Skip to content Skip to footer

L’estate in cui l’Europa cominciò a contare le case

Alessandra Carlo

Alessandra Carlo

Laureata in Giurisprudenza all'Università Cattolica del Sacro Cuore con esperienze maturate nell'ambito della professione forense. Fa parte del Centro Studi di Sef Consulting
pexels-andreaedavis-12931939_(1280_x_1024)
Preferisci ascoltare? Clicca play!
Getting your Trinity Audio player ready...

Affitti brevi, piattaforme digitali e crisi abitativa: dall’estate 2026 la politica europea del turismo entra nelle case e ridisegna il potere delle città.

Ad agosto la stessa casa può assumere due significati opposti. Per chi arriva è un alloggio per qualche notte, una terrazza, una cucina, una posizione sulla mappa. Per chi vive nella città è una possibilità abitativa, un contratto, una parte consistente del reddito mensile, talvolta una ricerca destinata a durare mesi. La porta, il citofono e le finestre possono essere gli stessi, a cambiare è la funzione economica dell’immobile e con essa la città che si costruisce intorno.

È in questa ambivalenza che l’estate europea del 2026 acquista un significato particolare. Dal 20 maggio è infatti applicabile il Regolamento UE 2024/1028 sulla raccolta e condivisione dei dati relativi agli affitti di breve durata. Non introduce un divieto europeo nei confronti di Airbnb, Booking o delle altre piattaforme. Non stabilisce un numero massimo di notti. Non decide quali quartieri possano ospitare appartamenti turistici. Compie però un’operazione preliminare e decisiva: obbliga il mercato a diventare maggiormente visibile.

Per la prima volta l’Unione costruisce un’infrastruttura comune attraverso la quale autorità pubbliche, piattaforme e locatori possono essere inseriti all’interno di un sistema armonizzato di registrazione e scambio dei dati.

Il turismo europeo concentrato in due mesi

La scelta arriva mentre la pressione turistica continua ad aumentare. Nel 2025 nell’Unione europea sono stati registrati quasi 3,1 miliardi di pernottamenti nelle strutture ricettive, un nuovo massimo storico. Il 31,1% di tutte le presenze si è concentrato nei soli mesi di luglio e agosto. Nel mese di agosto i pernottamenti sono stati 3,6 volte quelli di gennaio. In Croazia il rapporto è salito addirittura a 41 volte. La stagionalità non è quindi soltanto una caratteristica commerciale del turismo: rappresenta un improvviso e fortissimo aumento della pressione esercitata su alloggi, trasporti, rifiuti, acqua, servizi pubblici e spazi urbani.

All’interno di questa crescita le piattaforme svolgono un ruolo ormai strutturale. Tra luglio e settembre 2025 negli alloggi prenotati attraverso Airbnb, Booking ed Expedia sono state trascorse 398,1 milioni di notti. Nel complesso del 2025 le prenotazioni rilevate attraverso le tre piattaforme che condividono i dati con Eurostat hanno sfiorato il miliardo di pernottamenti. E la curva non si è fermata con la fine dell’estate: tra gennaio e marzo 2026 le notti prenotate sono state 144,3 milioni, il 9,7% in più rispetto allo stesso periodo del 2025 e il 16,6% in più rispetto al 2024.

La diffusione degli affitti brevi ha favorito un turismo più flessibile e, almeno in apparenza, più distribuito. Ha permesso a proprietari e famiglie di ricavare un reddito da stanze, seconde case e immobili temporaneamente inutilizzati. Ha ampliato l’offerta nelle località prive di una sufficiente capacità alberghiera e ha consentito ai visitatori di soggiornare anche fuori dai tradizionali distretti turistici.

Ma quando l’attività occasionale diventa gestione professionale, quando più appartamenti vengono amministrati dallo stesso operatore e quando interi edifici vengono sottratti stabilmente alla residenza, la piattaforma smette di essere soltanto uno strumento di intermediazione. Diventa una forza capace di incidere sulla destinazione economica del patrimonio immobiliare.

