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La gente non sa più cos’è la qualità.
Nell’arte, per esempio, che è un bene vitale perché aumenta la velocità delle sinapsi, alimenta la visione e sviluppa intuito, senso critico e conoscenza del sé e del mondo invisibile, quello che conta davvero, ormai ci si limita ad esprimere semplicemente mi piace / non mi piace. Fatta eccezione per i collezionisti veri, quelli militanti che comprano un’opera d’arte solo se fa parte integrante della costruzione di un disegno globale, se risponde alle necessità di intelligenza emotiva, se ha dei parametri culturali di accrescimento del valore intellettivo e intellettuale e se si integra con la collezione. Se ha qualità, appunto.

Courtesy Padiglione Cina, Biennale di Venezia 2026
Ma come si spiega la qualità.
Nel Manifesto Art Thinking del 2019, firmato al MAXXI da Curators, artisti, scienziati cognitivi, architetti, economisti, imprenditori, docenti e molti altri, su iniziativa di molti cari amici e mia, scriviamo:
Questo è un Manifesto culturale e politico per un nuovo inserimento delle pratiche dell’arte nella vita del Paese come dispositivi abilitanti l’intelligenza emotiva necessaria alla trasformazione e all’innovazione delle relazioni e dei processi sociali, produttivi, tecnologici, economici, urbanistici, politici, amministrativi, educativi, professionali, territoriali, agricoli, paesaggistici, di sostenibilità ambientale e dei parametri ESG. Quello che ci portiamo dentro, in ogni luogo in cui andiamo e in ogni cosa che facciamo, il suono emotivo che si manifesta e si visualizza nella nostra mente come il sogno di ritrovarsi in un ambito rinascimentale, ogni volta che vengono pronunciate, evocate o invocate parole come armonia, bellezza, cultura, genio, creatività, fantasia, talento, immaginazione, oppure nomi come Italia, Roma, Napoli, Firenze, Venezia, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Giotto, Brunelleschi, Ultima Cena, Gioconda, Cappella Sistina, Piazza Navona, Colosseo è intimamente legato al concetto di arte e di arti.
Stavamo dicendo una cosa certificata da secoli di produzione artistica, dalle nostre esperienze dirette e persino dalle neuroscienze, per chi ha bisogno di prove e non ha il coraggio di affidarsi al proprio intuito: ogni cosa che funziona è armonica, erotica, attrae, accoglie, risuona, evoca. Quello che un tempo chiamavamo bellezza, termine desueto che ci ha rubato la moda e che oggi rappresenta l’effimero ma nasce come cosa eterna: perché la bellezza muore, l’intelligenza resta per sempre.
Il mi piace / non mi piace, dunque, non traduce intelligenza, né scelte che garantiscano la durata nel lungo periodo.

In cuor loro quelli intelligenti lo sanno che stanno dicendo una banalità, ma la dicono lo stesso perché ormai si è persa la preziosissima virtù di saper dichiarare il non sapere, l’unico modo di imparare, l’unico modo con cui i nostri avi hanno salvato il mondo. Per quello lo stiamo distruggendo, perché l’egosistema dei poco coraggiosi ha preso il comando attraverso l’emulazione dell’ignoranza di massa, creata apposta da TV spazzatura e social manipolati.
Questo però non vuol dire mantenere un atteggiamento arrogante e accademico, perché altrimenti il debole di carattere si allontana ancora di più; allora bisogna spiegargli che la qualità la può certificare solo un esperto, ma può insegnarti a riconoscerla nelle cose quotidiane, nelle relazioni aziendali, nella famiglia, persino dive abiti: perché l’Art Thinking e l’Arte risvegliano l’intuito, il Terzo occhio, la ghiandola pineale con cui senti, immagini, percepisci. La ragione genera mostri, l’arte genera mostre.
Devi solo ascoltare, dialogare, accogliere e restituire, partecipare alla progettazione o alla soluzione, e saper aspettare che l’intuito informato si risvegli dal torpore inoculato da Instagram. Quando impari a riconoscere la qualità con l’intuito informato avrai riaperto gli occhi. Tutti e tre.

