altre misure già proposte, circa 18 miliardi di euro di risparmi amministrativi annui. Il Consiglio, parallelamente, ha sostenuto la semplificazione di regole su emissioni industriali, economia circolare e dati geospaziali dichiarando di voler mantenere elevati standard ambientali. È esattamente il punto: meno attrito burocratico, non meno responsabilità pubblica.

La tecnologia

La tecnologia è il terzo asse del Rapporto. Intelligenza artificiale, società dell’informazione, regolazione digitale, pubblica amministrazione, GAFAM, dati, open source, cloud, semiconduttori. L’Europa ha regolato molto ma ha prodotto poco potere tecnologico proprietario. Ha costruito standard ma non campioni industriali. Ha difeso diritti ma spesso dentro infrastrutture che non controlla. Ha imposto regole alle piattaforme ma continua a dipendere dalle piattaforme. Questa è la contraddizione più acuta della sovranità digitale europea.

L’AI Act è emblematico. Da un lato rappresenta la capacità europea di definire un quadro giuridico avanzato fondato su rischio, trasparenza, tutela dei diritti fondamentali, responsabilità dei fornitori e sicurezza. Dall’altro pone il problema della velocità: si può regolare un settore quando non si possiedono le infrastrutture decisive che lo sostengono? Si può essere sovrani nell’intelligenza artificiale senza cloud europeo, senza potenza di calcolo sufficiente, senza filiere hardware robuste, senza accesso competitivo ai dati, senza capitali pazienti e senza grandi attori industriali continentali?

L’energia

Il quarto asse è l’energia. Nel Rapporto il mercato europeo dell’energia sicuro e decarbonizzato viene legato direttamente all’economia competitiva. È una scelta coerente: l’energia è il punto in cui transizione ecologica, industria, sicurezza, prezzi, consenso sociale e geopolitica si incontrano. La crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina ha mostrato che la sostenibilità non può essere separata dalla sicurezza degli approvvigionamenti. Allo stesso tempo il nuovo industrialismo verde europeo deve evitare una trappola: trasformare la transizione ecologica in un tema riservato alle grandi imprese, ai grandi investimenti e ai grandi apparati tecnici, lasciando territori, famiglie, piccole imprese e periferie sociali a sopportarne il costo.

L’ESG, dentro questo quadro, cambia natura e diventa una grammatica di rischio: rischio climatico, rischio di filiera, rischio normativo, rischio finanziario, rischio sociale. La semplificazione europea non cancella la sostenibilità ma la costringe a diventare più concreta. Meno dichiarazioni generiche, più dati. Meno bollini, più governance. Meno retorica, più misurabilità. Per imprese, enti e organizzazioni culturali, questo significa che la sostenibilità sarà sempre meno un capitolo separato e sempre più un requisito di accesso a mercati, bandi, partenariati e credito.

La politica di coesione

La politica di coesione è un altro tema cruciale. Nel Rapporto viene definita, già dal titolo del contributo dedicato, uno strumento indispensabile all’unità dell’Unione. È una formulazione da prendere sul serio. Se l’Europa parla solo di competitività rischia di finanziare chi è già competitivo. Se parla solo di tecnologie critiche rischia di concentrare risorse dove esistono già ecosistemi avanzati. Se parla solo di difesa e autonomia industriale rischia di rafforzare le aree già integrate nelle filiere strategiche. La coesione serve a impedire che la nuova Europa della potenza diventi un’Europa più diseguale.

Questo riguarda direttamente il Sud Europa, le aree interne, i territori periferici, le piccole città, i sistemi culturali fragili, le imprese minori, gli enti locali con bassa capacità amministrativa. La questione è ripensare la coesione come infrastruttura della nuova fase. Non c’è autonomia strategica se interi territori restano senza competenze, senza reti, senza digitale, senza mobilità, senza cultura amministrativa, senza capacità progettuale. La potenza europea deve essere anche territoriale.

La sovranità culturale

Il quinto asse, spesso sottovalutato, è la sovranità culturale. Il fatto che il Rapporto includa un contributo esplicito su questo tema è significativo. La cultura è intesa come uno spazio di sovranità. Chi controlla le piattaforme attraverso cui circolano immagini, testi, film, musica, informazione, memoria e immaginari, controlla una parte decisiva della vita democratica. La sovranità culturale europea deve riguardare la capacità di produrre senso, narrazione, pluralismo, lingua, memoria, accesso, educazione critica.

In questa prospettiva cultura e tecnologia non sono più separabili. L’intelligenza artificiale generativa modifica la produzione culturale, le piattaforme modificano la distribuzione dell’attenzione, gli algoritmi incidono sulla visibilità. In tutto questo i dati culturali diventano materia prima. Se l’Europa non governa questo spazio la sua diversità culturale rischia di essere celebrata nei documenti e marginalizzata nelle infrastrutture reali.

La democrazia europea

Il Rapporto arriva poi al tema della democrazia europea: equilibrio instabile del Parlamento europeo, avanzata delle destre radicali, capacità dei partiti di centro di mantenere l’equilibrio. La democrazia europea appare oggi sottoposta a una doppia pressione. Da fuori, perché guerre, ingerenze, disinformazione, dipendenze economiche e competizione tecnologica ne riducono il margine di manovra. Da dentro, perché una parte crescente dei cittadini percepisce l’Europa come distante, tecnocratica, costosa, lenta o incapace di proteggere.

La crescita delle destre radicali non va letta solo come deviazione ideologica, è un sintomo. Dice che ampi segmenti sociali non si sentono rappresentati dalla lingua ordinaria dell’integrazione europea. Dice che transizione ecologica, migrazioni, globalizzazione, inflazione, guerra, digitalizzazione e precarietà vengono spesso percepite come imposizioni dall’alto. Dice che la promessa europea di benessere, mobilità e pace non basta più a generare consenso. La nuova Europa della sovranità dovrà quindi decidere se limitarsi a una risposta securitaria o se ricostruire una grammatica sociale della protezione.

In questo quadro rientra anche la parità di genere. I Gender Equality Plan, ormai centrali in molte traiettorie della ricerca europea, vanno letti come strumenti di governance, accesso, trasparenza, misurazione e trasformazione delle culture organizzative. Un’Europa che parla di competitività, difesa, AI e sovranità ma trascura la partecipazione piena delle donne produce una modernizzazione incompleta.

La fine dell’Europa come spazio protetto

Il Rapporto Schuman 2026, in definitiva, segnala la fine dell’Europa come spazio protetto. L’Unione non può più pensarsi come grande regolatore civile circondato da un ordine internazionale relativamente stabile, da una garanzia militare americana relativamente certa, da mercati relativamente aperti, da energia relativamente accessibile, da piattaforme digitali relativamente neutrali. Quel mondo è finito. Al suo posto c’è un mondo più duro nel quale norme, valori e mercato contano ancora, ma solo se sostenuti da capacità industriale, decisione politica, tecnologia, difesa, coesione e consenso democratico.

Il rischio è che l’Europa reagisca diventando semplicemente più simile agli altri attori globali: più armata, più competitiva, più selettiva, più chiusa, più disposta a sacrificare diritti e ambiente in nome dell’efficienza. Sarebbe una vittoria apparente e una sconfitta sostanziale.

Questa è la riflessione più utile che il Rapporto consegna. L’Unione europea non può più vivere di principi non armati ma non può nemmeno armarsi dimenticando i principi. Il 2026 appare così come un anno di soglia. Il Rapporto Schuman racconta un’Europa costretta a diventare adulta. Resta da capire se l’età della potenza saprà ancora essere un’età della democrazia.

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