Non accade ovunque nello stesso modo. Una stanza affittata per alcune settimane non equivale a un appartamento utilizzato tutto l’anno come struttura ricettiva. Una seconda casa in una località stagionale non produce necessariamente gli stessi effetti di un alloggio sottratto al mercato residenziale in un quartiere universitario o in un centro storico. Proprio questa varietà rende insufficienti tanto la liberalizzazione indifferenziata quanto il divieto generalizzato.

Prima dei limiti vengono i dati

Il Regolamento europeo 2024/1028 nasce da questa esigenza. Nei territori che adottano procedure di registrazione ogni unità destinata alla locazione breve dovrà essere associata a un numero identificativo, da riportare negli annunci pubblicati sulle piattaforme. Queste ultime dovranno predisporre controlli sul numero di registrazione e trasmettere periodicamente alle autorità i dati relativi all’attività: indirizzo dell’unità, numero di notti prenotate e numero degli ospiti. Lo scambio dovrà avvenire attraverso punti digitali unici istituiti dagli Stati membri.

Il regolamento non sostituisce le discipline nazionali, regionali o comunali. Gli Stati e gli enti territoriali conservano la possibilità di imporre autorizzazioni, requisiti di sicurezza, standard qualitativi e limiti quantitativi, purché le misure siano giustificate da un interesse pubblico e rispettino i principi europei di necessità e proporzionalità.

Il nuovo sistema dovrebbe permettere di distinguere meglio la disponibilità teorica dall’attività effettiva. Un appartamento pubblicato per dieci giorni all’anno produce un impatto diverso da uno occupato da visitatori per trecento notti. Allo stesso modo un proprietario che affitta una parte della propria abitazione non può essere assimilato automaticamente a un operatore che gestisce decine di unità.

Il dato, tuttavia, non è neutrale. Stabilire quali informazioni raccogliere significa decidere quali aspetti del fenomeno rendere politicamente rilevanti. Il numero degli alloggi, la durata delle occupazioni, la distribuzione per quartiere e la concentrazione della proprietà possono trasformarsi in indicatori attraverso i quali individuare le aree maggiormente esposte. Il mercato digitale produce così le informazioni che, in una seconda fase, potranno giustificare l’intervento pubblico.

La casa entra nelle politiche europee

Il regolamento sui dati rappresenta soltanto il primo livello. Il passaggio successivo è l’Affordable Housing Act che la Commissione europea sta preparando per il 2026 e che, alla fine di luglio, non risulta ancora adottato.

L’iniziativa dovrebbe fornire a Stati, regioni e comuni strumenti per identificare le cosiddette areas under housing stress, le zone nelle quali prezzi, canoni, disponibilità e domanda producono una pressione particolarmente grave sull’accesso alla casa. La futura disciplina europea sugli affitti brevi dovrebbe costituire una componente centrale dell’atto consentendo alle autorità di adottare misure calibrate sul contesto locale e nel rispetto del principio di sussidiarietà.

L’introduzione delle “aree sotto pressione abitativa” può cambiare la natura del dibattito. Il confine politico non passerebbe più semplicemente tra proprietari e inquilini, oppure tra turismo e residenza. Passerebbe tra territori nei quali l’offerta turistica resta compatibile con l’abitabilità e territori nei quali la concentrazione degli affitti brevi contribuisce a rendere la casa sempre più scarsa o costosa.

La crisi abitativa europea ha naturalmente cause più vaste. La carenza di edilizia sociale, il rallentamento delle costruzioni, l’aumento dei costi dei materiali, la complessità delle autorizzazioni, gli immobili vuoti, la trasformazione della casa in bene finanziario e la distanza crescente tra redditi e valori immobiliari non possono essere ricondotti a una sola piattaforma.

I dati più recenti confermano però che il problema continua ad aggravarsi. Nel primo trimestre del 2026 i prezzi delle abitazioni nell’Unione sono aumentati del 5,1% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre gli affitti sono cresciuti del 3%. Nel 2024 l’8,2% della popolazione europea viveva in famiglie che destinavano almeno il 40% del reddito disponibile ai costi dell’abitazione. Nelle città la quota era prossima al 10%.

Gli affitti brevi non spiegano da soli questi numeri. Nelle aree a maggiore concentrazione turistica possono però agire come moltiplicatore di una scarsità già esistente. Quando il rendimento ottenibile da soggiorni di pochi giorni supera stabilmente quello di una locazione ordinaria, il proprietario riceve un incentivo economico a spostare l’immobile dal mercato residenziale a quello turistico. Il risultato non si misura soltanto nel numero complessivo delle case ma nella loro distribuzione: gli effetti si concentrano nei centri storici, vicino alle università, nelle zone costiere e nei quartieri maggiormente collegati ai principali attrattori culturali.

Le città come laboratori politici

In assenza di una disciplina europea sostanziale alcune città hanno già iniziato a sperimentare soluzioni molto diverse. Barcellona ha annunciato che nel 2028 non rinnoverà 10.101 licenze per abitazioni turistiche. La decisione si inserisce in una strategia più ampia di gestione dei flussi e di contenimento dell’offerta nelle zone sottoposte a maggiore pressione. Secondo i dati comunali nel 2023 gli appartamenti turistici autorizzati offrivano oltre 58.000 posti letto, concentrati soprattutto nell’Eixample, nella Ciutat Vella e a Sant Martí.

Firenze ha seguito una strada diversa. Il regolamento comunale approvato nel maggio 2025 prevede un’autorizzazione quinquennale per ogni unità destinata alla locazione breve, requisiti minimi di sicurezza e vivibilità, il divieto di utilizzare le keybox per aggirare l’identificazione degli ospiti e, nel nucleo storico, la limitazione dell’attività alle unità già regolarmente utilizzate a tale scopo nel 2024. Nel maggio 2026 il TAR Toscana ha respinto i ricorsi presentati contro il regolamento, la disciplina urbanistica e il divieto delle cassette portachiavi confermando, in questa fase, la legittimità dell’intervento comunale.

La possibilità di intervenire localmente trova un precedente importante anche nella giurisprudenza europea. Nel 2020 la Corte di giustizia dell’Unione ha riconosciuto che contrastare la scarsità di alloggi destinati alla locazione di lungo periodo può costituire un motivo imperativo di interesse generale. Un regime di autorizzazione per gli affitti brevi può quindi essere compatibile con il diritto europeo purché risponda a un problema effettivo e sia costruito in modo proporzionato.

L’Italia tra identificazione e regolazione

L’Italia dispone già di uno strumento potenzialmente compatibile con il nuovo sistema europeo: la Banca dati delle strutture ricettive e degli immobili destinati a locazione breve, dalla quale viene rilasciato il Codice identificativo nazionale.

Il CIN deve essere posseduto da chi offre immobili in locazione turistica o breve, esposto all’esterno dell’edificio e riportato negli annunci. Dal 2 gennaio 2025 sono applicabili le relative sanzioni. Anche gli intermediari e i gestori delle piattaforme devono garantire che il codice sia indicato e adottare misure per prevenire la pubblicazione di offerte prive di identificazione.

Il sistema italiano risponde soprattutto a esigenze di trasparenza, controllo, sicurezza e contrasto all’abusivismo. Identificare un appartamento, tuttavia, non significa ancora disciplinarne l’impatto sul mercato abitativo. Il CIN dice che l’unità esiste e chiama il proprietario o il gestore alla responsabilità, non stabilisce se in un determinato quartiere vi siano troppi alloggi turistici né se il numero delle notti debba essere limitato.

La vera opportunità aperta dal regolamento europeo consiste quindi nell’integrazione dei diversi livelli informativi. I dati nazionali potranno essere messi in relazione con la durata effettiva delle locazioni, la concentrazione territoriale, i canoni residenziali, la disponibilità di abitazioni, la presenza di studenti e lavoratori stagionali. Solo in questo modo l’identificazione amministrativa potrà trasformarsi in capacità di governo.

Resta però un problema istituzionale. In Italia le competenze si distribuiscono tra Stato, regioni, comuni, amministrazione fiscale e autorità di pubblica sicurezza. Le normative regionali non sono uniformi e i comuni dispongono di poteri differenti. Il rischio è che una banca dati nazionale ordinata si sovrapponga a un mosaico regolatorio difficile da interpretare sia per i cittadini sia per gli operatori.

La città visitata e la città abitata

Il nodo politico dell’estate 2026 non è stabilire se il turista abbia meno diritto del residente a utilizzare la città. Una città europea vive anche dello scambio, dell’ospitalità, della mobilità e dell’arrivo di persone che non vi appartengono stabilmente. Il problema nasce quando il valore economico prodotto dalla visita comincia a consumare le condizioni che rendono possibile la vita quotidiana.

Una città può aumentare il numero dei pernottamenti e, contemporaneamente, perdere abitanti. Può registrare ricavi turistici crescenti mentre insegnanti, camerieri, infermieri, studenti e giovani famiglie vengono allontanati dal centro o costretti a spostarsi ogni anno. Può avere case sempre occupate e sempre meno case abitate.

È qui che la distinzione tra turismo e politica abitativa smette di funzionare. L’appartamento offerto su una piattaforma appartiene contemporaneamente al mercato turistico, a quello immobiliare e alla struttura sociale della città. Ogni scelta sulla sua destinazione produce conseguenze che vanno oltre il rapporto tra proprietario e ospite.

Il nuovo regolamento europeo non risolve questa tensione. Non costruisce case, non riduce automaticamente i canoni e non garantisce che i comuni utilizzino bene le informazioni ricevute. Segna però la fine di una fase nella quale l’espansione delle piattaforme poteva essere trattata come un fenomeno quasi invisibile, affidato esclusivamente alle decisioni individuali degli operatori. Il passaggio successivo sarà decidere quale soglia separi l’ospitalità dalla sostituzione della residenza e quale equilibrio debba esistere tra il rendimento di un immobile e il diritto collettivo a una città ancora abitabile.

SCOPRI ALTRI ARTICOLI IN EVIDENZA

Nuovi orizzonti

ImpatTo: nuovi spazi di comunità per la Città di Torino
Con una dotazione finanziaria di 2,4 milioni di euro, il bando valorizzerà gli spazi pubblici incoraggiandone la fruizione quali luoghi…
30 milioni per l’abilitazione al cloud per la Pubblica Amministrazione
L’obiettivo è traghettare i Comuni verso una digitalizzazione protetta, duratura e pervasiva e realizzare la migrazione di dataset e applicativi…
DUT 2026, Italia assente dai finanziamenti. Nessuno ne parla
Per la prima volta dall’avvio della Driving Urban Transitions Partnership nessuna Funding Agency italiana finanzia la call annuale. E la…

“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

Resta aggiornato. Iscriviti alla Newsletter Acta.

Versione digitale della testata cartacea Acta Non Verba, registrata presso il Tribunale di Napoli n. 2815/2020 del 23/6/2020.
Direttore responsabile: Mariano Iadanza – Direttore editoriale: Errico Formichella – Sede legale: Viale Antonio Gramsci 13 – 80100 Napoli
Per comunicazioni e contatti scrivere a: redazione@actanonverba.it

ActaNonVerba ©2024 – Tutti i diritti riservati – Developed by Indigo Industries

ActaNonVerba ©2024
Tutti i diritti riservati
Developed by Indigo Industries

Sign Up to Our Newsletter

Be the first to know the latest updates

Whoops, you're not connected to Mailchimp. You need to enter a valid Mailchimp API key.

Accedi o iscriviti alla piattaforma

Completa il Captcha risolvendo questo semplice problema:

Cliccando sul tasto "Iscriviti" sottintendi la lettura dell'informativa privacy ed il consenso alla memorizzazione dei tuoi dati nel vostro archivio secondo quanto stabilito dal regolamento europeo per la protezione dei dati personali n. 679/2016, GDPR.
(Potrai cancellarli o chiederne una copia facendo esplicita richiesta a info@actanonverba.it)